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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 15500 volte 25 novembre 2013

Non serve vendere i beni pubblici, occorre un approccio strutturale sulle voci di spesa

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

 Di Walter Bonino 

 

Secondo i sondaggi soltanto il 38% degli italiani approva l’operato del governo di larghe intese. Può sembrare paradossale che un esecutivo composto da forze politiche che rappresentano circa il 70% dell’elettorato ottenga un gradimento così basso ma in realtà questo dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che la grande coalizione all’italiana non può risolvere i problemi del Paese.

Il governo Letta infatti è nato per affrontare l’emergenza economica in cui l’Italia è precipitata negli ultimi anni (emergenza in buona parte determinata dall’incapacità e dalla corruzione delle stesse forze politiche che compongono il governo) e questa innaturale alleanza tra partiti che si sono combattuti e delegittimati a vicenda per decenni doveva sciogliersi non appena la situazione della nostra economia fosse tornata nella normalità. Primo fra tutti i compiti del governo Letta-Alfano doveva essere quello di tagliare i costi, gli sprechi e le inefficienze della spesa pubblica per poi puntare alla crescita quando i nostri conti fossero stati in ordine. E invece questo secondo esecutivo di larghe intese (come il primo, guidato da Mario Monti) non ha fatto nulla di quanto necessario , si è limitato a “fare cassa” aumentando il livello di tassazione di famiglie e imprese, che già era arrivato a livelli insostenibili e a tagliare i servizi per il cittadino.

L’aumento delle tasse, come era ovvio, non ha prodotto gli esiti sperati, per il semplice fatto che aumentando la tassazione, in un momento di crisi economica, di disoccupazione diffusa e di calo della domanda interna, si determina un circolo vizioso in cui le famiglie consumano di meno e molte aziende, già in crisi, vedendo diminuire i propri ricavi e aumentare le proprie spese,  sono costrette a chiudere o a licenziare. Ne consegue un ulteriore aumento della disoccupazione, un ulteriore calo dei consumi, e  la diminuzione del gettito fiscale. Il debito pubblico, che prima delle “dolorose scelte” dei due governi di “emergenza” era al 126% è oggi sopra il 130, in crescita, mentre il PIL, nonostante i proclami che si susseguono ormai da anni, e che vogliono la riprese “dietro l’angolo” continua a calare.

Recentemente il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia hanno comunicato che a breve sarà possibile ottenere 12 miliardi di euro attraverso la dismissione di alcune partecipazioni statali.

Verranno quindi vendute quote o in alcuni casi il totale, di aziende statali sane e in attivo, (quelle che non generano utili non troverebbero acquirenti) cioè i cosiddetti “gioielli di famiglia” dell’economia pubblica italiana, per fare cassa e tamponare i buchi di bilancio.

Per chiunque, come il sottoscritto, abbia esperienza nel mondo dell’imprenditoria appare chiaro che questa soluzione è la peggiore che si possa concepire, e in buona sostanza è un trucco.

Per spiegarlo si può ricorrere a una semplice metafora: immaginiamo che una famiglia, abbia da lungo tempo introiti inferiori alle proprie spese, (e che una buona parte di queste ultime sia composta da veri e propri sprechi) e si trovi quindi ad accumulare debiti su debiti e, per risolvere il problema decida non già di razionalizzare le uscite, eliminando gli sperperi, ma si proponga di vendere alcuni beni da cui la famiglia stessa ottiene un reddito, come ad esempio un appartamento in affitto, un negozio che produce utili.

E’ evidente che, dopo un primo momento in cui l’aumento della liquidità consentirebbe alla famiglia in questione di diminuire il livello del proprio indebitamento, la diminuzione delle entrate che erano generate dai beni venduti insieme alla persistenza delle spese in eccesso, porterebbe a una situazione peggiore di quella di partenza.

Non ci si può dunque aspettare che la vendita delle parti migliori delle nostre imprese pubbliche consenta, nel medio periodo, di ottenere giovamento per la nostra economia.

Eppure nel programma di tutte le forze politiche che oggi si trovano al governo si prevedeva un approccio strutturale ben diverso. Tutto quello che andrebbe fatto, e che era presente nei programmi elettorali, è stato dimenticato, o rimandato alle calende greche.

Non si è proceduto all’eliminazione delle province, che pur era stato promesso da PD e PDL, e che sarebbe stato un approccio ben più efficace.

Basti pensare che, secondo i dati forniti dalla stessa Unione Province Italiane, questi enti ormai inutili ci costano la bellezza di 12 miliardi di euro all’anno (ossia la stessa cifra che Letta e Saccomanni pensano di ottenere dalle dismissioni) più 2 miliardi di euro annui per gli stipendi dei 61.000 dipendenti e dei 4200 politici che le gestiscono. Dal 2000 ad oggi il costo delle provincie è aumentato del 70%.

La provincia di Roma, per fare un esempio, che con l’istituzione di “Roma Capitale” avrebbe dovuto chiudere, ha recentemente acquistato, al prezzo di saldo di 263 milioni di euro un intero grattacielo di 30 piani, nell’esclusivo quartiere dell’eur.

Anche il finanziamento pubblico ai partiti, bocciato da due referendum, quindi trasformato in “rimborsi elettorali” (raddoppiandone l’entità)rimarrà nonostante i proclami e le promesse. La legge approvata dal governo, che è stata gabellata per una norma che elimina il finanziamento pubblico ai partiti, in realtà lo mantiene sotto forma di rimborso forfettario, di contributo per gli spot elettorali e di sussidi per gli affitti delle sedi.  Nei prossimi 3 anni (quelli regolati dal decreto) i partiti ci costeranno 300 milioni di euro.

Altra scandalosa voce di spesa è quella riguardante la sanità, i famosi “costi standard” promessi,  e che garantirebbero un risparmio di enorme portata e un miglioramento delle condizioni di cura per i cittadini sono ancora lontani, ma mi ripropongo di tornare più dettagliatamente su questo importantissimo tema in un articolo specificamente dedicato ai problemi della nostra disastrata sanità.

Inutile dire che non si è proceduto neppure agli sbandierati tagli degli stipendi dei parlamentari (i più alti del mondo) ne alla diminuzione del numero esorbitante di deputati,  non che i partiti ammettano che a diminuirsi lo stipendio e a ridurre il proprio numero non ci pensano proprio… giurano che lo faranno, ma più in là nel tempo.

Questo governo dunque alla luce dei risultati ottenuti, non ha ragione di restare in carica, e andrebbe sostituito da un esecutivo che si decida a fare le riforme necessarie,  tagliando le spese scandalose della politica, gli sprechi inauditi della pubblica amministrazione e ponendo fine alle ruberie continue che sembrano consustanziali al sistema dei partiti. In questo modo si avrebbe modo di ridurre le tasse, e non aumentarle come si è fatto, consentendo di investire inoltre in ricerca in quei settori all’avanguardia, che sono il vero motore della crescita e su cui Germania, Cina e Stati Uniti, per fare alcuni esempi, investono cifre da capogiro. Questo processo, opposto a quello che seguiamo da anni, genererebbe nuova occupazione, farebbe nascere nuove aziende, competitive nel mercato internazionale e tecnologicamente all’avanguardia e permetterebbe, aumentando il PIL e diminuendo la spesa pubblica, di riportare i conti in ordine. Ma questo governo sembra preso da tutt’altri problemi, come quello di blindare il ministro della giustizia e metterla al riparo dalla mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle.

Nel frattempo l’Italia affonda, e non solo metaforicamente: il dramma che ha sconvolto la Sardegna (e che deriva anche dalla mancata messa in sicurezza del territorio da 40 anni a questa parte) mostra, ancora una volta, tutta l’incuria della classe politica che si è succeduta negli ultimi decenni. Se al posto di sperperare il danaro pubblico si fosse investito sul territorio e si fossero bonificate le arie a rischio oggi la Sardegna non sarebbe in ginocchio. Il governo comunque ha detto che stanzierà per l’emergenza 25 milioni di euro. E nel frattempo anche la Calabria sta andando sott’acqua.

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 240

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