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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 8908 volte 08 febbraio 2013

PER RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO OCCORRE RIORGANIZZARE LA MACCHINA DELLO STATO E ABBANDONARE LA MENTALITÀ DELL’IPERLEGALISMO

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Ricerche e Studi

A quanto pare non sussiste il reato di evasione fiscale se il cittadino e l’impresa che non pagano le tasse vantano crediti non pagati dalla pubblica amministrazione, tali da porre il contribuente (persona fisica o giuridica) nella condizione di non avere denari per adempiere ai propri doveri con il fisco. È quanto risulta dalle due recenti sentenze stabilite dai giudici di Milano. Anche se non sussiste il reato il debito però rimane, e dovrà essere pagato con l’onere aggiuntivo di sanzioni e interessi. Giustizia vorrebbe che anche il debito dello Stato nei confronti del cittadino  o della impresa venisse pagato con equivalenti sanzioni e interessi per il ritardo, il che però non avviene.

La Cassazione dal canto suo, nel mese di dicembre dello scorso anno, aveva sentenziato sugli accertamenti presuntivi, alias redditometro, stabilendo che il discostamento dai parametri prestabiliti, quindi la non congruità del reddito dichiarato non costituisce affatto una prova, né si può imporre al contribuente di dimostrare la propria regolarità. Il redditometro è solo uno strumento, quindi, per sapere dove indirizzare gli accertamenti fiscali, ai quali spetta dimostrare l’eventuale infedeltà fiscale.

Nonostante ciò, non saranno le sentenze a risolvere la questione tra il cittadino e il fisco, anche perché il ricorso ad un sistema fiscale oppressivo e sempre più invasivo non si placa con i ricorsi alla giustizia, mentre comporta maggiore evasione e la chiusura delle imprese, quindi la recessione e la necessità alla sempre maggiore evasione. La via d’uscita è in tutt’altra direzione e passa per il taglio della spesa pubblica, che in molti casi favorirebbe i servizi pubblici migliori.

Passiamo alle cifre. Il debito pubblico è arrivato alla strabiliante cifra di 2000 miliardi di euro. Per fare fronte a tale debito occorre pagare 70 miliardi di euro annui per interessi. Un simile debito pubblico, che cresce alla velocità di quasi tremila euro al secondo, è cresciuto del 3% durante il governo Berlusconi e del 3,09% durante il periodo del Governo Monti, a fronte però di maggiori entrate fiscali date dall’inasprimento delle tasse sotto il governo dei tecnici.

Il debito pubblico serve per pagare la spesa pubblica, che è composta in prevalenza di spese correnti. La quota maggiore di spesa pubblica è data infatti dagli stipendi di tutti gli impiegati pubblici. Le spese per l’acquisto di beni e servizi rispetto alla massa di spese per stipendi e di interessi sul debito pubblico sono ben poca cosa. Nel bilancio del ministero della difesa, ad esempio, ci sono 20 miliardi di euro di spese per la difesa, di cui 18 miliardi sono gli stipendi. Anche se non facessimo più guerra a nessuno o non garantissimo più la pace in nessun paese, il nostro risparmio sarebbe comunque irrisorio rispetto al totale della spesa.

Se sottraessimo il costo della gestione del debito (gli interessi), annientando il debito totalmente, come fece l’Argentina a suo tempo, l’organizzazione della macchina pubblica rimarrebbe difettosa.

Il nostro è il paese della “iperlegalità”, dove la principale preoccupazione dei pubblici impiegati e dei funzionari è quella di essere giustificati in ogni azione dalla legge, mentre quella dei governanti o dei candidati alle elezioni è di farsi una buona pubblicità sui mezzi di informazione. In questa ottica il mercato è più consapevolizzante, nel senso che esprime in modo più netto un consenso immediato (io acquisto un bene o un servizio e controllo se ciò che ho acquistato corrisponde alla mia aspettativa, in caso contrario richiedo un rimborso, protesto presso una associazione dei consumatori e via dicendo…). Il consenso politico è più evanescente del consenso privato del mercato, è più distratto e inadeguato a controllare la corrispondenza tra aspettative e realtà rispetto al consenso contrattuale, privato, del mercato.

Il fallimento non è quindi del mercato, quanto piuttosto dell’economia pubblica, paralizzata da un “iperlegalismo” che diviene appiglio, cavillo, pretesto. È per questa via che prende piede l’esternalizzazione del pubblico servizio, il subappalto di servizi al privato, l’outsourcing. È il risultato di una opinione pubblica economicamente analfabeta, che condanna aprioristicamente il profitto, senza considerare che rappresenta esclusivamente la remunerazione delle capacità organizzative. È accaduto col referendum sull’acqua, esempio emblematico di quel gran numero di servizi di interesse collettivo che viene pagato due volte, una volta quando si sostengono le spese per l’apparato pubblico e una seconda volta quando viene fornito dalla struttura privata (la sanità pubblica e le cliniche private, la scuola pubblica e quella privata, le concessionarie e le società appaltatrici della PA).

Non è un fallimento dell’idea di stato, ma dell’idea di stato omnicomprensivo che provvede a tutti i bisogni. Occorre ripensare integralmente il sistema di organizzazione di tutte le amministrazioni pubbliche, favorendo la digitalizzazione, riducendo la duplicazione dei passaggi burocratici, istituendo banche dati generali alle quali poter accedere senza limiti. Occorre seguire il canone principe degli economisti, l’efficienza, tagliando via rami secchi e improduttivi e riorganizzando le risorse già impiegate e mal organizzate. Tuttavia questi cambiamenti non saranno possibili se prima non si cambia la mentalità che sottende a tutto l’apparato burocratico e che si nasconde dietro l’iperlegalismo.

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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 70 | Commenti: 200

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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