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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13111 volte 18 gennaio 2013

Perché la Germania rivuole dagli Stati Uniti l’oro delle sue riserve? E perché l’Italia invece non lo fa?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Europa, Planisfero, Primo Piano

Sul problema delle nostre riserve auree “la Finanza” iniziò a richiamare l’attenzione più di due anni or sono. Nell’editoriale di novembre-dicembre 2010, evidenziato da uno “strillo” in copertina, chiedevamo infatti: “Ma dove è custodito l’oro di Bankitalia?”. Domanda retorica, ovviamente, perché dove siano conservati i lingotti d’oro della nostra Banca Centrale lo sapevamo benissimo, malgrado  le nostre richieste a via Nazionale per avere informazioni in tal senso fossero rimaste inevase.

Il fatto è che una parte dei nostri lingotti (un terzo abbondante delle nostre intere riserve, salvo errori) li avevamo visti coi nostri occhi, visitando più di trent’anni or sono i sotterranei della Fed, a New York, ove peraltro, diligentemente accatastate con davanti il cartellino dello Stato cui appartenevano, c’erano le riserve auree di mezzo mondo: quello cioè non comunista. Perché mai una parte considerevole delle riserve auree del “mondo occidentale” fosse finito a New York era intuitivo: temendo un’invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica, i governi democratici europei avevano, per così dire, messo le mani (e l’oro…) avanti, in modo da non restare senza alcun sostentamento nel caso che  da governi legittimi l’invasione li avesse trasformati in governi in esilio.

Ma è passato quasi un quarto di secolo da quando è caduto il muro di Berlino; il “Patto di Varsavia”, cioè l’alleanza militare dei Paesi comunisti egemonizzata dall’Unione Sovietica, è stato sciolto; alcuni dei Paesi che appartenevano a quel Patto oggi addirittura fanno parte della Nato, che era il patto militare dell’Occidente; un’invasione da parte della Russia del resto dell’Europa oggi è impensabile.

Ma allora che ci fa ancora a New York una parte considerevole delle riserve auree di Paesi dell’Europa Occidentale, e per quanto ci riguarda, che ci sta a fare nei sotterranei della Fed una buona parte delle riserve auree dell’Italia?

Ora un interrogativo ed un tema a lungo sommerso  sta venendo a galla. Non in Italia, ma in Germania.

Accennavamo in quell’articolo di più di due anni or sono a voci secondo cui il cancelliere Angela Merkel  aveva richiesto il rientro in Germania delle riserve auree tedesche custodite negli Stati Uniti, incontrando ostacoli e difficoltà.

Ebbene: ora la cosa è ufficiale, e l’ha riportata qualche giorno fa lo stesso quotidiano economico tedesco Handelsblatt, anticipando la notizia ufficiale diffusa ieri.  L’oro tedesco tornerà in Germania. Attualmente le circa 3.400 tonnellate di oro della Bundesbank sono custodite per il 45% a New York; per il 13% presso la Banca centrale inglese a Londra; per l’11% a Parigi. A Francoforte ne è rimasto neppure un terzo, cioè il 31%.

Come ricorda Handelsblatt, il rappresentante della Bundesbank aveva già comunicato lo scorso autunno che non c’erano più motivi validi per un deposito aureo nella capitale francese: son venute meno le ragioni di sicurezza che consigliavano di depositare parte delle riserve auree presso i Paesi alleati, ed inoltre ora sia la Francia che la Germania hanno la stessa moneta, l’euro, e nell’eventualità di una crisi valutaria mondiale si troverebbero sulla stessa barca.

Il nuovo piano di stoccaggio di oro da parte della Bundesbank prevede di riprendere in carico tutto l’oro immagazzinato in Francia,  e di ridurre gradualmente il quantitativo di oro custodito negli Stati Uniti.

Fin qui l’anticipazione del quotidiano economico tedesco. Secondo altre fonti, riportate dal blog “Il Corriere della collera”, la Bundesbank ritirerà l’oro dagli Stati Uniti nell’arco dei prossimi tre anni, in modo da ottimizzare il trasporto, ed anche per non creare irritazione a Washington, la quale, ovviamente, preferirebbe che i lingotti restassero dove sono.

Ma c’è un’altra notizia, sempre riportata dal Corriere della collera, che si presta ad interpretazioni romanzesche. La Corte dei Conti tedesca avrebbe dato mandato alla Bundesbank di verificare sia a Parigi che a Londra ed a New York non solo la quantità, ma anche la qualità dei lingotti che debbono tornare a Francoforte.

Sulla quantità è ovvio che si tratta di una sorta di normale procedura. Ma la verifica sulla qualità dei lingotti lascia sconcertati, e sembrerebbe dare credibilità alla voce secondo cui circolano nel mondo lingotti che al loro interno in realtà non hanno oro, ma un vile metallo dall’identico peso specifico.

Le cronache economiche di questi ultimi anni ci hanno abituato ormai alle notizie più incredibili, alla corruzione più impensabile: le più prestigiose banche internazionali che manipolano di comune accordo il tasso interbancario; grandi imprenditori insospettabili che falsificano per anni i bilanci; finanzieri che mettono in piedi “catene di Sant’Antonio” truffando centinaia di miliardi,società di rating che attribuiscono il massimo merito di credito a società sull’orlo della bancarotta, e così via. Mancavano i lingotti d’oro “taroccati”. Il tempo dirà se queste voci che cominciano a circolare siano “vox populi”, cioè verità, o leggende metropolitane.

Ma al di là di questi aspetti pittoreschi ma marginali, il problema centrale è un altro. Che significa il fatto che la Germania rivuole indietro dagli Stati Uniti l’oro della Bundesbank? La catena televisiva  CNBC, dando l’altra sera la notizia, si chiedeva se era il caso di preoccuparsi, rivelando che a ottobre da Londra sono stati ritirati due terzi dei lingotti, mentre Hong Kong lo ha fatto già anni or sono.

Che non esistano più le condizioni che suggerirono ai Paesi non comunisti di trasferire parte delle riserve auree in Paesi alleati, ed in particolare negli Stati Uniti, è oggi evidente. Un ritorno prima o poi di tale oro ai Paesi d’origine è dunque nella logica delle cose: è un ritorno alla normalità.

Ma vi sono due altre spiegazioni per cui non a caso la catena televisiva americana si chiede se non sia il caso di preoccuparsi. La richiesta tedesca sottende infatti una implicita dichiarazione di autonomia politico-monetaria da Washington,  e mette la parola fine su un troppo lungo dopoguerra, ed in parte anche sugli assetti politico-monetari che della guerra furono la conseguenze e che hanno caratterizzato l’oltre mezzo secolo successivo. Il “mezzo secolo americano”, che volge al tramonto.

Ma a questa motivazione, per così dire strategica e di lungo periodo, potrebbe sommarsene un’altra contingente ed immediata: se scoppiasse una crisi valutaria globale, l’oro (che già negli ultimi quarant’anni ha visto crescere il suo prezzo in dollari di quasi il 5000%) resterebbe l’unico strumento monetario sicuro, l’unica riserva di valore certa.

Che la Germania ora si preoccupi di riavere a casa propria le sue riserve auree, da questo punto di vista non è una notizia tranquillizzante.

E viene subito da chiedersi: e l’Italia? Dopo Stati Uniti e Germania, l’Italia, con 2.452 tonnellate d’oro, è il terzo Paese al mondo, sostanzialmente a pari merito con la Francia, per entità di riserve auree. Ma poco più della metà di esse è custodita in Italia.

Scrivevamo oltre due anni fa: “l’oro di Bankitalia è bene che stia tutto a Roma, nei sotterranei di via Nazionale”.  Non possiamo che rafforzare quella considerazione. Aggiungendo che è  necessario anche stabilire inequivocabilmente, una volta per tutte, che quell’oro non è delle banche, ma del popolo italiano.

Giorgio Vitangeli

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