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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 14084 volte 29 maggio 2013

Tra i meandri accademici de “ Le tasse e la politica fiscale” con lo “scout” Alesina

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 Sarà per l’assenza di Giavazzi che lo carica nelle loro esternazioni italiane  in tandem sul “corsera” o qualche altra motivazione che in verità ci sfugge, sta di fatto che  la visione del DVD di Alberto Alesina  ce lo mostra in una versione inattesa,  ove l’illustre italiano di Harvard ci risparmia  ogni riferimento alla sua nota “teoria” della “austerità espansiva”. Anzi, è proprio il taglio della sua prestazione che lo porta a sorvolare totalmente l’illustrazione di ogni possibile accenno alle  diverse “visioni” che in materia di tasse e politiche fiscali è dato rintracciare nell’ambito delle dottrine economiche.

E in assenza di quell’autentica contraddizione in termini costituita dalla “teoria”  della “austerità espansiva”,  che ha ispirato il governo Monti con i risultati disastrosi che ben si stagliano dinanzi agli occhi di tutti,  vista la pietosa situazione  economica che ci ha consegnato il suo breve e disastroso  “gabinetto”,  di cosa altro si può parlare a proposito del bocconiano Alesina?

Non è forse questo  “sorvolare” una possibile spiegazione dell’autocensura cui si è sottoposto come teorico dell’economia la stella italiana di Harvard? Non sono infatti le cure alesiniane alla misera situazione economica italiana attuate dal sodale premier Monti  che dopo poco più di un anno  di terapia hanno peggiorato notevolmente tutti i parametri  della crisi su cui  invece avrebbero dovuto riverberare i loro effetti benefici? Record  della disoccupazione – con quella giovanile alle stelle –  che ha registrato la maggiore impennata dall’inizio della crisi, aumento del debito pubblico  in assoluto e in rapporto al PIL, aumento della pressione fiscale, fallimenti e chiusure di attività che hanno superato la nascita di nuove imprese, ecc. E affermare della fedeltà delle cure  del “governo dei tecnici” voluto da Napolitano alla già derelitta situazione economica italiana non è fantasioso o disputabile vista la cooptazione del clone  italiano  di Alesina,  Francesco Giavazzi,  come tecnico tra i “tecnici” nella compagine della massima “ètoile” dell’università Bocconi, lo ieratico Mario Monti. Giavazzi sin lì cane di guardia dell’operato di quest’ultimo alla guida dell’Italia dalle colonne del quotidiano di via Solferino. Giavazzi,  ottimo chiacchierone e pessimo realizzatore alla luce dei non proprio sconvolgenti esiti del suo operato “tecnico” in materia di “spending review” ove è stato chiamato a dare il suo attivo contributo  a livello governativo.

Non ci sfugge che il rapporto deficit/PIL italiano  ha raggiunto i livelli di “sicurezza” (?) richiesti dalla UE dopo la cura Monti e che questo era uno degli obiettivi della sua ispirazione ai crismi dell’ “austerità espansiva”,  ma come si può notare il fallimento complessivo di una tale filosofia sta proprio nel secondo termine del predetto  paradossale binomio. La spesa pubblica in deficit  è diminuita,  e con questo siamo in linea con l’’austerità”,  ma dove sta l’”espansione”,  se non nella ricetta onirica  di una formula la cui  consistenza logica, senza neanche ricorrere alla filosofia del linguaggio,  ne sconsiglierebbe l’enunciazione stessa?

 

Venendo al DVD di Alesina  non v’è che piatta materia che  si esaurisce in una pedante illustrazione di ogni possibile rivolo in cui la vecchia “Scienza delle Finanze” ha finito per dividersi in discipline autonome secondo la logica del sapere accademico che procede per gemmazione di cattedre e incarichi. Certo banali indicazioni  di merito non mancano,  ma nulla che non sia condivisibile  persino da un Marx redivivo quanto a “economia sommersa”, “evasione fiscale”, “corruzione”,  “eccesso di burocrazia” e altre banalità del genere.

Naturalmente non poteva venir meno la solita solfa in materia pensionistica e di spesa sanitaria che non sarebbero più gestibili con la generosità  “universalistica” che ha sin qui contraddistinto il welfare  nei Paesi a capitalismo maturo. Solfa che quando la scienza economica arranca non sapendo trovare nei suoi sempre più vuoti paradigmi ufficiali  la spiegazione  dei problemi che la riguardano non sa fare altro  che appellarsi al “collega fittizio”,  che nel caso fa capo alla demografia: campiamo troppo e ci ammaliamo  conseguentemente di più in tarda età.  Con l’economia che non cresce più come ai bei tempi e il  calo del numero degli occupati,  quale migliore suggerimento viene fuori da Harvard? Lavorare tutti più a lungo onde gravare meno su altri lavoratori autosostenendo  il proprio livello di vita!

All’univesalismo del welfare dunque si contrappone quello  del prolungamento dell’età lavorativa per tutti! E se la caduta nel tempo delle performances economiche dei Paesi a capitalismo maturo  fosse correlata alla incapacità di andare oltre tale universalismo facendo entrare in gioco categorie discriminanti il tipo di lavoro che caratterizza l’ “evoluzione” di quei Paesi? Per esempio, se fosse la terziarizzazione  e la deindustrializzazione  nella divisione del lavoro internazionale sottesa alla  Globalizzazione   di tali contesti  la chiave di un tale falso problema? Per non dire della possibilità di saper  distinguere   il lavoro “produttivo” da quello “improduttivo”?

 Domande inutili per un dimesso ma non ancora dimissionario teorico di Harvard per esportazione bocconiana (giuro che appena adesso  l’inconscio mi aveva fatto scrivere “evaporazione bocconiana” invece che” esportazione bocconiana”: che grande il dottor Freud!).

 

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 458

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