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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 12125 volte 08 maggio 2013

Patrimonio pubblico: si prepara la vendita dell’argenteria di famiglia?

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

Il Fondo Monetario Internazionale prima in proprio, poi in base ad alcuni dati preliminari di uno studio di Intesa-San Paolo, ha cercato di inventariare la nostra “argenteria di famiglia”, cioè i beni non finanziari di proprietà pubblica. Non solo dunque gli immobili, ma tutta una serie di “asset” reali, che vanno dalle infrastrutture alle risorse naturali (giacimenti d’idrocarburi, risorse idriche, foreste demaniali, frequenze televisive, demanio marittimo ecc.).

L’elenco fa rabbrividire, perché, ovviamente, esso è fatto nella prospettiva della cessione, cioè dell’ultimo saccheggio dei nostri beni pubblici. Poi resterebbero, forse, solo gli occhi per piangere.

L’inventario non riguarda solo l’Italia; ci sono nella lista altri 31 Paesi di cui appunto il Fondo Monetario ha cercato di inventariare  i residui beni pubblici, tentando di stimare quanto essi     possano valere, se messi sul mercato.

Ebbene: considerando immobili, infrastrutture, e gli altri beni sopra elencati, l’Italia, secondo il Fondo Monetaro Internazionale, ha ancora un patrimonio pubblico non finanziario pari all’80% del suo “pil”, di cui un terzo è di proprietà degli enti locali. In cifra ed arrotondando, rispettivamente 1.120 miliardi e 420 miliardi di euro

Anche il Fondo Monetario, bontà sua, ammette però che non tutto sarebbe vendibile (i siti militari, gli edifici storici, le risorse naturali, le infrastrutture), anche se poi, si lascia intendere che  usando la Società di Gestione del Risparmio, che deve gestire per legge (e vendere..) le proprietà dello Stato, si potrebbero mettere sul mercato non solo gli immobili, ma anche i diritti di sfruttamento delle risorse naturali (miniere, risorse idriche ecc.) di alcune infrastrutture (cosa già fatta con la privatizzazione delle autostrade dell’Iri), le licenze tv,  quote di società pubbliche (forse le ex municipalizzate, visto che di altre società con azionariato pubblico son rimaste solo Eni, Enel e Finmeccanica),  nonché i crediti fiscali (una sorta di Equitalia privata per il recupero crediti?), e via discorrendo.

Ma vediamo, in dettaglio, come è ripartito il patrimonio pubblico italiano secondo lo studio del Fondo Monetario, che in questa sua parte utilizza un censimento vecchio di nove anni.

Le infrastrutture equivalgono al 55% del “pil”, cioè a 770 miliardi di euro. Il valore stimato delle risorse naturali cioè riserve d’idrocarburi, risorse idriche (ma un referendum non ha stabilito che l’acqua non è privatizzabile?), foreste demaniali, demanio marittimo (dovremo vendere anche spiagge e porti?) corrisponde secondo il Fondo Monetario al 14% del “pil”, cioè a quasi 200 miliardi di euro. Restano infine gli edifici, pari all’11% del nostro “pil”, cioè a circa 150 miliardi di euro. Ma a meno di non dover vendere anche il Colosseo (d’altronde qualcuno dell’Unione Europea non aveva detto che la Grecia per avere i prestiti europei poteva dare in pegno anche il Partenone?) di quell’11% del “pil” costituito da edifici circa un terzo (3,8% de “pil”) potrebbe essere ceduto, e cioè il 70% dei palazzi usati dalla pubblica amministrazione ( che, supponiamo, dovrebbe poi pagare l’affitto ai nuovi proprietari…), il 30% delle residenze di valore culturale, il 30% dei macchinari (quali sarebbero?).  Ci potremmo ricavare, secondo il Fondo Monetario più di 50 miliardi di euro. Prezzi di saldo, naturalmente, per “cessata attività” dello Stato Italiano.

Fin qui lo studio del FMI, i cui dati però risalgono ad un censimento del 2004. Non molto diversi peraltro sono i dati dello studio di Intesa-Sanpaolo cui anche il FMI fa riferimento. Secondo questo studio il totale delle proprietà dello Stato (escluse dunque quelle degli Enti locali) sarebbe pari al 35% del “pil”, e varrebbe dunque quasi 500 miliardi di euro. Ma anche per la banca italiana le proprietà cedibili equivarrebbero a poco meno di 50 miliardi di euro, considerando solo gli edifici non occupati. Calcolando anche gli altri, potremmo aggiungere un’altra decina di miliardi.

Sul valore del patrimonio immobiliare pubblico peraltro sembra regni qualche incertezza o qualche confusione di idee. Il prestigioso “Corriere della Sera” infatti in una  noterella di due colonne dello “Statistical Editor” Danilo Taino riportava notizia degli studi del Fondo Monetario e di Intesa-Sanpaolo, secondo cui, come abbiamo già visto, il totale del patrimonio pubblico, tutto incluso, varrebbe 1.120 miliardi, che scenderebbe a 700 non calcolando quello degli Enti locali.  Il valore degli edifici, cioè il vero e proprio patrimonio immobiliare, equivarrebbe all’11% del pil, cioè a circa 150 miliardi, tutto incluso. Ma sullo stesso numero del Corriere della Sera, in un altro servizio a tutta pagina, si afferma, con grande evidenza, e senza aggiungere altro, che il patrimonio immobiliare pubblico vale da solo almeno quattrocento miliardi di euro.

I conti non tornano, evidentemente, ma non è certo questo il punto.

Il punto è che  si sta valutando l’argenteria di famiglia rimasta per vedere quanto ci si può ricavare (e quanto si può arraffare..).

Questo allarmante censimento, anche se fatto Dio sa con quali criteri, a qualcosa di buono però potrebbe servire.

Abbiamo cioè bell’ e pronto, e certificato dal Fondo monetario, il valore di beni su cui, se adottasse il suggerimento ed il progetto del prof. Vittorangelo Orati, lo Stato Italiano, senza violare il trattato di Maastricht, potrebbe emettere titoli garantiti da quel patrimonio, validi sia  per pagare i crediti verso le imprese che le imposte e le tasse nei confronti dello Stato, nonché,  se accettati, anche nei rapporti di dare e avere delle imprese, ed infine anche per finanziare investimenti pubblici, riappropiandosi così lo Stato, sia pure in misura limitata e prestabilita, di una parte di quella sovranità monetaria che ha ceduto a favore della Banca Centrale Europea,  e della capacità di immettere nel sistema economico la liquidità indispensabile a riavviare lo sviluppo.

Ma per una conoscenza più approfondita di questi aspetti, rinviamo il lettore all’articolo del prof. Orati sull’argomento, ed alla presentazione  “in streaming” da lui fatta nella sala Comunale di Rieti, visionabili su questo sito.

g.v.

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Autore: Redazione » Articoli 656 | Commenti: 479

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