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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 16097 volte 11 settembre 2013

Perché l’Unione Europea rischia di sgretolarsi

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Cresce nei popoli l’insofferenza per le politiche di Bruxelles e per l’euro

 

Nel tentativo di rimettere ordine nella mia biblioteca, è riemerso un libriccino scritto giusto un quarto di secolo fa  da un amico prematuramente scomparso: le “Divagazioni sulla Federazione Europea e la Crisi della civiltà”, di Gianni Ruta.

Gianni Ruta era un  personaggio di spicco del Movimento Federalista Europeo, ed era – nel contempo – personaggio emergente nel mondo della finanza italiana. E’ stato infatti direttore finanziario della Gulf Oil per il Sud Europa, passando poi alla Stet, la finanziaria dell’Iri per il settore delle telecomunicazioni, quindi alla direzione finanziaria dell’Italstat, finanziaria dell’Iri nel campo delle costruzioni e delle grandi infrastrutture. Ho riletto dunque le sue “Divagazioni” con un duplice stato d’animo: da un lato il piacere di ritrovare nella parola scritta il pensiero di un amico scomparso; dall’altro cercare se in quelle “Divagazioni” vi fosse un qualche spunto tuttora valido, o un qualche suggerimento che aiutasse a comprendere meglio da dove originano  le crepe che si stanno aprendo nell’edificio malfermo di un’Europa in eterno cantiere. 

 

Dalle riserve dei governi a quelle dei popoli

 

Un radicale mutamento appare evidente rispetto a venticinque anni or sono. Gianni Ruta scriveva allora  che il mito della Federazione Europea “trova ampi consensi tra i cittadini europei, ma anche più di una riserva tra i governi degli Stati”. E da ciò traeva motivo di un qualche ottimismo per il futuro.

Ora la situazione è rovesciata. L’Unione Europea e l’euro sono considerati irreversibili dai governi dei Paesi che vi hanno aderito, ma trovano l’opposizione crescente dei cittadini. Per gran parte di essi l’Unione Europea si sostanzia oggi nella impietosa, ottusa politica di austerità perseguita per impulso del governo tedesco dalla Commissione Europea e dalla BCE; politica che – assieme all’introduzione della moneta unica – viene considerata all’origine dei disastri economici e delle tragedie sociali che hanno investito non pochi Paesi dell’Unione.

Una seconda riflessione viene dalla rapida ricostruzione che Ruta fa del cammino verso la Federazione Europea, iniziato nel 1951 con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), composta da Germania, Francia, Italia, Belgio Olanda e Lussemburgo. L’Inghilterra – il buongiorno si vede dal mattino -prima ci mise il naso, partecipando ai lavori preparatori dell’accordo, poi si chiamò fuori.

 

L’occasione mancata di un esercito europeo

 

Prima ancora della CECA, nel 1950 era iniziato il dibattito su un esercito comune europeo: un tema che inizialmente si scontrava con la diffidenza americana verso un progetto che potenzialmente poteva sfociare in un’alternativa alla NATO, con l’avversione francese all’idea di un riarmo della Germania, e con la stessa esitazione tedesca a riarmarsi.

Poi, con lo scoppio della guerra di Corea, lo scenario cambiò. A quel punto a volere il riarmo della Germania, anche se nella forma di un esercito europeo, erano soprattutto gli Stati Uniti, decisi a rafforzare il dispositivo difensivo in Europa, indebolito dal loro impegno nella guerra di Corea. E volevano, aggiungiamo noi, che i Paesi europei partecipassero in misura maggiore alle spese per la difesa occidentale. L’art. 38 del  trattato per la Comunità Europea di Difesa prevedeva inoltre – ecco il punto – la creazione di una Comunità Politica Europea (CPE), essendo inconcepibile un esercito europeo senza un governo europeo. Ma un altro articolo precisava che la Comunità Europea di Difesa avrebbe dovuto operare in stretto collegamento con la NATO,  allora ancor più di ora  ad egemonia americana.

Com’è noto la ratifica del trattato (di cui l’Inghilterra non faceva parte) fu bocciata nel 1954 dall’Assemblea Nazionale francese grazie ai voti contrari di comunisti e gollisti. Da allora, e sono passati quasi sessant’anni, di esercito europeo non si è più concretamente parlato, tranne che per rimpiangere la grande occasione perduta di giungere, d’un balzo, ad un governo federale europeo e ad un’unica politica estera, naturale conseguenza di un  esercito comune.

 

La via traversa funzionalista il prematuro allargamento

 

Preclusa dal veto francese e dalla freddezza degli altri Paesi la via maestra di una Federazione politica, cominciò il percorso tortuoso della cosiddetta “linea funzionalista” avviata con la CECA. Si scelse cioè, come ricorda Ruta, di “creare una più fitta ragnatela di legami e di interessi economici che avrebbero dovuto portare alla realizzazione di un’Europa  economicamente e socialmente unita, compiuta la quale – si pensava – l’unione politica sarebbe venuta quasi da sé, come un cappello sopra la testa”.

Ebbene: col senno di poi l’idea di giungere, quasi automaticamente alla Federazione  Europea, dopo aver costruito una ragnatela sempre più fitta di rapporti economici, si sta dimostrando sbagliata.

Per parafrasare Ruta, si è costruito un cappello, sempre più adornato di fronzoli e pennacchi, ma quel che manca è la testa.

Si è dimostrato un errore anche aver allargato troppo presto l’Unione Europea, aggiungendo in breve tempo altri 21 Paesi ai sei iniziali. Da un lato molti Paesi candidati, specie quelli dell’Est Europa, si sono illusi che l’ammissione nell’Unione Europea fosse una sorta di biglietto d’ingresso per il “paradiso” di redditi e consumi più alti; dall’altra, ponendo come unici requisiti per l’ammissione l’appartenenza al continente europeo e governi democratici, rispettosi dei diritti umani, si è finito col dar vita ad un assieme di Paesi con storie secolari separate, eterogeneo sul piano economico, e quindi sempre meno coeso e sempre più ingovernabile.

Osservava De Gaulle, quando si opponeva all’ingresso in Europa dell’Inghilterra : “C’è da prevedere che la coesione di tutti i membri della Comunità Europea, che sarebbero assai numerosi, assai svariati, non resisterebbe a lungo, e che in definitiva apparirebbe una Comunità atlantica colossale, alle dipendenze e sotto la direzione americana, che assorbirebbe rapidamente la Comunità Europea”.

In realtà, come vedremo, dopo l’ingresso dell’Inghilterra la Comunità Europea ha subìto una trasformazione tanto radicale quanto poco dibattuta e percepita. In pratica non è l’Inghilterra che in questi quarant’anni è divenuta più europea; è piuttosto l’Europa che è divenuta più anglosassone, cioè più omologa alla Comunità atlantica ed al capitalismo di tipo anglosassone.

 

Un’Europa  “à la carte” e una rivoluzione culturale

 

Osservavamo più sopra che benché l’Inghilterra concepisca da sempre un’Europa “à la carte”, ove sceglie dal menù solo quello che le piace, essa non ha rappresentato in questi quarant’anni solo un freno ed un ostacolo a qualsiasi evoluzione verso una autentica Federazione Europea; la sua influenza  è stata in realtà ben più profonda, investendo il modello economico e sociale dell’Unione Europea.

Qualche esempio? L’Inghilterra, con una tenacissima opposizione, è riuscita a bloccare il disegno di una società per azioni di diritto europeo, concepita sulla falsariga del modello dualistico tedesco, cioè con un Consiglio di gestione, formato dai manager, ed un Consiglio di Sorveglianza composto in misura paritaria da rappresentanti del capitale e rappresentanti dei lavoratori. In pratica: ha fermato la naturale evoluzione del capitalismo europeo verso un modello partecipativo, basato cioè sulla concertazione e sulla corresponsabilità tra capitale e lavoro.

Nel nome di una sorta di idolatria del mercato, che sul piano politico ha avuto i suoi campioni in Margareth Thatcher e Ronald Reagan, e sul piano scientifico l’economia neoclassica e la scuola monetarista di Chicago come  stelle polari, l’Inghilterra ha contribuito a creare in Europa un clima culturale che ha portato a smantellare tutta la rete di ragionevole protezionismo di cui la Comunità Europea si era dotata, suscitando già negli anni ottanta  la vana e profetica invettiva del Nobel francese Maurice Allais: “Quelli che a Bruxelles e altrove….in n nome di un liberismo male inteso…aprono la Comunità Europea a tutti i venti di un’economia mondialista e la lasciano disarmata, senza alcuna ragionevole protezione; quelli che perciò sin da ora sono responsabili personalmente e direttamente di innumerevoli miserie, di disuguaglianze sociali intollerabili e della perdita del loro lavoro da parte di milioni di disoccupati, non sono realmente che i difensori di un’ideologia abusivamente semplificatrice e distruttrice, gli araldi di una gigantesca mistificazione e gli affossatori della costruzione europea”.

In conclusione. l’ingresso dell’Inghilterra in Europa ha favorito la sostituzione del modello di capitalismo europeo, basato su un’economia sociale di mercato con un modello anglosassone di capitalismo darwinista, basato sul solo mercato. Prima dell’involuzione sociale, ormai drammaticamente esplosa, vi è stata una sorta di “rivoluzione culturale” di cui Stati Uniti ed Inghilterra sono stati i promotori, che ha condotto alla privatizzazione delle imprese pubbliche, alla deregolamentazione finanziaria, al liberismo totale della globalizzazione, alla rinuncia a qualunque politica keynesiana. Araldi e strumenti di tale “rivoluzione culturale” In Europa sono stati particolarmente i tecnocrati anglofoni ed anglofili  della Commissione di Bruxelles e della Banca Centrale Europea.

 

Che fare?

 

Siamo ancora in tempo ad impedire che l’Unione Europea vada in frantumi, e svanisca con essa il sogno di una  Federazione Europea, nato sulle rovine della seconda guerra mondiale?

Difficile rispondere, perché il pensiero “politicamente corretto” oggi dominante rifiuta di riconoscere le vere cause della crisi, e tantomeno accetta le cure che sarebbero necessarie.

Ma se i governi europei miracolosamente rinsavissero, o se dopo il crollo delle attuali strutture comunitarie qualcuno avrà la fede ed il coraggio di riprendere il cammino verso la Federazione (o Confederazione?) europea, facendo tesoro degli errori commessi, il cammino ha alcune tappe obbligate.

In primo luogo va rimessa in discussione una globalizzazione senza freni e senza regole, perché l’esperienza ha dimostrato che Maurice Allais aveva ragione: aver aperto l’Europa a tutti i venti dell’economia mondialista, lasciandola senza alcuna ragionevole protezione, ha creato innumerevoli miserie, disuguaglianze sociali intollerabili, decine di milioni di disoccupati, e sta affossando la costruzione europea.

In secondo luogo bisognerà  aver chiaro il modello di società su cui si vuole edificare la Federazione o Confederazione Europea. Anche sotto questo aspetto bisognerà tornare alle origini, cioè a quell’economia sociale di mercato ed a quel modello di capitalismo “renano” concertato, partecipato, comunitario, che con la falsa giustificazione di essere competitivi sul mercato globale è stato spazzato via dall’offensiva del capitalismo anglosassone. Questo modello sociale, naturalmente, è possibile solo ponendo argini e limiti in Europa all’economia mondialista. E solo all’interno di questo modello sarà possibile ricostruire la coesione sociale. E solo con la forza economica che deriva da questo modello sarà possibile, poi, aiutare davvero lo sviluppo dei Paesi più poveri.

In terzo luogo bisognerà ri-regolamentare nell’area europea le attività finanziarie, cominciando col porre freni ai flussi destabilizzanti dei capitali speculativi,  ai “paradisi fiscali”, alla finanza casinò, all’uso abnorme ed enorme di “derivati”, e separando le banche commerciali da quelle d’investimento. Bisognerà promuovere anche accordi internazionali che ridiano vita ad un sistema monetario internazionale equo, condiviso e che tenga conto dei nuovi equilibri economici emersi in questi ultimi quarant’anni. E bisognerà che la Banca Centrale Europea sia una banca pubblica, non privata, che abbia come obbiettivi primari la lotta alla disoccupazione, e non soltanto all’inflazione, e che sia dichiaratamente prestatrice di ultima istanza.

Infine, ma non è certo l’ultima cosa, bisognerà arrivare nel tempo più rapido possibile ad un governo centrale europeo, formato da politici con legittimazione popolare, e non da tecnocrati  che nessuno ha eletto. E chi vuol far parte dell’Europa, dovrà accettarne integralmente le regole e gli obbiettivi decisi dalla  maggioranza. O dentro, o fuori. Una “Europa à la carte” non è più ammissibile.

Giorgio Vitangeli 

 

 

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