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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13766 volte 25 novembre 2013

Quel prete ciociaro che nel 1871 inventò il deficit spending

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana, Primo Piano

La strordinaria (ed attualissima) storia di Don Francesco Raimondi, che anticipò Keynes di quasi settant’anni

“In una ben ragionata economia economizzare nel non spendere è un assurdo”.  La frase non è di John Maynard Keynes, ma di un quasi sconosciuto prete ciociaro che un secolo e mezzo fa fu il primo sindaco dopo l’Unità d’Italia del piccolo Comune di Montelanico: 1700 anime circa, allora, (e oggi poche di più), alle pendici dei monti Lepini, nel Lazio meridionale.

A parte dunque  l’apparato teorico col quale nella sua “The general theory of employment, interest and money” Keynes nel 1936 giustificò la sua tesi sul “deficit spending”, quale valido strumento per rilanciare lo sviluppo, sul piano pratico in fondo il grande economista inglese scoprì  l’acqua calda ed  inventò l’ombrello.

Nella sua storia dell’economia John Kenneth Galbraith ricorda che, nella pratica, Hitler applicò le tesi di Keynes ancor prima che questi le formulasse.

Ma molto prima di Hitler, e con ben altro spirito e cuore, ad “inventare” il “deficit spending”, nella sua  accezione più nitida, cioè spesa pubblica in disavanzo a sostegno dello sviluppo economico, fu appunto Don Francesco Raimondi, personaggio straordinario, sacerdote e mazziniano, combattente a difesa della Repubblica Romana, condannato a quindici anni di prigione dal governo Pontificio, perseguitato a lungo, cui infine inutilmente l’amico e compagno di studi al Collegio Romano, Gioacchino Pecci, divenuto papa Leone XIII° (non a caso quello dell’enciclica sociale “Rerum Novarum”), offrì piena riabilitazione ed una decorosa e serena  vecchiaia, con la cura della  Basilica di Santa Maria Maggiore o addirittura la carica di vescovo di Amalfi, e l’intento di farlo suo stretto collaboratore. E al prete modesto che rifiutava quegli onori : “Dimmi cosa vuoi, Francesco”;” “la sola santa benedizione, Sua Santità”, rispose don Raimondi, e si abbracciarono, salutandosi per l’ultima volta.

L’episodio è ricordato in un libro di Luigi Roberti, edito una decina d’anni or sono ad opera dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Montelanico.

 

Un keynesismo ante litteram in nome della giustizia sociale

 

Ma torniamo alla politica economica adottata da don Raimondi nel quinquennio (1871-1876) in cui fu “primo cittadino” del piccolo Comune ciociaro, perché nelle sue scelte, nella sua opera, nelle sue aspirazioni,  si possono scorgere, come in filigrana, straordinari frammenti di attualità.

Non si limitò infatti alla convinzione che sia assurdo per un’Amministrazione pubblica “economizzare nel non spendere” (oggi si direbbe, mantenere un avanzo, o il pareggio di bilancio, come impone invece l’Unione Europea con il “fiscal compact”). Don Raimondi andò ben oltre: “Ad una severa ma giusta politica tributaria che faceva affidamento sulle imposte dirette – sottolinea Luigi Roberti – ciò che caratterizzò la finanza del Raimondi fu il ricorso al credito, sia nel raggiungere il pareggio di bilancio che nel fronteggiare nuove opere pubbliche: un espediente che contribuì ad incrementare in misura notevole le attività produttive, dando valore al capitale privato come forza propulsiva da porre al servizio dello sviluppo economico”.

E di sviluppo economico nell’anno di grazia 1871 il paesino di Montelanico aveva indubbia necessità. Praticamente non c’era nulla: né acquedotto, né illuminazione pubblica, né scuole elementari complete, né ospedale, e neppure un adeguato cimitero. Tantomeno un ufficio postale, e le vie di comunicazione coi paesi vicini erano in alcuni casi sentieri larghi un metro o poco più.

L’”organico” del Comune si componeva di due scopini, due becchini, un servente comunale, l’organista, il regolatore dell’orologio pubblico, un medico condotto, il segretario comunale ed infine un maestro ed una maestra per le sole prime due classi della scuola elementare.

 

Un generoso  piano di ammodernamento

 

Già dal primo anno il sindaco Raimondi si propose un generoso ed ambizioso piano di “modernizzazione”, come oggi si direbbe: organizzare adeguatamente l’Ufficio municipale, completare le scuole elementari con le classi mancanti e costruire un asilo infantile; istituire il Corpo di Guardia Nazionale (in pratica vigili urbani e forestali), un conciliatore, un nuovo sistema tributario, provvedere più adeguatamente alla sanità pubblica, pulizia delle strade interne e adeguamento di quelle esterne, fondare infine lo sviluppo del paese sulle risorse  locali esistenti, cioè il legname dei boschi, il carbone che se ne ricavava, la calce ottenuta dalle pietre, i mattoni, i cereali. E per favorire l’occupazione e lo sviluppo, una serie di lavori pubblici, che oggi fanno un po’ sorridere, ma che poco meno di un secolo e mezzo fa per un piccolo paese sperduto tra i boschi, ai piedi dei monti Lepini, rappresentano uno stupefacente progresso. Si trattava di portare l’acqua: non nelle abitazioni, ovviamente, ma nella piazza, costruendovi una fontana, e una volta condotta l’acqua, costruire anche un lavatoio pubblico (le donne a quel tempo andavano a lavare i panni nei torrenti…); a servizio quindi delle attività agricole costruire nuovi granai ed un mattatoio comunale, e migliorare la viabilità, in particolare verso Segni, la via Casilina e la stazione ferroviaria di Anagni. Ed inoltre istituire la toponomastica delle  strade e l’anagrafe comunale dei cittadini (sino ad allora esisteva solo quella parrocchiale).

Per prima cosa fu avviata la pratica per l’apertura di un Ufficio telegrafico “a vantaggio delle relazioni sociali e del commercio”, quindi il paese fu dotato di venti lampioni a petrolio, ed un  “lampionario” aveva il compito di “accendere i fanali all’Ave Maria e spegnerli allo spuntar del sole, mantenendovi una fiamma naturale e a tutta carica”.

Un ulteriore provvedimento ancora di attualità nelle moderne vie della “movida” fu l’ordinanza di chiudere alle 3 della notte osterie, caffè, locande,” ove si schiamazzava con canti e suoni”.

Nel quinquennio quasi tutti gli obbiettivi furono raggiunti, ma – ecco il punto –  il sindaco-prete di Montelanico si rese  conto ben presto che non si potevano tassare più di tanto i cittadini, e che bisognava anche ricorrere al credito.

 

Il ricorso al credito in “deficit spending”

 

Cominciò col chiedere un piccolo prestito di 1900 o 2000 lire, perché, disse Don Raimondi in Consiglio Comunale “essendo uno dei principali obblighi del Comune quello di disfare (cioè adempiere n.d.r.) ai propri impegni, e non trovandosi numerario di sorta nella Cassa Comunale, questa Giunta Municipale, da me invitata allo scopo di non vessare i cittadini per esigere gli arretrati da loro dovuti al Comune (altro che Equitalia coi suoi soprusi! N.d.r.), ha chiesto ed ottenuto dal Capo del Circondario, da cui dipendiamo, l’autorizzazione ad un prestito di 1900 o 2000 lire alle condizioni più buone possibili”.

Don Raimondi giudicava che non si potesse fare altrimenti: erano state imposte tutte le tasse, che ricadevano sui pubblici esercizi ( meno di una ventina, tra osterie, caffè, orzaroli ed il fornaio); le tasse sul bestiame (nel 1874 vi fu una diminuzione delle tasse su capre e pecore), e l’odiato ed odioso “focatico”, una tassa sul “focolare”, cioè una imposta famigliare.

 “La tassa sul focatico, notava Don Raimondi, fu quella che in ogni esercizio diede origine a continui lagni, ed infatti è cosa giusta  che il principe Doria paghi la stessa tassa dei signori Rinardi Achile o Rossetti Luigi e Vincenzo? (nomi, evidentemente, presi a caso tra gli abitanti meno abbienti…) E’ cosa equa che il servo, colui che nulla possiede, che per satollare sé e la sua numerosa famiglia senza nulla possedere, esce alla campagna alla mattina e ne ritorna alla sera  madido di sudore, paghi come chi possiede e terreni e fabbricati e capitali? Mai no!!!”.

 

Imposte dirette e progressive quasi un secolo e mezzo fa

 

E non ebbe pace Don Raimondi finché non riuscì ad invertire il sistema tributario.  Facendosi forte di una sentenza del 1850 del Consiglio d’Intendenza di Cagliari, stabilì che la tassa di fuocatico dovesse esser pagata “solo da coloro che possiedono beni stabili e capitali, oppure che hanno qualche lucrosa professione, levandone il cosiddetto proletariato, l’uomo della gleba, il servo”.  Propose anche una gradualità d’applicazione: per i possessori di fondi rustici ed urbani l’1% (una lira ogni 100 di estimo), per i commercianti di bestiame, professionisti, negozianti il 3% (3 lire ogni 100 di rendita). E nel 1873 alla tassa del fuocatico aggiunse un articolo che assoggettava ad essa anche “i corpi morali, e per essi i loro rappresentanti. Con tale emendamento in pratica venivano tassati i beni ecclesiastici. Ed a nulla valse il puntuale ricorso del Capitolo di Segni.

Forse l’attuale nostro governo delle larghe intese, “mutatis mutandis” potrebbe trovare per l’Imu qualche spunto di suggerimento dalla “filosofia” su cui si basava Don Raimondi  nell’applicare la tassa sul fuocatico.

Anticipando di quasi un secolo un dettato della nostra Costituzione Don Raimondi affermava. “E’ intenzione del sottoscritto ottenere che ogni cittadino contribuisca in ragione delle proprie sostanze al pagamento di tutte le tasse comunali”.

Il fatto che il fuocatico dovesse gravare solo sui possidenti e sugli abbienti, naturalmente suscitò in essi qualche  mugugno.

“Noi tutti, sottolineò Don Raimondi in Consiglio Comunale, siamo chi più chi meno possidenti, ma ciò non deve minimamente influire perché al progetto della Giunta non facciate buon viso. Guai se in quest’aula entrasse l’egoismo! Meglio per noi sarebbe dichiararci fin da oggi inabili a condurre per bene la pubblica cosa, faremmo più onore il dimetterci in massa”.

E qui, per carità di Patria, meglio non fare paragoni col nostro tempo presente.

Don Raimondi, come dicevamo, piuttosto che imporre a tutti tasse più onerose, nel quinquennio del suo governo a Montelanico ricorse al credito: la prima volta per duemila lire, una seconda, come ora vedremo meglio per diecimila. Ma il suo era un “deficit spending” ragionevole ed oculato: la prima volta si trattava di sopperire ad entrate  che tardavano per  lungaggini burocratiche; la seconda escogitò una forma di copertura e di pagamento rateale del debito che sta a metà strada tra credito su pegno e le moderne forme di cartolarizzazione.

Qualche consigliere avrebbe preferito aumentare le spese, aumentando le tasse, ma Don Raimondi, che teneva i piedi per terra ammonì: “Volete accrescere spese, pensate prima ai fondi, e se non li avete rinunciate alle vostre utopie. Mi direte, il popolo quando conoscerà farà ogni sacrificio, ed io vi dico che non conoscete il popolo. Il popolo vuole tutto, ma quando toccate la corda dell’interesse, questa vibra stonata”.

Fu così che per il più consistente prestito di 10.000 lire (quando il bilancio annuale del Comune non arrivava a 25.000 lire) Don Raimondi decise di mettere a frutto, ragionevolmente, “la straordinaria risorsa dei boschi comunali”.

 

Nessuna privatizzazione del patrimonio pubblico

 

I privatizzatori ad oltranza di oggi  avrebbero proposto, naturalmente, la vendita di quei boschi, magari al principe Doria, che possedeva già enormi territori nel circondario.

Don Raimondi se ne guardò bene: li mise invece a frutto, nel miglior modo possibile. Cominciò col tagliare tutte le piante di noci ed alcuni boschi e fronteggiò il disavanzo del Comune con la vendita del legname; parte del terreno dissodato sarebbe stato poi concesso in colonìa, a condizioni da stabilirsi con apposito capitolato. Nelle macchie tagliate, il terreno avrebbe dovuto inoltre esser  rimboschito con piante di castagni, che anch’essi in un tempo ragionevole avrebbero poi  fornito altro legname e frutti.

Ma l’operazione  finanziaria più innovativa fu senza dubbio quella connessa con lo “sfallo”, cioè con lo sfoltimento razionale e graduale dei boschi comunali, che permise appunto di finanziare il prestito di 10.000 lire.

“Tale sfallo, sottolineava Don Raimondi, non solo ci permetterà di mettere in sesto le nostre finanze per il corrente esercizio, ma sarà largo di introiti per sempre, poiché anno dopo anno, dividendo le macchie in varie sezioni, avremo una entrata certa di cui tanto abbisogna questa amministrazione”.

 E non solo lo” sfallo” avrebbe dato per vari anni un reddito, ma avrebbe consentito al bosco di crescere poi più rigoglioso, “poiché in certi tratti su pochi metri quadrati di terreno crescono decine di piante” e tale molteplicità “impedisce il crescere delle stesse, con grande discapito degli interessi comunali”.

A chi dubitava il sindaco Raimondi invitava “a volgere lo sguardo per coloro che non han viaggiato oltre il nostro territorio comunale, alle selve di Casa Doria, il quale dopo tali sfalli ha ottenuto e va ottenendo entrate non indifferenti e una invidiabile vegetazione”.

 

Una mezza cartolarizzazione con sana politica forestale

 

Insomma:¨una operazione di sana politica forestale e nello stesso tempo un’operazione finanziaria  considerevole: lo sfoltimento dei boschi comunali, secondo un calcolo dell’agente forestale avrebbe procurato un ricavo di 4.000 lire per ognuno dei 6 anni successivi. Il prestito di 10.000 lire dunque era più che garantito e coperto.

Il definitiva: col prestito, che permetteva subito di “dar mano a qualche lavoro di pubblica utilità e decoro” Don Raimondi  monetizzò subito un flusso di denaro futuro e certo.  Che è la condizione e la prima parte delle moderne operazioni di “securitization” o “cartolarizzazione”. Se la banca avesse compiuto anche la seconda parte, cioè avesse intestato i diritti dello “sfallo” ad una società- veicolo, la quale avesse emesso  a sua volta obbligazioni, avremmo avuto una “cartolarizzazione” vera e propria, cioè una operazione finanziaria  inventata più di un secolo dopo.

Abbiamo ritenuto opportuno, sulla scorta del libro di Luigi Roberti, rievocare e render più nota questa vicenda apparentemente minuscola, riguardante l’amministrazione di un paesino di duemila anime, poco  oltre la metà di due secoli or sono, non solo per rendere giustizia postuma ad un prete mazziniano che per i suoi ideali di libertà e giustizia languì per più di 12 anni (tre gli vennero infine condonati) nella terribile “Pia Casa di Penitenza” di Corneto (l’attuale Tarquinia), ma anche perché  quella storia ha ancora sorprendenti spunti d’attualità sul piano economico e finanziario, ed evidenziando quanti sforzi collettivi, quanti sacrifici, hanno richiesto ai nostri avi libertà e progresso, ha soprattutto  molte cose da insegnare e su cui riflettere, in questa nostra epoca che agli ideali di giustizia sociale sembra aver sostituito  il disegno di una società darwinista che tutto mercifica ed in cui la prima legge, che tutto sovrasta, è quella del mercato.

 

Giorgio Vitangeli

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