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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 22901 volte 24 giugno 2013

Privatizzate tutto: ecco la ricetta dell’Istituto Leoni per l’Italia

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia Italiana

Riportare il rapporto debito pil sotto la soglia del 100%, questo l’obbiettivo che si potrebbe raggiungere, secondo uno studio dell’Istituto Leoni, attraverso una decisa politica di privatizzazioni e dismissioni.

Il prestigioso Istituto, versione nostrana dei think tank economici anglosassoni, sostiene che se lo Stato vendesse, o come molti accusano, svendesse i suoi immobili e le sue partecipazioni si potrebbe ottenere la “cassa” per abbattere il debito di almeno 17 punti.

Le risorse per risanare, o quantomeno migliorare sensibilmente, la salute dei nostri conti pubblici andrebbero dunque cercate in quei 271 miliardi di euro che si potrebbero ottenere vendendo una parte degli immobili di proprietà dello Stato (136 miliardi di ricavo) e dall’altro la totalità delle partecipazioni statali, incluse le partecipazioni in società quotate come Enel, Eni e Finmeccanica, e quelle non quotate, come le Ferrovie dello Stato, per complessivi ulteriori 135 miliardi.

Queste privatizzazioni dovrebbero essere, secondo questo  rapporto intitolato “Liberare l’Italia – Manuale delle riforme per la XVII legislatura”, totali e assolute, evitando che lo Stato mantenga qualsiasi tipo di golden share su aziende strategiche e accompagnate da una forte riduzione della spesa pubblica.

La proposta mescola idee condivisibili con altre che non lo sono affatto.

In particolare bisognerebbe distinguere tra la vendita di attività produttive e quella di attività improduttive.

Gli immobili dello Stato (caserme dismesse, palazzi disabitati ed altri edifici di vario genere) oltre ad essere incredibilmente numerosi, rappresentano un costo più che una risorsa, in quanto non generano ne ricchezza nè occupazione e, al contrario necessitano, specie quelli disabitati, di manutenzione ordinaria e straordinaria. Dunque privarsi di una parte di questi immobili inutilizzati per diminuire il debito appare una soluzione di buon senso, se si rivelasse politicamente impraticabile la soluzione più logica suggerita dal Prof. Orati, cioè emettere “assegnati” garantiti da quel patrimonio.

Tutt’altra cosa si può dire per le aziende statali, specialmente quelle strategiche, che rappresentano invece una ricchezza per il nostro Paese. Venderle sarebbe insensato.

Allo stesso modo la spesa pubblica esorbitante va sì tagliata, ma solo nella sua parte “improduttiva”, ossia gli sprechi, le duplicazioni di servizi, la corruzione, le consulenze inutili, e tutte le altre manifestazioni di inefficienza e malcostume. I servizi per i cittadini invece sono una forma di economia positiva, che non solo crea occupazione (in genere qualificata e stabile) ma consenta ai cittadini di ottenere servizi essenziali senza dover rivolgersi ai privati, liberando dunque risorse che vanno ad aumentare i consumi e quindi la domanda aggregata.

L’istituto Leoni, tuttavia, mette tutto nello stesso calderone, nella convinzione che qualsiasi intervento dello Stato nell’economia vada evitato e che i servizi, anche quelli essenziali, vadano sostanzialmente affidati alla libera concorrenza.

Questa impostazione, che ha nel liberismo assoluto e nella fiducia dogmatica nel “mercato” i suoi presupposti, non tiene conto di una serie di fatti.

Il primo consiste nell’esperienza pregressa. All’inizio degli anni 90, per risolvere il problema del debito si sono “svenduti” moltissimi asset strategici del nostro sistema industriale, da quelli relativi alle telecomunicazioni a quelli della siderurgia, senza dimenticare banche e assicurazioni. Come risultato il rapporto debito pil non solo non è diminuito ma, al contrario, è aumentato.

Il fatto che molti sembrano dimenticare è che il rapporto debito pil è, per l’appunto, un rapporto. Dunque diminuire il debito con misure di contenimento della spesa o di vendita dei beni pubblici risulta inutile se, a seguito anche di queste misure, cala il pil. L’esperienza del governo Monti, che a forza di tagli feroci e misure recessive è riuscito peggiorare i conti pubblici che quelle misure miravano a risanare, dovrebbe ormai essere chiara anche ai più duri di comprendonio.

Per risanare il rapporto debito/pil dunque, in un momento di recessione economica come questo, servono grandi investimenti produttivi. In questo senso nessuno, se non lo Stato, ha oggi la possibilità di investire per rilanciare l’economia. Certo non i privati, che sono in drammatica crisi di liquidità, ne tantomeno le grandi multinazionali straniere, che grazie alla globalizzazione possono produrre in paesi in cui la mano d’opera costa una frazione della nostra e in cui le tasse sono minime.

Naturalmente per poter avviare una buona politica industriale, che crei i presupposti per aumentare la crescita e diminuire la disoccupazione e, di conseguenza, diminuire l’incidenza del debito, sarebbe necessario rinegoziare i vincoli e le norme europee, che si sono dimostrati chiaramente recessivi.

Rinunciare a quei pochissimi campioni industriali nazionali che ancora abbiamo non porterebbe, come argomento lo studio di Leoni, al “ritorno dell’Italia tra i grandi della terra”, casomai accentuerebbe quel processo di marginalizzazione che ha portato l’ Italia (che a fine anni 80 era la sesta maggiore economia mondiale, e in crescita) a essere considerata sempre meno rilevante.

Le partecipazioni statali, la presenza di un’economia mista (Stato e mercato insieme) e la capacità di elaborare lungimirantri progetti di sviluppo (incarnati su tutti da Enrico Mattei) hanno consentito all’Italia, nei decenni tra il 1950 e il 1990, di crescere costantemente, senza che questo creasse un eccesso di debito pubblico (in quanto gli investimenti produttivi che lo stato faceva “a debito” creavano un aumento del Pil tale da ripagarli ampiamente) e con vantaggi enormi. L’IRI e l’ENI sono stati non solo un veicolo poderoso di industrializzazione e di crescita del PIL, ma soprattutto, in maniera diretta o indiretta attraverso l’indotto, hanno creato le condizioni affinchè occupazione e ricchezza fossero diffuse. Rinunciare a quel che si è salvato di quella formidabile esperienza di sviluppo economico e progresso sociale, in nome di dogmi liberisti e monetaristi che dimostrano regolarmente, alla prova dei fatti, di essere scientificamente infondati, non solo aumenterà la crisi dell’economia reale e farà crescere la disoccupazione, ma non otterrà alcun beneficio sui conti pubblici, in quanto insieme al debito calerà il pil, e ci ritroveremo con un rapporto tra i due altrettanto squilibrato, ma con un’economia più debole.

I benefici, semmai, potrebbero ottenerli i grandi gruppi stranieri che avrebbero la ghiotta occasione di comprare, a prezzi di saldo, gioielli insustriali appettibilissimi, in un clima di “vendita per cessazione attività”.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 116 | Commenti: 364

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