Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 7245 volte 13 febbraio 2013

UN PATTO PER UNA MAGGIORE LIQUIDITÀ

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

L’Italia, come la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro, si trova  in una evidente situazione di sotto dimensionamento produttivo, in cui vi è un gran numero di risorse libere o liberate dalla crisi (leggi disoccupazione) e di aziende in forte crisi di liquidità e di credito e, pertanto, impossibilitate a investire, a innovare e a incrementare la produzione.

In una situazione analoga, di carenza di liquidità monetaria, si trovano i consumatori, i lavoratori, i pensionati e le famiglie. Produzione e consumi ne risultano fortemente ristretti.

La Bce si rifiuta di aumentare la base monetaria, per via dello spettro dell’inflazione, dopo la lontana esperienza tedesca della Repubblica di Weimar. Le banche centrali nazionali non hanno facoltà di coniare moneta e il cerchio si chiude brevemente. A tale aspetto occorre aggiungerne un altro. Lo stato italiano e gli altri stati nazionali hanno abdicato alla politica monetaria, non solo rinunciando a utilizzare molti strumenti estremamente utili in caso di crisi economica, come la manovra del tasso di interesse, del cambio e la gestione della base monetaria, ma hanno rinunciato anche alla manovra delle riserve obbligatorie bancarie.

La riserva obbligatoria venne introdotta in Italia nel 1947 da Luigi Einaudi, in base ai poteri che la l.b. 1936 concedeva di istituire un simile obbligo da un lato per la tutela del risparmio, cioè dei depositanti, e dall’altro per introdurre una importante funzione di politica monetaria e come strumento di controllo dell’espansione del credito bancario. L’art. 10 della l. 26.11.1993 n. 483 aveva attribuito alla Banca d’Italia il potere di modificare la disciplina della riserva obbligatoria. Con l’avvio della terza fase dell’UEM, dal 1 gennaio 1999 la manovra della riserva obbligatoria nell’area dell’euro è stata accordata alla BCE insieme alla sovranità monetaria. Attualmente la materia è regolata dal regolamento 2531/ 1998 del Consiglio europeo e dal regolamento della BCE 2818/1998. Il regolamento BCE ha stabilito che la riserva obbligatoria si calcoli sulle seguenti passività delle banche denominate in qualsiasi valuta: depositi, titoli di debito, titoli di mercato monetario. Sono escluse le passività nei confronti della BCE e delle BCN dei Paesi che hanno adottato l’euro, oltre che delle altre banche soggette alla riserva obbligatoria dell’Eurozona. Attualmente si applica un’aliquota pari a zero alle passività con scadenza superiore a 2 anni e per i pronti contro termine, al 2% alle rimanenti.

Sebbene il potere di manovra del tasso di riserva obbligatoria è stato trasferito alla Bce, livellare tale riserva al 2% del totale dei depositi bancari, significa aver comunque rinunciato ad uno strumento importante di gestione della liquidita nel sistema economico, poiché il livello è tale che una sua variazione verso il basso non comporterebbe una significativa variazione della liquidità nel sistema, nonostante il meccanismo del moltiplicatore del credito.

Si potrebbe scendere a patti con la Banca centrale europea e proporre un’alternativa: aumentare la base monetaria una tantum in tutta l’area dell’euro al fine di convogliare liquidità alle banche fino ad innalzare la riserva bancaria ad un livello pari ad almeno il 5%. Questo non comporterebbe un flusso di liquidità nel sistema e il rischio tanto temuto dai Tedeschi della iperinflazione sarebbe del tutto scampato.

A quel punto le vie da seguire sarebbero solamente due. Occorrerebbe innanzitutto restituire allo stato nazionale la facoltà di decidere il livello di riserva obbligatoria in modo da restituire in parte la sovranità monetaria sottratta. Così facendo lo stato nazionale, riappropriatosi di almeno uno degli strumenti di politica monetaria che aveva originariamente a disposizione, potrebbe immettere liquidità a dosi variabili in relazione all’andamento economico del paese, seguendo quindi le necessità specifiche del sistema economico nazionale e ovviando all’inconveniente di una politica monetaria comune e uniforme che non accontenta i paesi virtuosi, né aiuta quelli meno virtuosi.

Tuttavia una simile iniziativa potrebbe essere del tutto inconcludente se a monte non vi sia una riforma radicale del sistema bancario, che ristabilisca la specializzazione delle banche, separando le banche che operano sui mercati borsistici da quelle che finanziano la produzione. Imporre una simile specializzazione al sistema bancario, che rappresenterebbe un ritorno al passato e in particolare alla lungimirante riforma del 1936, è la conditio sine qua non per poter agire nuovamente sul sistema economico nazionale.

Come si ricorderà, la riforma bancaria del 1936 fu una saggia risposta alla Grande Depressione che seguì il crollo di Wall Street del 1929. Nel pieno della Grande Depressione, la svalutazione della sterlina del settembre del 1931 e di gran parte delle altre monete corrispose di fatto a un’ulteriore rivalutazione della lira e le conseguenze sull’attività economica e sul sistema finanziario italiano furono gravose. Lo Stato e la Banca centrale salvarono dal tracollo le maggiori banche miste che possedevano partecipazioni azionarie sempre più svalutate. La Banca d’Italia si trovò pertanto con un attivo fortemente immobilizzato. Vennero così creati prima l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), con l’incarico di assicurare i finanziamenti di medio-lungo periodo e poi l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che acquisì le partecipazioni azionarie delle banche in difficoltà e i pacchetti di controllo delle banche stesse.

Venne elaborata, in ambito IRI, la legge di riforma bancaria del 1936 che da una parte definì la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” e le affidò definitivamente la funzione di emissione, e dall’altra le affidò il compito della vigilanza creditizia e finanziaria. La riforma ridisegnò l’intero assetto del sistema creditizio seguendo l’impronta della separazione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, e definì l’attività bancaria funzione di interesse pubblico.

Va da sé quindi che se tornassimo alla separazione del credito, il flusso di maggiore moneta sarebbe convogliato verso le banche che finanziano il sistema produttivo, mentre sarebbe possibile imporre un margine molto alto di riserva bancaria per quelle banche che operano su mercati borsistici ed effettuano operazioni ad alto rischio. Si agirebbe pertanto su due fronti. Si finanzierebbe la produzione e si contrasterebbe la speculazione, creando un fondo virtuale di tutela verso i fallimenti bancari.

 

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 70 | Commenti: 364

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: