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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 20511 volte 31 luglio 2013

Privatizzazioni: perseverare diabolicum

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

 

 

Ignorando tranquillamente il coro di  critiche che ha sommerso l’accenno alle privatizzazioni, anche di Eni Enel e Finmeccanica, fatto dal ministro del Tesoro Saccomanni al recente summit del G20 a Mosca, il presidente del Consiglio Letta è tornato sul tema nella sua visita ad Atene, preannunciando che in autunno il governo presenterà un piano di privatizzazioni.

Privatizzazione di cosa? Allo Stato, com’è noto, a parte gli immobili, sono rimaste quote di controllo (anche tramite la Cassa Depositi e Prestiti) di Eni, Enel, Finmeccanica e Terna,  le Poste e le Ferrovie.

L’Eni assicura all’Italia- la cui economia dipende quasi totalmente da energia importata – un minimo di autonomia nell’approvvigionamento energetico.

Enel ed Eni assicurano la produzione e la trasmissione di energia elettrica, cioè della forma di energia che più caratterizza la società moderna.

Finmeccanica, oltre ad essere presente nel settore della difesa, (e neppure i più accesi liberisti ardiscono proporne la totale privatizzazione) è attiva nell’industria aeronautica e spaziale, nelle tecnologie avanzate, nell’energia e nei trasporti. E’ rimasto quasi l’unico grande gruppo industriale italiano che investe massicciamente nella ricerca.

Le Ferrovie assicurano i collegamenti su rotaia: una modalità che con l’alta velocità sta vivendo una sua seconda giovinezza, mentre resta spesso insostituibile nel breve e brevissimo raggio.

Le Poste, con la fittissima rete di Uffici diffusi in tutta la penisola e con lo sviluppo di prodotti e servizi finanziari, sono potenzialmente la prima banca del nostro Paese.

Cedere all’iniziativa privata questi ultimi brandelli di sovranità economica non sarebbe solo un errore: sarebbe un vero e proprio delitto perpetrato ai danni dell’economia nazionale. A rilevare il controllo di queste società infatti quasi sicuramente non sarebbero capitali italiani (quale privato in Italia ne ha oggi la disponibilità finanziaria?), ma società e capitali stranieri, magari nella forma di fondi d‘investimento più o meno “hedge”.

Le privatizzazioni servirebbero ad attenuare il disavanzo pubblico e con ciò a ridurre il rapporto tra debito pubblico e “pil”? Doppiamente falso. A cominciare dagli anni ’90 è stata privatizzata gran parte dell’industria pubblica italiana, ed il rapporto debito- pil dopo un lievissimo sollievo è oggi ancor più grave di allora. Perché quel rapporto non si abbassa vendendo i gioielli di famiglia o sottoponendo il Paese ad austerità feroci, che portano con sé recessione, abbassando così il “pil” e facendo del riequilibrio una interminabile fatica di Sisifo, ma ritrovando la strada dello sviluppo economico.

La gestione privata è in grado, per sua natura, di rendere le imprese più efficienti, migliorare i risultati gestionali e per questa via favorire lo sviluppo economico?

Anche questo è un dogma che la realtà  ha più volte clamorosamente smentito. Alcuni giorni or sono Massimo Giannini, sul quotidiano “La Repubblica” ha ricordato l’esemplare vicenda di Telecom. Prima della ventata di privatizzazioni la Stet, cioè la finanziaria dell’Iri per le telecomunicazioni,che controllava la Sip ( quella che è oggi Telecom Italia), era chiamata “la gallina dalle uova d’oro”. Una miniera inesauribile di utili. La Sip era al secondo posto in Europa tra le grandi Compagnie telefoniche.  Ripresasi rapidamente dopo gli anni di demagogia politica, quando le tariffe erano state praticamente bloccate e c’era chi pretendeva che il servizio telefonico, come i  trasporti urbani, dovesse essere gratis, aveva iniziato ad investire massicciamente nel rinnovamento degli impianti e nelle nuove tecnologie, e si era affacciata anche sui mercati internazionali, Sud America “in primis”. Erano l’inizio degli anni ‘80 quando la Società  telefonica pubblica già pensava, con il progetto “Socrate”, di cablare con fibra ottica le grandi città, e con la “banda larga” aprire delle vere e proprie “autostrade telematiche” lungo tutta la penisola,  presupposto di una modernizzazione che avrebbe messo l’Italia ai primi posti della moderna civiltà delle telecomunicazioni.

La privatizzazione impedì volutamente tutto ciò. Il progetto “Socrate” fu bloccato, con la giustificazione che se avesse costruito la rete in fibra ottica prima della privatizzazione, la società avrebbe poi goduto di una situazione di monopolio.

Alla “gallina dalle uova d’oro” fu tirato il collo. Telecom in un primo tempo, con la privatizzazione, divenne preda di un “nocciolino duro” (raccoglieva in tutto poco più del 6%) messo in piedi dalla “Galassia del Nord”, in cui la Fiat pretendeva di dettar legge avendo una quota irrisoria del capitale della società telefonica. Poi il “nocciolino duro” fu facilmente frantumato dall’arrembata dei “corsari coraggiosi” Colaninno e Gnutti, che la scalarono a debito,  ma il boccone era troppo grosso e rischiava di strozzarli, per cui passarono la mano a Tronchetti Provera che dopo averne assunto, anche lui a debito, il controllo,  “spolpò a dovere”, come scrive Giannini, quel che Colaninno e Gnutti non avevano fatto in tempo a spolpare.

A tentare di “mettere una pezza” è sopraggiunta infine la Telco, società formata da alcune grandi banche e nella quale gli spagnoli di Telefonica hanno la quota maggiore ( oltre il 46%).

Ma a quella che era la grande società telefonica pubblica italiana  sembra sia stata rotta la spina dorsale, gravandola di un debito lordo che si avvicina a 40 miliardi di euro.

Nella prima privatizzazione l’azione venne collocata a quasi 11.000 lire. Oggi vale 45 centesimi di euro, e la società sembra giunta al capolinea.

E’ una storia, questa, su cui Letta ed il suo governo dovrebbero riflettere a lungo, prima di parlare di nuove privatizzazioni.

Discorso diverso è quello degli immobili di proprietà pubblica. Essi potrebbero anche essere venduti, pur essendo in certi casi un’operazione ardua e complessa. Ma non c’è alcun bisogno di cederli. Lo ha ammesso anche il ministro Saccomanni: potrebbero essere utilizzati come “collaterale”, cioè come garanzia per titoli, e smobilizzarli così senza venderli. A tale riguardo Vittorangelo Orati, coadiuvato ora da un “team” di economisti, da uomini di finanza e d’impresa, da giuristi, da esponenti del mondo del lavoro, ha elaborato una proposta precisa ed articolata, che “la Finanza” presenterà pubblicamente dopo la pausa estiva.

Giorgio Vitangeli

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 240

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