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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 10620 volte 03 luglio 2013

Saccomanni, l’inglese, e i cacciatori di teste

Di Redazione  •  Inserito in: La Coda dello Scorpione

di Giorgio Vitangeli

Lo confesso, malgrado tutto il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, mi è istintivamente simpatico, e tifavo per lui quando era in pista per la carica di governatore. E glie l’ho pure detto, lo scorso anno, all’assemblea della Banca d’Italia, in cui fece il suo ingresso sorreggendo, a braccetto, il governatore onorario Carlo Azelio Ciampi. E sembrava quasi un’esplicita investitura.

Ma perché “malgrado tutto”? Nulla da dire, ovviamente, sulla sua preparazione economica, sulla sua esperienza anche internazionale, sul suo rigore, apparentemente temperato da una certa bonomia romanesca. E’ che, a torto o a ragione, ho la sensazione che sia lontano assai dal mio modo di vedere e di sentire, per quanto concerne l’economia e la politica. E che sia parte, e sia supportato, da ambienti e circoli con cui non ho consonanza.

E perché, invece, mi è istintivamente simpatico? Francamente non lo so dire. Ci conosciamo, senza mai esserci frequentati, da una quarantina d’anni, ed eravamo tutti e due giovani: lui all’Ufficio Studi di Bankitalia, io firma d’assalto al quotidiano economico “Il Fiorino”.

Forse, inconsciamente, è proprio questo che me lo rende simpatico: mi ricorda la giovinezza, ed un periodo della mia vita vissuto intensamente. Ed ho l’impressione che lo stesso sia per lui, perché quando, dopo tanti anni, ci siamo fuggevolmente salutati, “Vitangeli” mormorava sorridendo, come se all’improvviso  si fosse rimaterializzato un frammento di vita di un passato lontano, dei tempi appunto della sua giovinezza.

Perché racconto tutto questo? Perché una cosa vorrei fosse chiara: quel che sto per dire non è certo dettato da malanimo preconcetto.

Il fatto è che una cosa, anzi due, dei criteri che ha dettato per le nomine dei vertici delle società pubbliche mi sono andate di traverso, e francamente mi sembrano pericolosi errori.

La prima è che a valutare i papabili siano due società di “cacciatori di teste”. Che tali società, dal nome tra il pittoresco ed il macabro, aiutino le società private a trovare manager adeguati, è comprensibile , perché società private, cacciatori di teste e teste cacciate obbediscono tutti alla stessa logica, alla stessa “filosofia”, che è quella del mercato e del profitto.

Ma una società pubblica, partecipata dallo Stato, cioè dal denaro di tutti noi, anche se non può ignorare  la legge del mercato, dovrebbe avere logica e fini che vanno anche al di là di esso. Se no che senso ha che essa sia pubblica? Chi è chiamato a dirigerla dunque non può avere solo il profitto come unica bussola, ed il “creare valore per gli azionisti” come “mantra” o giaculatoria, ma dovrebbe avere anche sensibilità politica, cioè visione degli interessi economici della comunità nazionale che l’impresa pubblica è chiamata a tutelare, e sensibilità sociale, cioè attenzione all’occupazione, coscienza del fatto che l’impresa non è una “cosa” , proprietà degli azionisti, ma è una comunità di persone che  contribuiscono tutte ai risultati societari, e che vanno anch’esse rispettate e tutelate.

Non mi pare che questi siano valori che facciano parte della “filosofia” delle società cacciatrici di teste. Mi sembra, semmai, che il metodo di ricerca dei dirigenti delle società pubbliche voluto da Saccomani sia l’ennesima delegittimazione della politica a favore di una tecnocrazia  che aprioristicamente si presume migliore.

L’altra cosa che mi ha irritato nei requisiti che Saccomanni ha stabilito per i candidati ai vertici delle società pubbliche è che essi debbano parlare fluentemente l’inglese. 

Non voglio fare un discorso serio sul valore della lingua per l’identità di un popolo, e di come l’italiano si stia imbastardendo alla velocità della luce, e tenda ad essere sostituito dall’inglese nel mondo dell’economia e della finanza in particolare. Né tantomeno mi interessano i pettegolezzi secondo i quali quel requisito è stato inserito per escludere Tizio o Caio. Mi limito ad un ricordo e ad una considerazione. Questa “fissa” dell’inglese ce l’aveva anche l’ex presidente di Finmeccanica, Guarguaglini, l’unico toscano al mondo, credo, che parla un italiano incespicante ed arruffato. In un CdA di Finmeccanica  sostenne l’opportunità che le discussioni avvenissero in inglese, per cui tutti i consiglieri dovevano impratichirsi in quella linguai, in modo da parlarla bene. “Io mi accontenterei se parlassero bene l’italiano”, ribatté beffardo Massimo Pini, che allora era consigliere d’amministrazione in Finmeccanica.

Ultima considerazione: con i criteri dettati da Saccomanni le società dei “cacciatori di teste” avrebbero bocciato senza appello Enrico Mattei, il più grande dirigente d’impresa che abbia avuto l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Non sapeva l’inglese (e se ne rammaricava…), e per la verità anche il suo italiano non era impeccabile. Il che non gli ha impedito di creare, quasi dal nulla, l’Eni, cioè  la più grande multinazionale del sistema industriale italiano. Mentre tanti rampolli educati a Londra l’impresa ereditata dal padre l’hanno mandata in malora.

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