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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 12835 volte 23 aprile 2013

Roncaglia su Keynes ( o del pressapochismo encomiastico) – I cattivi maestri dell’Espresso

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

               

 

La prolusione di Roncaglia  su Keynes inizia andando immediatamente a uno dei  più oscuri e quindi  meno compresi aspetti su cui si ritiene che Keynes abbia sostituito il paradigma neoclassico, dopo averlo demolito, con quello della Macroeconomia. Si tratta del posto occupato nel paradigma keynesiano a opera del suo fondatore della “incertezza”  ( assetto generale delle aspettative, riguardanti il futuro). Prima di entrare nel merito della “lezione” del Roncaglia è necessario preliminarmente fissare alcuni punti fermi che saranno indispensabili per il nostro discorso.

 La Macroeconomia, va ricordato e sottolineato, si   può sintetizzare essere fondata sulla presunta dimostrazione di un”errore di composizione” per il quale  ( in economia, a livello di sistema complessivo)  “il tutto sarebbe (in generale ) diverso ( e minore)  della somma delle sue parti”. Più precisamente: se le parti sono a livello atomistico i soggetti economici  che si comportano razionalmente  in modo ottimizzante ( rational choice),  come vuole la tradizionale Microeconomia e più in generale la precedente  e fondata tradizione della scienza economica ( vedremo dove porta la rinuncia a questo  essenziale precetto Metodologico), a livello dei “grandi aggregati”( o macroeconomico )  la somma di tali comportamenti darebbe invece luogo  in generale a equilibri sub-ottimali. Segnatamente ciò significa che in generale l’economia si troverebbe  in uno stato di equilibrio di non piena occupazione delle risorse,  di cui il più eclatante  e drammatico  carattere  sarebbe la presenza in generale di disoccupazione involontaria da parte dei lavoratori. In altri termini a comportamenti razionali  e ottimizzanti dei soggetti economici corrisponderebbero in generale  esiti oggettivamente “irrazionali” a livello dell’intero sistema economico: alla disoccupazione involontaria corrisponderebbe dunque l’irrazionalità,  ovvero  “lo scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza” ( Keynes dixit). Dove “scandalo”,  e la sua sottesa “irrazionalità”,  non è un semplice motto di sdegno morale ma un preciso e oggettivo giudizio “scientifico”: infatti,  in una  economia dove in generale si giace in un equilibrio di non piena occupazione delle risorse –  che evidentemente  in precedenza non possono non aver raggiunto il loro livello di massima occupazione, altrimenti la disoccupazione sarebbe una grandezza indefinita e indefinibile, come meglio vedremo in seguito -   c’è un oggettivo gratuito spreco di risorse che  rappresenta  un risultato irrazionale  ( negativo e non voluto) rispetto alla razionalità ottimizzante dei  soggetti economici.

 Di qui la fondazione della Macroeconomia con la General Theory di Keynes,  che attraverso lo studio  delle relazioni tra i “grandi aggregati”  ritiene di indagare le cause delle sue  generali sub-ottimali e quindi irrazionali  performance, ricavandone i corollari terapeutici  idonei a riempire il gap “deflazionistico”  ( differenza tra livello di massima occupazione e  di generale non massima occupazione ) onde ristabilire la piena occupazione risarcendo il “tutto” con il recupero a esiti “razionali” della sua “irrazionalità”. Sin da ora è lecito da parte nostra definire il “gap deflazionistico”, cioè la distanza tra performance sub-ottimale e quella ottimale di piena occupazione, anche  come “ gap di razionalità” o “grado di irrazionalità”.

Orbene,  alla luce di quanto appena stabilito diciamo subito che Keynes  affida al ruolo delle aspettative,  ovvero all’incertezza che le avvolge,  il compito analitico di sostituire alla razionalità ottimizzante che regna in Microeconomia (e mai smentita da Keynes ) l’arcano  dell’esito irrazionale della somma di tali comportamenti  di cui si è detto: il generale equilibrio di non piena occupazione delle risorse. E se questo è vero e indubitabile ( senza necessariamente essere seguaci  del più strenuo “individualismo metodologico”)[1] e non si vuole consegnare alla metafisica del “peccato originale” o altra “maledizione” equivalente sull’umanità capitalisticamente organizzata  ( come fa Keynes oggettivamente,  conservando la validità del postulato di razionalità ottimizzante  stabilito in Microeconomia) la negazione di un feedback  o retroazione dell’irrazionalità microeconomica su quella macroeconomica,  è evidente che le funzioni di comportamento collettivo che stanno dietro le irrazionali performances  dei “grandi aggregati”  non possono non comportare un postulato di “irrazionalità”  (non importa se  parziale e di quanto,  e se di una parte o di tutti ) dei soggetti economici.[2] Del tutto equivalente sul piano logico del ricorso all’ “errore”,  che rappresenta una gigantesca esemplificazione della fallacia logica dell’ipotesi ad hoc, con un’aggravante di immense e irrisarcibili conseguenze sul piano scientifico, consegnando i risultati  ( le tesi) della General Theory alla scure  che si abbatte, decapitandole,  su tutte le dimostrazioni che tradiscono  secondo la logica matematica la “legge di Duns Scotus” per la quale “ex falso sequitur quod libet” ( da ipotesi false si può derivare qualunque conclusione, o il suo contrario).

 

 

 Torniamo ora a Roncaglia che  -  ben lontano dal sospettare  quanto abbiamo potuto già a questo punto inferire sul piano strettamente sillogistico -  afferma (condividendo, quindi   come se fosse un risultato accertato e scientificamente  incontrovertibile)  che con Keynes e la sua tesi di laurea in matematica   ( Treatise on Probability )  si viene a stabilire  (in opposizione alla teoria classica delle probabilità, alla teoria frequentista e alla successiva e contemporanea teoria soggettiva delle probabilità)[3]   che il calcolo delle probabilità  è  una branca della logica (matematica),  risultando riconducibile all’oggetto di questa  la realtà generale dei comportamenti  informati al “ grado di fiducia o certezza ”  ( ovvero di “parziale razionale fiducia” )[4] che si pone come  uno dei possibili livelli intermedi tra “certezza” e “incertezza”   ( che, notiamo noi,  ai loro estremi stanno rispettivamente per “vero” e “falso” nel campo della logica binaria o bivalente)  dove troverebbe spazio la   “reasonable  partial belief : evidentemente  una “razionalità”  graduabile in quanto parziale,   se si escludono gli estremi della totale certezza ( “vero”) e totale incertezza (falso”).  

 

 Ora poiché con tale posizione[5] Keynes di fatto pone il calcolo delle probabilità tra le così dette logiche polivalenti che “[…] risultano tutte delle sotto-teorie rispetto alla logica classica, nel senso che tutte le leggi polivalenti sono sempre anche leggi classiche, ma in generale non viceversa[…]”[6], resta evidentemente confermata  anche per la  sotto-teoria della teoria classica della logica  proposta da  Keynes la vigenza della “legge di Duns Scotus”, così come  altrettanto evidentemente appare  da respingere ab imis la sua  teoria del “partial belief” che implicando una attenuazione della “razionalità” sottesa al postulato della “rational choice” esclude la difendibilità logica delle proposizioni derivabili  dalla sua teoria. Poiché il postulato della rational choice ( che Keynes intende attaccare) è strettamente   coestensivo a quello di comportamenti ottimizzanti da parte di soggetti economici, attenuarlo  e porlo alla base dei risultati generali e di equilibrio   della performance macroeconomica significa ipotizzare ipso facto il non ottenimento  in generale dell’equilibrio  ottimo di piena occupazione  ovvero il manifestarsi in generale  dello stato  sub-ottimale di equilibrio di non piena  occupazione.  Ma se la General Theory aveva e ha  come scopo di spiegare quest’ultimo assetto dell’economia capitalistica come quello rispondente alla realtà appunto nella generalità dei casi ( la piena occupazione e la sua ottimalità risultando un caso speciale e non generale,   così come semplicemente relativa a un caso  speciale sarebbe la teoria neoclassica  che pretenderebbe  infondatamente per Keynes il contrario) assumendosi alla base dei comportamenti dei soggetti economici una “razionalità parziale”  o  “limitata”  e non ottimizzante non si finisce per dimostrare una ipotesi? E questo configura un caso eclatante della fallacia logica della petitio principii ( dimostrare una ipotesi). Il cui emergere è puntuale,  insieme alle conseguenti contraddizioni, nel contesto di aspetti chiave della General Theory, come avremo modo di verificare più innanzi, non senza poter anticipare che  l “incertezza”  keynesiana si manifesterà dietro il concetto di “aspettative” ( evidentemente incerte) in relazione a funzioni comportamentali  in grado di “spiegare”  ( standovi dietro in senso causale) dimensioni non ottimizzanti dei “grandi aggregati”. 

 Una prima conferma plateale  di tale  ultima affermazione  si trova nell’immediato prosieguo del DVD di Roncaglia,  che dopo aver illustrato  la teoria di Keynes  riguardante la sua revisione ( al ribasso) della razionalità ottimizzante  - che ispira l’homo oeconomicus secondo i neoclassici ( in coerente continuità con la precedente letteratura economica)  -  non manca di asserire ( cosa che avviene più volte  ripetuta ) che la intrinseca instabilità del capitalismo sarebbe da far risalire per Lord Maynard all’instabilità delle aspettative. Aspettative che non basandosi sulla rational choice e quindi non risultando quelle opportune per l’equilibrio ottimale del sistema economico  daranno luogo a un assetto sub-ottimale di quest’ultimo.

Posta all’inizio del ragionamento la razionalità dimidiata,  in quanto non ottimizzante degli agenti economici,  è evidente trovarsela confermata alla fine del ragionamento stesso,  ma nel ruolo sbagliato, sostituendo la tesi che resta però  a questo punto senza dimostrazione. Potendosi spiegare tutto ex post factum con le “aspettative”  che quel tutto hanno determinato di fatto,  Keynes ha affidato a un “abracadabra” ,  puntualmente mobilitabile come ipotesi ad hoc,  il compito di falsamente dimostrare la tesi centrale  della  General Theory: l’equilibrio generale di non piena occupazione  dell’economia capitalistica . Ma questo era scontato che avvenisse una volta che si ignori la “legge di Duns Scotus”: presupposto il falso ( o l’”errore”) si può dimostrare tutto e il suo contrario!

Ma la “disattenzione” nei confronti del rigore logico-dimostrativo è evidentemente,  come dire, consustanziale alla modalità con cui Roncaglia concepisce il suo modo di comunicare temi e problemi della “scienza economica”. Così passando al cruciale  aspetto della differenza tra il paradigma della “domanda effettiva” ( altro sinonimo del paradigma keynesiano),  e la teoria neoclassica, Roncaglia  rimandando alla dichiarate fede di quest’ultima nei confronti della legge di Say  – per cui è l’offerta che crea da sé la propria domanda che per i meccanismi di mercati  retti dal laissez-faire  condurrebbe  all’autoregolazione di questi in direzione di un generale equilibrio di piena occupazione – licenzia una sequenza grafica  che lascia esterrefatti. Al fine di mostrare a cosa porti la scelta da parte di Keynes della rilevanza causale  della domanda piuttosto e in luogo dell’offerta ai fini della determinazione del reddito nazionale  e in direzione della dimostrazione dell’equilibrio generale di non piena occupazione ,  il Nostro cosa fa? Ipotizza  una caduta della domanda cui  fa seguire  una caduta dei prezzi  (por cause non definita  come caduta del livello generale dei prezzi ) che  a sua volta provoca una caduta dell’offerta  ( avendo premesso che gli imprenditori dinanzi a una caduta dei prezzi ergo del loro profitto  sono portati a disinvestire piuttosto che a investire) che porta alla disoccupazione! Una sequenza casuale  – innanzi tutto “lunga” e non “breve” come quella che,  per  Roncaglia,  Kerynes , in piena tradizione marshalliana, avrebbe adottato come  approccio metodologico generale nella General Theory -  che di fatto implicitamente  ipotizzando la crisi ( vera causa della caduta della domanda, evidentemente globale)  con il suo corollario in termini di disoccupazione non può certamente spiegarla semplicemente  descrivendone gli aspetti  che la caratterizzano come tale  attraverso l’atteggiarsi di vari aggregati.  Ben all’opposto, il clou di una autentica spiegazione della crisi e della disoccupazione che ne consegue   dovrebbe consistere proprio nell’individuare il motivo , la ragione , la causa che porta alla caduta della domanda ( globale) e al disvelamento  del  contemporaneo  vero arcano  della caduta del livello generale dei prezzi che  simboleggia l‘apparente paradosso per cui si è prodotto troppo di tutte le merci a fronte di un difetto di offerta  di moneta! Gli stessi neoclassici costretti  dinanzi al manifestarsi fattuale delle crisi non potrebbero  ( come di fatto avviene) che descriverla  se non negli stessi identici termini che sia  Keynes  sia  il suo esegeta Roncaglia adottano,  supponendo infondatamente di dare la prova   di  quell’inversione radicale di paradigma che consisterebbe nel  sostituire  la  domanda all’offerta nella determinazione del livello del reddito nazionale e quindi di quello dell’occupazione.  Ed in questi termini Roncaglia è  in palese errore nel dire che nello scenario sequenziale  appena descritto i neoclassici direbbero che con la caduta dei prezzi ( e qui rileva l’aver taciuto che esso riguarda il loro livello generale)  anche quello del lavoro sarebbe implicato stimolandone la domanda ergo con essa  il ritorno alla piena occupazione.  Solo in un quadro di “equilibrio parziale” ovvero a livello microeconomico  e specificamente nel mercato del lavoro  al cadere del suo prezzo è lecito ritenere che ne aumenti la domanda ( ma non ci aveva detto in precedenza Roncaglia che Keynes inquadra la sua proposta teorica nella cornice  delle “catene causali brevi” marshalliane,  che ad altro non corrispondono che al metodo degli “equilibri parziali”? ). È certamente vero che i neoclassici predicano la flessibilità del lavoro cioè del suo prezzo  ai fini dell’aumento del livello di occupazione ( oltre che ai fini della competitività sul mercato internazionale),  ma data la loro fede nel laissez-faire in caso di crisi ( caduta del livello generale dei prezzi o deflazione)   e quindi di invendibilità delle merci in senso remunerativo  non possono che affidarsi  fatalisticamente ai meccanismi spontanei di mercato per una generale ripresa , sapendo bene che la caduta del prezzo del lavoro, beninteso insieme a quello di ogni altro fattore produttivo, non è condizione sufficiente per tornare alla piena occupazione.  Né le cose migliorano allorché Roncaglia  discetta dei “tre pilastri” che sorreggono l’intero apparato teorico della General Theory ( d’ora innanzi indicata con G T): la “domanda effettiva”, il “moltiplicatore” e il concetto di “preferenza  per la liquidità” .

 Del primo dei tre pilastri  se ne propone una versione assolutamente  errata  dandone una esemplificazione  in termini di “equilibri parziali” poi estesa a livello macroeconomico  secondo la sequenza  appena più su riportata, il che  costituisce  metodologicamente oltre che filologicamente un rovinoso  equivoco.[7]

Del moltiplicatore si fornisce una tra le meno felici esemplificazioni  “didatticamente” parlando,  mancando di affidarsi a una  intuitiva comprensione del semplicissimo  meccanismo messo in luce da Richard  Kahn:   meccanismo che richiede elementari concetti di matematica  una volta definita la propensione al consumo/risparmio marginale e media,  che però  non vengono neanche nominate ( anche se sono essenziali per comprendere la ratio redistributiva di misure fiscali keynesianamente ispirate di cui,  è superfluo  dirlo,  non v’è traccia).[8]

Della “propensione alla liquidità” con l’ingannevole appello al  buon senso comune si fa riferimento esplicativo al bisogno di scorte liquide per fini precauzionali,  passando poi   a spiegarne la componente relativa alla domanda di moneta per fini speculativi . Non mancando nuovamente di segnalare come una caduta dei prezzi sul mercato della liquidità ( la Borsa) facendo aumentare il saggio d’interesse conduca ad “aspettative” rialziste con  aumento della propensione alla liquidità e quindi a quella caduta della domanda che nella sequenza ormai nota ( caduta dei prezzi, dell’offerta e  il conseguente manifestarsi della disoccupazione)   condurrebbe  alla dimostrazione della tesi centrale della  TG. Naturalmente nessun accenno  alla fatto che rebus sic stantibus intanto si perverrebbe all’equilibrio  generale (?) di non piena occupazione  in quanto alla caduta della domanda  (di merci),   -  onde destinare moneta  al ribattezzato “tesoreggiamento” sotto l’etichetta di “propensione alla liquidità”  che aumenterebbe  in coincidenza all’aumento del tasso d’interesse ( altra faccia della caduta dei corsi sul mercato obbligazionario ) –  non corrisponderebbe una adeguata offerta di moneta per eguagliare tutte le componenti della sua domanda ( per  fini  precauzionali e speculativi) . Dove  di bel nuovo si evidenzia la spiegazione ultima in senso quantitativi sta della GT . Circostanza  evidentemente  ignota a  Roncaglia.

Non si perda di notare come le “aspettative” rialziste nella circostanza si connotino in termini  di certezza  “ottimistica” per i futuri realizzi in Borsa quanto al futuro del corso delle obbligazioni,  nel mentre  l’aumento del tasso d’interesse che tali aspettative motiva   e che porta alla caduta degli investimenti  ( che sono  funzione inversa del tasso di interesse)  implica  aspettative pessimistiche  da parte degli imprenditori.  Dunque aspettative divergenti e confliggenti  sul piano macroeconomico  che  implicano una dualizzazione della “razionalità “ degli agenti economici quanto basta  per  fini dimostrativi da parte di Keynes . Dunque una doppia ipotesi ad hoc che  consegue all’”errore” di una insufficiente offerta di moneta ( terza ipotesi ad hoc che è matrice delle altre due)[9]. Oltre all’”errore” di chi specula in Borsa,   il cui ottimismo sui guadagni futuri  è destinato ad essere smentito dal pessimismo degli imprenditori.[10] Infatti la caduta degli investimenti e la conseguente  caduta dell’economia reale  non potrà non comportare una caduta del corso dei titoli sia  azionari che obbligazionari  ( non è vero necessariamente il contrario,  in quanto l’alterno andamento borsistico  ha una relativa autonomia  rispetto all’economia reale, mostrando il “gioco di Borsa” i suoi alti e bassi da casinò anche nelle fasi di crescita dell’economia e più in generale fuori dall’immediato ambito dello scoppio delle crisi cicliche nonché anche all’interno di queste). Parimenti si noti come una sufficiente offerta di moneta rispetto alla relativa domanda , automaticamente tale con una opzione endogenista quanto a  dimensione della moneta offerta , deprivi in origine di ogni validità la supposta spiegazione dell’equilibrio generale di non piena occupazione.  Ma su tutto ciò neanche un  accenno da parte di Roncaglia che prosegue nel suo “piano”  racconto  su Keynes come se la GT avesse con le sue tesi la stessa incontrevertibilità della legge della caduta dei gravi e la stessa armonia della geometria analitica cartesiana e i suoi singoli pezzi potessero essere  esposti  l’uno dopo l’altro come tessere di un unico imponente mosaico. Cosa tutt’altro che vera  risultando praticamente   di universale riconoscimento il suo   presentarsi come disiecta membra   di difficilissima  ricostruibilità in chiave di un rigoroso e non ambiguo “modello”. 

 

A tal ultimo proposito,  uno sproposito,  grande come un macigno. Se  quanto abbiamo appena visto  consegna in definitiva alla “teoria quantitativa della moneta” ( indicata con TQ, d’ora innanzi) e quindi al difetto di moneta offerta rispetto alla sua domanda  la spiegazione ultima del generale equilibrio di disoccupazione del sistema capitalistico ( vedi la caduta del livello generale dei prezzi), Roncaglia non solo  come già detto non mostra di averne la benché minima  percezione,  ma  ponendo in continuità  il Treatise on Money (1930) e la General Theory, ne ignora ( con conseguenze disastrose)  la opposta opzione in materia di teoria  monetaria all’interno delle due opere. Nel libro del 1930 Keynes assume che  la quantità di moneta  offerta  sia una grandezza endogenamente determinata ( essendo il livello generale dei prezzi  a dimensionarne sempre in maniera sufficiente  la quantità offerta di moneta)  , quindi ponendosi dal lato della corrente di pensiero  antiquantitativista, nel mentre  è obiettivamente e irrisarcibilmente  quantitativista  ed esogeni sta  ( assumendo  che  è la  quantità di moneta offerta a  determinare il livello generale dei prezzi) nel magnum opus del 1936, con l’aggravante di non rendersene conto,  insieme a quanti  sia suoi adepti  sia suoi oppositori  dissipando fiumi di inchiostro  si sono scervellati  e continuano a scervellarsi  nella interpretazione della GT.[11]

 

A conferma del ruolo di  magico  passepartout rivestito dalle “aspettative” nella GT – che è poi diventato un facile mantra utilizzato  a piene mani dalla “professione” dei nostri tempi ,  senza distinzione di “scuola”,  per spiegare ogni  fenomeno economico ex post , ovvero con il “senno di poi – come era facile prevedere anche alla luce di quanto sin qui seminato da Roncaglia, questi nel capitoletto intitolato “Mercati finanziari e stabilità” non manca di illuminarci seguendo Keynes nel diagnosticare come l’instabilità nei mercati finanziari ( in Borsa) sia dovuta di volta in volta al mutamento delle “aspettative”. Al di là della desolante inconsistenza  di un tale approccio e dell’avvilente serietà con cui esso ha trovato “fortuna”  a tutt’oggi  nel mondo degli economisti è il caso di  trarne spunto  onde puntualizzare alcune essenziali considerazioni  il cui riverbero critico sulla GT è tanto rilevante quanto definitivo.

 

Se si fa mente locale agli stadi che scandiscono  i cicli economici,   ( Il “classico”  ciclo Juglar di 7-11 anni)  che fanno da sfondo al retroterra problematico  delle crisi  ai tempi di  Keynes[12],   e in particolare si osserva la fase ascendente dei cicli,  si vede come questa venga interrotta dallo scoppio della crisi, che segna il “ punto di svolta superiore” di ogni ciclo e  da cui segue la fase recessiva con il conseguente emergere della disoccupazione di massa. Ciò detto appare evidente  come durante la  predetta fase ascendente del ciclo l’economia segua un sentiero virtuoso in cui trovano conferma aspettative sul futuro  basate sul passato. Circostanza che di per sé smentisce il rifiuto dell’approccio “frequentista “ ( il comportamento  del domani dei soggetti economici confermerà quello del giorno precedente)  da parte di Keynes   in relazione alla sua teoria  delle probabilità che mette capo alla sua teoria delle aspettative e dell’incertezza ,  incertezza che tali aspettative caratterizzerebbe in generale.  In tale stadio o fase del ciclo  regnando  aspettative certe  ( futuro confermato dal passato che si replica) ciò trascina con sé falsificandola la tesi della generalità dell’ “incertezza”: che nella stilizzazione  di un ciclo essenziale bifase riguarderebbe eventualmente  solo una di esse,  levando ogni pretesa di generalità  al “regno”  temporale dell’incertezza stessa.  Ma ciò non è tutto. Avuto adesso riguardo al punto di crisi, non è una mera e inedificante  banalità,  analiticamente del tutto sterile,  affermare che dalla fase alta del ciclo a quella discendente si è  verificato un mutamento di aspettative? E come se ciò non bastasse,  a essere puntigliosi, non si sarebbe autorizzati ad affermare  che anche  nella fase discendente del ciclo trova conferma il pessimismo  dei comportamenti  che la alimentano,   e che pertanto non v’è affatto incertezza? Incertezza che semmai potrebbe essere alla base  di un breve momento,  analiticamente indefinito e indefinibile e pertanto teoricamente  ingiustificato,  che registra poi il mutamento delle aspettative: dall’ottimismo,   che marca la fase alta del ciclo, al pessimismo che  marca quella della recessione. Incertezza che però  di per sé non spiega niente rappresentando  il sottostante mutamento delle aspettative,  a loro volta pregno della loro vuotezza  analitica.  Mutamento che   in realtà  è il vero  arcano della intervenuta crisi  che resterebbe tutta da spiegare: perché si passa dall’ottimismo al pessimismo  ( peraltro  entrambi opportuni  in senso “frequentista” , versus  la tesi del  Treatise on Money  applicate  nella GT )?. [13] Passaggio che nasconde l’arcano della crisi ( restando inspiegato il viraggio dall’ottimismo al pessimismo),   amplificato dal  suo  apparentemente paradossale carattere di sovrapproduzione assolutagenerale  e dal suo ciclico riprodursi;   ancorché con irregular regularity ,  per dirla con Schumpeter.

 

Ma  per giungere alle conclusioni appena  tratte occorre avere come oggetto d’analisi il capitalismo nella sua morfologia dinamica. Cosa esclusa dalle “ catene casuali brevi” su cui si tesse l’apparato analitico della GT come ricordatoci  confusamente da Roncaglia. “Catene casuali brevi” che ad altro non alludono  se non che il “modello” keynesiano è di natura statico-riproduttiva. Il che coglie un’altra essenziale contraddizione del magnum opus di Lord Maynard che rende impossibile il relativo demonstrandum. La disoccupazione è ontologicamente inconcepibile  in una economia  in equilibrio statico-riproduttivo e volere ricavare da un tale canovaccio la causa che a essa porta è come voler  studiare la causa delle cadute  in relazione a un corpo che non si muove.[14]

 

La sostanziale incomprensione da parte di Keynes nei confronti dell’ ineliminabile essenza dinamica del capitalismo è rivelata da una costante del suo pensiero.  Costante che attribuisce  alla instabilità dei prezzi  ( falsamente attribuibile  a mutamenti autonomi dal lato della domanda ) [15] la causa fondamentale  dell’instabilità capitalistica[16]. L’incomprensione in parola   risiedendo nel fatto  che la variazione dei prezzi    è fondamentalmente causata dall’incessante progresso tecnico  a  sua volta sollecitato dalla libera concorrenza. Fenomeni questi che rappresentano  l’essenza stessa del capitalismo, la sua faculté maîtresse ,  la sua missione storica tendenzialmente tesa oggettivamente a creare i presupposti per  liberare l’uomo dal lavoro. Ebbene   verso la fine del 1944  questa sua madornale miopia  trova una tarda e definitiva conferma  nel Keynes animatore degli accordi di Bretton Woods. Tra gli ingredienti della ricetta  lì proposta da parte di  Lord Maynard  si trova infatti quello della stabilità dei cambi  che tradisce la sostanziale incomprensione di ciò che motiva e alimenta il commercio internazionale, cioè l’obiettivo  di una bilancia commerciale  costantemente in attivo. Obiettivo  che pure il Keynes della GT non manca di sottrarre al generale rigetto  da parte della teoria economica ortodossa , segnatamente in versione neoclassica,  attraverso un suo  confessato e radicale (?)  ripensamento  che lo porta a una più generale rivalutazione del Mercantilismo.  Circostanza che non senza un apparente fondamento lo  motiva a estendere alla dottrina del free trade  (libero scambio)la sua critica alla dottrina del laissez-faire. Rappresentando la prima una naturale estensione della seconda  nel passaggio  metodologico da una economia “chiusa” ( agli scambi internazionali)  a una economia “aperta” ( al commercio internazionale). E’ vero che la temuta crisi mondiale  da riconversione per l’annunciata prossima fine della Seconda Guerra Mondiale   suggeriva come primo ottimo la cooperazione internazionale piuttosto che un ritorno a un generale panorama isolazionistico tra le nazioni  con la sottostante adozione di regimi autarchici. Ma dare al Fondo Monetario Internazionale il compito di:

a) finanziare squilibri eventuali,  momentanei e non strutturali,  delle bilance dei pagamenti di alcuni Paesi che si fossero trovati a registrare deficit  in tal senso;  b)affidare ai Paesi in attivo di raffreddare le loro economie  a fronte di politiche espansive nei Paesi in deficit;

  tradisce una sostanziale incomprensione della dinamica capitalistica  e delle sue pulsioni vitali nei singoli contesti nazionali. Tradendo altresì la falsa profondità della sua autocritica come pentito sostenitore in precedenza del libero scambio. Nel capitolo XXIII della GT infatti Keynes ritiene che  Paesi che si trovassero in condizione di recessione dovessero necessariamente ricorrere a idonee misure protezionistiche prima di applicare i corollari interventisti in politica economica che discendono dai dettami della Macroeconomia . Lasciando implicito che altrimenti,  dovendo finanziare in deficit tali misure d’intervento,   si corresse il rischio di rimanere  – in caso di intoccato regime di free trade  – beffati e danneggiati da partner più cinici  afflitti dalla stessa peste recessiva. Questi avrebbero potuto mancare di intervenire sulla deflazione in atto anche nel loro contesto  facendosi finanziare l’eccedenza del loro ex-import dal Paese keynesianamente ispirato ( che per l’efficacia delle misure prese avrebbe bloccato la caduta interna dei prezzi). Solo una volta raggiunta la piena occupazione da parte di tutti i partecipanti al mercato mondiale avrebbe avuto fondamento scientifico  aderire alle virtù sottese al libero scambio. A sua volta questa parziale profondità nella critica al free trade segnala un’altra  decisiva incomprensione   da parte di Keynes  circa la vera  natura ,  la  vera ratio delle crisi capitalistiche che egli riteneva un mero accidente  non necessario,  sfuggendogli la loro legittimità  o “razionalità”  o ineluttabilità capitalistica. Quella individuata da Marx nella contraddizione tra modo di produrre  oggettivamente sociale e di un non conseguente , in quanto privatistico,  modo di distribuirne i frutti.

Ignorando che le crisi capitalistiche hanno uno sfidante  arcano nel loro apparentemente paradossale  carattere di “sovrapproduzione assoluta” Keynes  manca  di collegare il free trade con l’esigenza di scaricare sui partner  nel mercato  internazionale  la crisi attraverso  l’ esportazione dell’eccedenza di merci invendute  al proprio interno  una volta che queste si presentano evidentemente a prezzi discendenti. In tale presupposto  risiedendo il principio Mercantilista del “beggar  thy neighbour” ( “impoverisci il tuo vicino”)[17]

 Come abbiamo sin dal 1984 dimostrato la vera sfida  scientifica ( implicita nel contributo di Schumpeter, che pur  non è andato oltre la  formulazione della sfida stessa,  mancando di coerentemente   raccoglierla sviluppandone l’eurismo  in chiave scientifica) in materia di crisi e ciclo e delle loro conseguenze in termini dello “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza” , consiste nel  dimostrare  che essi non sono un incidente evitabile ma un male “necessario”  ( in mancanza di “piano”,  oggettivamente evocato ) con cui metabolizzare il progresso tecnico che è frutto della  razionalità ottimizzante degli “ animal spirits”dei capitalisti. E che la strada iniziata da Keynes di puntare tutto sulla revoca in dubbio -  in varie modalità concepita e battezzata ,  anche dopo il tramonto dell’egemonia keynesiana in dottrina e pratiche di politica economica -   del postulato di “rational choice” con una attenuazione  della razionalità ottimizzante dei soggetti economici  ha condotto alla attuale miseria scientifica della  teoria e della pratica della ormai tradita e dimenticata Economia Politica.[18]

 Anche nel caso di Roncaglia non si può certo fargliene una colpa personale della assoluta mancanza di capacità analitica nella interpretazione del lascito di Keynes.  Tutto il periodo che ha fatto seguito all’egemonia del paradigma della “domanda effettiva” ,  compresi naturalmente i suoi oppositori,  fino ai nostri giorni ha marcato una epoca di decadenza inaudita della “scienza economica”. Le aporie eclatanti della GT e dei corollari che ne seguono  in modo imbarazzante non sono state  neanche sospettate. E gli esito rovinosi di tutto ciò si possono cogliere facendo mente locale che tutta la teoria economica contemporanea,  che pur ha ritenuto in varia guisa  d’affrancarsi dall’eredità “scientifica” di Keynes,   ne ha del tutto acriticamente incorporato il più letale dei difetti,  sviluppandosi  su presupposti basati sulla revisione al ribasso della razionalità ottimizzante dei soggetti economici ( “razionalità limitata”, “asimmetrie informative”, “informazione imperfetta “ et hoc genus omne).  E abbiamo visto a quali esiti inconcludenti ( logicamente “falsi” ) tutto ciò conduca. In un caso si è persino ricorsi  ( con il premio Nobel Lucas jr.) a sostenerne una specie di super- razionalità in termini previsionali al fine di  argomentare che i cicli siano il frutto di disoccupazione volontaria dovuta al rifiuto di lavorare a fronte dell’inflazione indotta da interventi statali nell’economia  che provocherebbero una caduta dei salari reali![19]

 Ma è da subito, nella formulazione  stessa della principale tesi della GT che si sarebbe dovuto cogliere la sua falsa partenza in termini logico-matematici. Al lettore attento ciò sarebbe dovuto  essere già annunciato nei suoi termini essenziali nel corso di questo scritto ove abbiamo fatto riferimento a quanto ora diremo.  Se Keynes  fosse riuscito a dimostrare che l’economia ( capitalistica) è assestata in generale a livello di  equilibrio non massima occupazione  risultando  il livello  di equilibrio di massima occupazione solo un  caso speciale , allora si sarebbe dimostrato l’assurdo: risultando  il caso  speciale o particolare  puntualmente  presupposto dal generale!  A meno che il gap deflazionistico ( cioè la differenza tra  massima occupazione e il suo livello sub-ottimale)  non risultasse del tutto indefinito insieme al completo nonsense dell’intero paradigma keynesiano. Qui si toccano con mano gli strali conseguenti la violazione della “legge di Duns Scotus”. Per comprendere quanto appena detto senza il ricorso a formalismi matematici basta riflettere  al fatto che senza un preciso valore del gap deflazionistico  resterebbe indefinito e indefinibile il quantum dell’intervento statale nell’ambito di misure antirecessive, con ciò levando ogni base alla  teoria interventista  keynesiana  e ai suoi corollari di politica economica, teoria concepita in opposizione a quella retta dal principio del laissez-faire.[20]

 Ma v’è dell’altro da aggiungere. Nel mentre la fase alta del ciclo è evidentemente contrassegnata da un equilibrio dinamico e la fase recessiva è tutta segnata da un perverso squilibrio, solo nella fase della depressione può concepirsi un eventuale e per qualche tempo “equilibrio generale di non piena occupazione”. Ma per quella parte di vero che si potrebbe concedere in tal ultimo caso  ( dove la generalità dell’equilibrio di non massima occupazione è solo relativo alla durata della depressione) ci sarebbe poco da dimostrare  evidenziandosi  la disoccupazione e la sua durata in punto di fatto, per tabulas ( una teoria della esistenza della pioggia è  pleonastica dinanzi ai dati pluviometrici secolari ). Ma  la depressione rappresenta  tanto poco una sfida scientifica  costituendo un mero esito di ciò  è invece scientificamente rilevante in quanto causa della depressione stessa, cioè la crisi e la successiva  recessione che si ferma allo stato eventuale di  depressione,  appunto. Stadio “eventuale” del ciclo  quest’ultima  che non fosse che per questo  mostra la sua non necessari- età sul piano analiticamente problematico. Tant’è che l’oggetto essenziale di ogni seria indagine sulla crisi e sul ciclo astrae dalla depressione e considera l’essenza del fenomeno da studiare in termini di un ciclo solo bifase ( espansione e recessione o contrazione).[21] E’ quindi  in qualche modo benevolmente nel vero  la opinione di alcuni commentatori della GT che  la ritengono  ( nei limiti che abbiamo visto) una “teoria della depressione”.[22] Benevolenza che,  se quello che abbiamo appena visto sta in piedi ,  rappresenta anche una condanna senza appello per irrilevanza,  costituendo ( come abbiamo detto)  nella depressione l’equilibrio di non massima occupazione un fatto empiricamente incontestabile  di cui è privo di ogni significato il tentativo di dimostrarne l’esistenza!

Ma lungi  tutto questo dall’essere passato almeno una volta per l’anticamera del cervello di Roncaglia che in realtà salta persino,  con il suo approccio  pedagogico  per scuole serali,  aspetti rilevanti  della vulgata su Keynes.

 Così  dopo naturalmente  aver passato per buono  e incontestato che il cantabrigese avrebbe dimostrato che il capitalismo si trova in generale in un equilibrio di non piena occupazione  e che quindi per  raggiungere la piena occupazione,  non bastando in generale le spontanee forze del libero mercato ovvero il laissez-faire, è necessario che lo Stato intervenga sistematicamente con spesa pubblica che sostituisce  l’insufficienza di quella privata, Roncaglia manca di sia pur  di accennare alla circostanza che esige stringentemente che la spesa statale sia finanziata in modo aggiuntivo   rispetto  a quella privata e quindi in deficit . Altrimenti ove fosse coperta da tassazione essa risulterebbe meramente  e inutilmente sostitutiva della domanda aggregata espressa dal settore privato. Questo dimenticanza non costituisce una nuance: non dovevano i DVD de l’Espresso  illuminare sui problemi dell’economia  nel mondo attuale? E il pesante e storico problema del  debito pubblico e del deficit di bilancio in Italia,  ma non solo,  non sono di una attualità che definire scottante è  largamente riduttivo?  E le radici  di un tale mastodontico problema  non sono da ricercarsi  nel non breve periodo in cui si è riconosciuta una intera epoca, l’“ epoca keynesiana” ( detta anche,  a seguito di  Jean Furastié,  dei “trenta anni gloriosi” )? Ebbene nel nostro caso non si  forniscono neanche i presupposti minimi per inquadrare il problema dei debiti sovrani e dei connessi  problemi che stanno facendo implodere l’economia occidentale.

 Ma andando avanti solo mestizia, con un Roncaglia che nel fare l’apologia di questo Keynes da bancarella di paese ritiene di fare opera di attualità denunciando  il fatto che la crisi attuale non sarebbe che il frutto di una sorta di damnatio memoriae verso  l’economista di Cambridge, tradito da cattivi apprendisti ( ancorché non nominati come tal nella veste di appartenenti alla  così detta “sintesi neoclassica”- ridotti al solo Samuelson –  che avrebbero svuotato   il suo messaggio  ritenendolo applicabile   solo al “breve periodo” imponendosi il laissez-faire sul “periodo lungo”. Altra imprecisione grossolana,  invero consistendo questa operazione nel concedere alla teoria di Keynes  e ai corollari interventisti di questa validità solo in assenza di perfetta flessibilità dei fattori produttivi  e segnatamente del lavoro.

Si fa poi cenno a Friedman, non nominato, che avrebbe sentenziato circa  l’inutilità degli interventi dello Stato nell’economia in quanto  scontati ex ante dai soggetti economici . Mancando di menzionare la barzelletta dell’altro Nobel e allievo di Friedman Lucas jr. ( cui abbiamo già fatto cenno) che con la teoria delle “aspettative razionali”  avrebbe fondato la “Macroeconomia Classica“ ( in realtà neoclassica) rivedendo al rialzo la tradizionale “razionalità” riconosciuta in dottrina ai soggetti economici. Superiore “razionalità” che in previsione degli interventi statali in economia  porterebbe ad astensione volontaria dal lavoro. Operazione che sdrammatizza la disoccupazione in quanto involontaria trasformandola in volontaria  connotando così l’intervento dello Stato  come dannoso piuttosto che inutile.

In questo afflato  apologetico dove persino Sraffa -  Roncaglia è un keynesian-sraffiano  e  in quanto sraffiano è  anche implicitamente anche un po’ (?) marxista -   ovvero il suo pensiero  è messo in cordata agli scopi di Keynes in quanto entrambi antineoclassici ,  la ragione rimanendo affidata alla loro amicizia(!)  in quanto del tutto irriducibili sono i loro diversi approcci [23]-  cosa dire del gran finale con cui il Nostro per uscire   dalla crisi attuale non manca di sperare in  un ritorno a Keynes? Altro che damnatio memoriae verso quest’ultimo”  trattandosi della corta memoria di quanti dimenticano , come fa Roncaglia,   a cosa ci ha condotto l’era keynesiana  con la stag-flation degli anni ’70 del secolo XX, dove trent’anni di una cattiva teoria e di una conseguente infondata politica economica invece di liberarci dal  ciclico ripresentarsi della crisi ha combinato quest’ultima con quello che la dottrina tutta ha ritenuto la sua opposta e inconciliabile patologia: la inflazione! Stag- flation che,  è  appena il caso di dirlo,  è rimasta un mistero inspiegato in punto di “scienza economica”,  così denunciando l’inconsistenza  dell’intero milieu degli economisti e in particolare sia di chi ha inserito Keynes  nel Gotha  della scienza economica  sia di chi senza un altrettanto  adeguato processo scientifico  lo ha da lì detronizzato.

Sarebbe  a questo punto sterile oltre che  pleonastico  inserire Roncaglia in questa poco gratificante compagnia.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




*Studiosi di Economia Politica del passato  insieme a connesse  tematiche rilevanti della “scienza economica” non possono in molti casi non essere evocati in modo più o meno  significativo nelle “lecture” degli studiosi che prenderemo in considerazione  tra quelli  proposti  dalla collana de l’Espresso. Cercheremo di non ripeterci , o di non farlo in modo pedissequo, ove ne corresse l’esigenza o fosse necessario non eludere il merito  degli argomenti, qualora su  questi ultimi ci fossimo in precedenza già espressi  nello sviluppare il nostro “contro-corso”.

 

[1]  Per l’ “individualismo metodologico”   è privo di significato qualunque concetto “ molecolare” che trascenda   istanze “atomistiche” ovvero  singoli individui. Sicché  risulterebbero  mere astrazioni, scientificamente  inapprocciabili  aggregati economici ( e sociali) che non  permettano di risalire  come loro  genesi a comportamenti  dei singoli agenti economici.  Così “società”  o  ancora  distinte “classi sociali “ non sarebbero  oggetti empiricamente accertati e accertabili, così  risultando privi di significato. Per parafrasare Margareth Tacher,  tutto ciò di cui non ci si può imbattere per strada è letteralmente inesistente.

 

[2]  Se si trattasse solo  di una parte rilevante o meno  ( circa i sui effetti a livello macroeconomico) dei soggetti economici cui revocare il postulato di razionalità ottimizzante, si ammetterebbe immediatamente un dualismo in fatto di razionalità che  revocherebbe quel postulato attraverso una palese e marchiana ipotesi ad hoc. Come vedremo  nel testo non meno ad hoc risulta essere l’abbandono di quel postulato per tutti i soggetti economici. Inoltre è altresì evidente che il postulato  di  rational choice ovvero di “razionalità ottimizzante” dei  soggetti economici risulta “indivisibile : ogni  pensabile attenuazione  di quel concetto ( o funzione) vìola la logica  bivalente delle proposizioni vero-funzionali che vuole che  esse siano o vere o false: nel caso di specie o si è razionali o non lo si è,  tertium non datur!

 

[3]  Seguendo Roncaglia: la teoria classica delle probabilità  è quella relativa a eventi delimitati da “spazi chiusi” a priori ( dadi, ecc.); la teoria frequentista è quella che assegna le probabilità di un evento futuro alla frequenza con cui esso si è manifestato nel passato; la teoria soggettiva delle probabilità (sarebbe quella   fatta propria dalla matematica finanziaria a noi contemporanea)  assegna queste ultime secondo un sistema  soggettivo di scommesse inquadrato in schemi “razionali” ( Keynes a tale ultima tipologia contrapporrebbe l’infondatezza del grado di fiducia da essa presupposto).

 

[4]  L’espressione  “partial rational belief” in relazione al Keynes del Treatise on Probability è di  R.B. Braithwaite, Keynes as Philosopher, in M.Keynes (Editor), Essays on John Maynard Keynes, Cambridge University Press, Cambridge, 1975, 238.

 

[5] Non terremo conto nel testo del sostanziale arenarsi per improlificità o assenza di  eurismo scientifici  della “innovazione” proposta da Keynes riguardante l’assimilazione alla logica della teoria delle probabilità. Un resoconto  di ciò nel senso detto è fornito da N. Georgescu-Roegen, Analytical  Economics Issues and Problems ( Foreword by P.A. Samuelson), Harvard University Press, Cambridge Mass., 1966,, p. 184 e sgg., e p. 241 e sgg.  

 

[6] M.L.Dalla Chiara Scabia, Logica, Mondadori, Milano, 1979,, p., 80.

[7] Per Keynes la definizione di “domanda effettiva” è immediatamente coerente con la sua impostazione della teoria Macroeconomica risultando  la domanda effettiva individuata dal luogo d’incontro della domanda globale ( consumi + investimenti) con la curva dell’offerta globale;  domanda globale che secondo la tesi centrale della GT  individua un livello dell’offerta globale  inferiore  in generale a livello della massima occupazione. Circostanza quest’ultima che condanna in modo tanto eclatante quanto ignorato in letteratura  la GT a un livello di inaudita e fatale contraddizione che la falsifica senza appello, come vedremo più innanzi nel testo.

[8] La costante ancorché inapplicata attualità di politiche fiscali redistributive antirecessive  (e quindi a sostegno della domanda globale)  a favore di classi di redditieri con maggiore propensione alla liquidità  (perché meno ricche)  di altre ( perché più ricche)  avrebbe  dovuto trovare spazio in un intervento  e una “collana”  orientati a illuminare sulla realtà economica del nostro tempo. Nostro tempo dove tra i “miracoli” della “Globalizzazione” si registra un aumento in tutti i contesti  mondiali della concentrazione del reddito.

 

[9] Con una offerta di moneta  sempre sufficiente a soddisfare la relativa domanda scomparirebbero  le cause(?) che  secondo Keynes portano alla caduta della domanda aggregata o globale: a)non si sottrarrebbe moneta  al circuito degli scambi nell’economia reale;b)non vi sarebbe pertanto l’esigenza di soddisfare un aumentata propensione alla liquidità  con moneta sottratta ai predetti scambi;c)  non si manifesterebbe un calo degli investimenti in quanto  per la “legge di Walras” dandosi l’equilibrio su n-1 mercati ( della moneta e del lavoro) sarà necessariamente in equilibrio anche l’ennesimo mercato (quello dei beni d’investimento). Il che significa che con moneta offerta sempre sufficiente non vi sarebbe motivo per un aumento del saggio d’interesse al di là del suo valore di equilibrio “ottimale”( corrispondente al reddito di piena occupazione).

 

[10]  Se le aspettative rialziste, quali si danno secondo Keynes allorché  il tasso d’interesse raggiunge livelli sufficientemente elevati  sul mercato obbligazionario, fossero puntualmente confermate  ciò configurerebbe un caso di aspettative certe che in generale  Keynes  non  dovrebbe evidentemente ammettere, come invece fa smentendo la sua tesi del generale clima di incertezza che regna nel mondo dell’economia. 

[11] In realtà nella GT i prezzi son dati e costanti, in quanto  variazioni della domanda  determinano movimenti delle scorte (di magazzino). Ma  non v’è chi non veda come i movimenti delle scorte equivalgano  virtualmente  (come anticipazioni) al movimento dei prezzi ( un aumento delle scorte preludendo a una caduta dei prezzi , e viceversa una diminuzione  delle scorte preluda a un aumento dei prezzi).

 

 [12] Il più o meno sistematico e più o meno rilevante intervento dello Stato con politiche anticicliche,  a partire dal  secondo dopoguerra e  a seguito dell’affermarsi  del paradigma della “domanda effettiva”- ma anche  dopo il  ritorno  e la rivincita neoliberista che non ha mai mancato nei “ momenti brutti” di ricorrere a livello sintomatico e in mancanza di alternative a misure “interventiste” -  hanno evidentemente  alterato  la fisionomia temporale  del ciclo Juglar e l’entità delle grandezze da esso  implicate.  

 

[13]  E’ Schumpeter che profeticamente  – e non molto dopo la pubblicazione della GT  - lapidariamente e icasticamente assimila all’ “errore”, come pseudo deus ex machina esplicativo  in un contesto dimostrativo,  le “aspettative”: […] Unless  we know why people espect what they expect , any argument is completely valuless which appeals to them  as causae efficientes […]; J- A. Schumpeter, Business Cycles ,Vol. I, McGraw-Hill  New York  &  London, 1939, p.140.

 

[14]  Sui limiti statici dell’apparato analitico della GT è ancora Schumpeter ad aver, invano, allertato il mondo degli studiosi  di economia. […] Those who look for the essence of capitalism in the phenomena that attend the incessant recreation of this apparatus and the incessant revolution that goes on within it must therefore excused if they hold that Keynes’s theory  abstracts from the essence of capitalist process. […]: J. A. Schumpeter, History of Economic Analysis, Allen & Unwin, London, 1976, p. 1175; Idem, John Maynatd Keynes, <<The Amrican Economic Review>>, Vol. XXXVI, n.4. Septembere 1946, tr. It, in J. A. Schumpeter, Dieci grandi economisti, UTET, Torino, 1965, pp. 436-7.

 

[15] Mutamenti  autonomi  ( e quindi  non necessitanti di ulteriori spiegazioni) della domanda,  sussunti di fatto dalla teoria delle “aspettative” e dell’”incertezza” .

 

[16]  Il più autorevole conoscitore  dell’eredità intellettuale e della vita stessa di Keynes, Robert Skidelsky, più volte nei suoi monumentali tre volumi  dedicati alla biografia e all’intera attività pubblicistica del cantabrigese  segnala il costante convincimento da parte di quest’ultimo che fosse l’instabilità dei prezzi da controllare,  al fine di evitare l’emergere del problema  dell’instabilità capitalistica  e della disoccupazione.  Vedi a tal proposito,  e in particolare , R.Skidelsky,  John Maynard Keynes, the  as  Saviour 1920-1937, Macmillan, London, 1992, p.218-220.

 

[17]  Per una dimostrazione rigorosa  della fondatezza di politiche mercantilistiche  versus la teoria- ricardiana dei dei costi/ vantaggi comparati per tutti gli scambisti attraverso il free trade, vedi, V.Orati, Globalization Scientifically Unfounded,  Special  Issue  edited by << International Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Bangalore, 2003,  ( ed.it. Editori Riuniti, Roma, 2003 e seconda ed. it. ampliata, Thyrus, Terni, 2008;

 

[18] V.Orati, Produzione di merci a mezzo lavoro, Liguori , Napoli,1984; Idem, L’anomalia della stag-flation e la crisi dei paradigmi economici. Una soluzione neomarxiana, Liguori, Napoli, 1984;Idem, Il ciclo monofase. Saggio sugli esiti aporetici della “dinamica” di J.A.Schumpeter, Liguori, Napoli, 1988;Idem, Il (corto)circuito, ovvero una moneta per l’economia, Isedi, Torino, 1992;

 

[19] Per una puntuale e analiticamente più ricca e sviluppata critica complessiva alla GT e alle “conseguenze di Mr.Keynes” vedi:  V.Orati, All  of Keynes’ Mistakes ( True and Unknown), << International Journal od Applied Economics and Econometrics, Vol.20 n. 3  July-September , 2012  ( Special Issue on John Maynard Keynes, Part V).

 

 

[20]  Come abbiamo detto  altrove nel testo  un altro modo per cogliere la contraddizione di cui si tratta consiste nel porsi la domanda: come e quando si è raggiunto il livello di massima occupazione – da cui discende necessariamento quello di non massima occupazione -  se questo si dà solo in un caso speciale? 

 

[21] La riduzione in letteratura  a un ciclo solo bifase come oggetto essenziale di studio in materia di cicli economici rimanda alla centralità del punto di svolta superiore  ( crisi) come autentica e unica causa ( principum individuationis ) del fenomeno da indagare.

 

 [22]  J.A. Schumpeter, Dieci grandi economisti, op.cit., p.437.

[23] Ma la irriducibilità del “contributo” di Sraffa, non a caso detto “neoricardiano”,  e quello di Keynes ( che ricordiamo fa salva la intera struttura teorica della Microeconomia) è assolutamente ignorata da Roncaglia.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 458

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