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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 35446 volte 04 dicembre 2013

Perchè l’oro di Bankitalia appartiene al popolo italiano (e non alle banche partecipanti)

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, finanza italiana, Primo Piano

A seguito del decreto del 27 novembre 2013 del governo Letta, per la rivalutazione delle quote delle banche  partecipanti al capitale di Bankitalia,  torniamo a trattare un tema cruciale ma sostanzialmente assente dal dibattito pubblico, ossia quello della proprietà della Banca d’Italia, e quindi delle sue riserve auree. Riserve che  hanno un valore di circa 100 miliardi di euro e che- non considerando il Fondo Monetario Internazionale - sono al terzo posto nel mondo per dimensione, dopo quelle di Stati Uniti e Germania. Non è  inequivocabilmente chiaro a chi appartenga questo enorme patrimonio da un punto di vista giuridico, e questa indeterminazione appare tanto più grave se si considera che nel caso, (non più così improbabile) di un collasso dell’euro o di un’uscita volontaria dell’Italia dall’eurosistema, le riserve auree sarebbero la base indispensabile per assicurare credibilità alla nostra nuova moneta.

Di seguito, oltre all’articolo scritto sull’argomento per “la FINANZA” da Mario Esposito, professore straordinario di diritto costituzionale all’Università del Salento,  riportiamo una sua videointervista rilasciata a  Giorgio Vitangeli.

 

Quell’oscuro oggetto del desiderio

 

 

di Mario Esposito*

 

Come ha rammentato su queste pagine Giorgio Vitangeli, nel 2009 Jean Claude Trichet, allora Governatore della Banca Centrale Europea, a proposito dell’oro presente nel patrimonio della Banca d’Italia, si domandò (non interessa qui con quali intenti) se esso non appartenesse al popolo italiano, piuttosto che all’Istituto centrale.

La suggestione merita di essere attentamente considerata sub specie iuris, allorché si vanno ripetutamente diffondendo tra i quotisti della Banca di Via Nazionale, ma con il conforto di autorevoli economisti (v. il documento a firma di Fulvio Coltorti e di Alberto Quadrio Curzio apparso su Il Sole 24 Ore del 5 settembre 2013), propositi, diversamente declinati, di fare leva sulla (almeno apparente) sussistenza di un diritto dominicale di Palazzo Koch sulle riserve auree, al fine di giungere ad una corrispondente rivalutazione delle loro partecipazioni.

Tali propositi trovano generoso terreno di coltura nelle incertezze, sempre perduranti, intorno alla natura della Banca d’Italia, sospesa tra diritto privato (per la struttura organizzativa e, più ancora, per la natura dei soggetti che al suo capitale partecipano) e diritto pubblico (per le funzioni e per i mezzi di loro espletamento, tra i quali si annoverano poteri discrezionali di tale latitudine da sconfinare nella normazione, per non dire dei c.d. poteri di moral suasion del Governatore, sciolti da specifici parametri di legittimità, pur essendo suscettibili di produrre conseguenze di rilevantissimo impatto sull’indirizzo politico nazionale).

Non per caso, sul sito istituzionale della Banca, è recentemente apparsa una nota di chiarimenti, che dovrebbe essere intesa a tranquillizzare in ordine alla natura pubblica dell’ente, che non potrebbe essere compromessa, o esposta a conflitti, per la qualità privata della maggioranza dei c.d. quotisti.

 

Un comitato di esperti per valutare le quote

 

Eppure la stessa Banca d’Italia ha già nominato un comitato di esperti incaricato di effettuare una valutazione delle quote di partecipazione al proprio capitale (v. Il Sole 24 Ore del 20 settembre 2013, nonché gli ampi servizi apparsi in proposito sull’inserto Affari & Finanza de La Repubblica del 30 settembre 2013) e, nonostante le rassicurazioni fornite in proposito dal Direttore Generale di Bankitalia Salvatore Rossi (v. l’intervista apparsa su Il Sole 24 Ore del 6 settembre 2013), sono forti e razionali i dubbi che, sotto la spinta della pressione (almeno) di quei quotisti che già hanno riportato nei propri bilanci stime della loro partecipazione nella Banca centrale comprendenti anche le riserve, si giunga ad approvare una qualche disposizione di legge che legittimi tale condotta.

Il punto è certamente del più grande rilievo: e ce ne vorremmo occupare in uno dei prossimi numeri della Rivista, con più ampio corredo istruttorio e di motivazione.

Qui ci si limita, intanto, a qualche cenno sulla natura giuridica dell’oro iscritto nel patrimonio della nostra Banca centrale: un tema, a quanto consta, poco esplorato, persino nelle trattazioni che direttamente concernono la Banca d’Italia.

 

La natura giuridica delle riserve auree

 

Si tratta di una questione che può essere utilmente avviata a soluzione seguendo l’evoluzione delle funzioni dell’Istituto di via Nazionale.

Le proposte volte a disporre delle riserve auree fanno quasi sempre leva sull’assunto secondo cui, essendo venuta meno la funzione di emissione monetaria per l’innanzi confidata (ma, si dovrebbe aggiungere, non a titolo originario, almeno all’indomani dell’affermazione costituzionale del principio di sovranità popolare) a Bankitalia, queste non sarebbero più assoggettate ad alcun vincolo pubblicistico, se non a quello, generale e quindi non ad esse specificamente attinente, derivante dalla loro inclusione nel patrimonio della Banca centrale e, dunque, dalla complessiva finalizzazione dell’attività dell’Istituto al perseguimento di interessi pubblici (recte: pubblico-comunitari): ma si tratterebbe di elementi “fungibili”, non potendosi, appunto, più ravvisare un nesso di corrispondenza con il potere di battere moneta. Si tratterebbe, insomma, di beni suscettibili di atti di disposizione della Banca d’Italia indirizzati al soddisfacimento di interessi propri dei quotisti, i quali trarrebbero ovviamente vantaggio qualora il valore della propria partecipazione nella Banca centrale potesse essere stimato includendo le riserve auree: ma ciò postulerebbe, appunto, la loro appartenenza alla Banca a titolo di “privata proprietà”.

Tale assunto sembra però non considerare che, anche allorquando la Banca d’Italia era investita, per delega statale, della funzione monetaria, le riserve auree venivano costituite per conto dello Stato  (funzione che fa riferimento ad un assetto statuale non più sussistente): se poteva sostenersi che, fermo restando che tale obbligo di costituzione era imposto dalla normativa statale (r.d. n. 204/1910; r.d.l. n. 2325/1927; r.d.l. n. 812/1926), la proprietà delle riserve – pur sottoposta ad un vincolo di pubblico interesse – spettasse all’Istituto di emissione, in quanto soggetto privato, nessun dubbio può nutrirsi in proposito successivamente alla trasformazione della Banca d’Italia da società anonima a istituto di diritto pubblico (r.d.l. n. 375/1936, che conteneva, tra l’altro, una disposizione, l’art. 21, in forza della quale e in conseguenza del nuovo ordinamento pubblicistico, ai soci dell’anonima veniva rimborsato il valore delle azioni in misura fissa per ogni azione, rappresentante sia il capitale versato, sia “la quota di riserva afferente a ciascuna azione”).

Né induce a diverse conclusioni la reiterata adozione, in epoca repubblicana, di norme che autorizzavano la Banca d’Italia a computare al proprio attivo le disponibilità in metallo (ad es. l. n. 14/1960; l. n. 867/1976): al contrario – e lasciando da parte le ulteriori finalità di simili previsioni – la necessità di un titolo statale di abilitazione appare semmai quale indice sintomatico della non appartenenza delle riserve auree alla Banca centrale.

 

E se l’Italia uscisse dall’Eurosistema?

 

L’oro rappresentava – e rappresenta oggi ancora, se è vero, come non pare possa smentirsi, che l’Italia potrebbe scegliere di recedere dall’Eurosistema (diversamente, il conferimento della funzione monetaria nel SEBC non sarebbe tale, trattandosi, pur a dispetto di ogni evidenza normativa, di una cessione definitiva) – un bene strumentale all’esercizio di un ufficio sovrano, delegato alla Banca mediante la sua stessa istituzione e, poi, ulteriormente regolato con le modifiche successivamente intervenute.

Le riserve auree dovevano pertanto qualificarsi – almeno sino a quando l’Italia ha direttamente emesso la propria moneta – come beni assimilabili a quelli demaniali e, pertanto, siccome “pertinenze della sovranità”, appartenenti al popolo, anche se affidati, per la gestione, allo Stato o ad altri enti pubblici: esse garantivano infatti la sovranità interna ed esterna, quanto, rispettivamente, ai biglietti emessi e agli eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti.

 Con l’ingresso del nostro Paese nel SEBC, cessa l’esercizio diretto ed in proprio (non però la titolarità finale) della funzione suddetta in proprio da parte dello Stato e, quindi, della Banca d’Italia. Essa viene, infatti, affidata alla gestione della BCE: non a caso – la circostanza assume valore probante della loro natura demaniale – la nostra Banca centrale ha dovuto conferire nell’Istituto di Francoforte una parte delle riserve italiane. E si è trattato dell’ultimo atto lecito di disposizione.

 

L’oro delle riserve deve tornare allo Stato

 

Ne consegue che, successivamente a tale momento, la detenzione delle riserve auree da parte della Banca d’Italia non corrisponde ad alcun titolo, tantomeno di appartenenza. Esse devono pertanto essere restituite alla collettività e per essa allo Stato, anche in ragione del permanere della loro funzione di garanzia dell’Italia nei rapporti economici e finanziari comunitari e internazionali (potendo fornire alla collettività, data l’attuale consistenza delle riserve medesime, la capacità autonoma di emettere circolante assicurato, appunto, dall’oro) e, in ogni caso, per legittima spettanza agli Italiani, ai quali soltanto – ovviamente nelle forme costituzionali all’uopo predisposte – compete l’assunzione di ogni determinazione in proposito, che trova, quale controlimite di legittimità, l’art. 47 Cost.

Peraltro, come dimostra l’art. 19, co. 10, l. n. 262/2005, l’Istituto di via Nazionale non ha più i requisiti minimi per continuare nella custodia e meno ancora ha idoneità ad esercitare poteri di carattere dispositivo, almeno sino a quando non sia perfezionato il procedimento volto a rendere il capitale dell’Istituto a totale partecipazione pubblica. E a quel punto, sia detto per inciso, non si capirà a che serva avere un capitale e non già un fondo di dotazione, come era tipico degli enti pubblici economici.

Frattanto – vi si faceva cenno prima – è concreto il rischio che, pur avendo autorevoli fonti affermato che l’oro dell’Istituto centrale non può considerarsi afferente al patrimonio netto della Banca d’Italia, si giunga, avendo i quotisti già proceduto a rivalutare le proprie partecipazioni facendo espresso riferimento al valore delle riserve auree, alla approvazione di una disciplina che espressamente consenta il ricorso a tale metodo di valutazione, facendo così rientrare le quote nel patrimonio dei soggetti partecipanti anche ai sensi del c.d. Core Tier 1, con conseguente disponibilità delle medesime sul mercato.

Qualora a tanto si dovesse giungere – e le “campagne di stampa” lo lasciano presagire – si otterrà che delle riserve auree potrà disporsi in sede di negoziazione privata e tra privati delle azioni delle banche partecipanti al capitale di Bankitalia che abbiano, in sede di determinazione del patrimonio netto, attribuito alle proprie quote un valore ragguagliato anche alle riserve auree di questa.

Tale prospettiva si porrebbe in contrasto anche con le funzioni attualmente proprie dell’Istituto di via Nazionale: è molto dubbio, infatti, che Esso possa provvedere ad operazioni che abbiano quale effetto predeterminato l’ausilio di alcuni soggetti, in violazione del principio di eguaglianza nel settore dell’esercizio del credito.

Avvocato, professore straordinario di  Diritto costituzionale all’Università del Salento

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