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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 12471 volte 13 maggio 2013

Noam Chomsky su i rischi della globalizzazione; ovvero, della “cattiva” e “buona” Globalizzazione

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Siamo stati buoni profeti! Abbiamo infatti anticipato il carattere e i limiti dell’unico DVD dedicato al tema/problema della globalizzazione, il ventesimo, di “Capire l’economia”  su ricetta editoriale de  L’Espresso, affidato al linguista di fama mondiale Noam Chomsky (vedi l’intervento numero X  di questo contro-corso).

Ma la nostra è una ben magra consolazione alla luce dello “stato dell’arte” in punto di “scienza economica”,  e in particolare di quella sua essenziale estensione in materia di Economia Internazionale a cui  spetta per definizione di dare un giudizio sulla Globalizzazione dopo gli ultimi decenni che hanno visto appunto il trionfo  “finale” della pratica del commercio internazionale  ispirata alla dottrina del free trade o “libero scambio”. Pratica   che mai come in questo periodo ha goduto di un tale consensus omnium,  costituendo  nient’altro che l’estensione in ipotesi di una “economia aperta” (agli scambi, sul mercato internazionale ) dell’imporsi del suo equivalente mantra  in punto di fatto e di teoria economica “accreditata”  in ipotesi di una “economia chiusa” ( agli scambi internazionali), cioè la dottrina del laissez-faire. Architrave quest’ultimo della reazione conseguente il fallimento dell’interventismo di ispirazione keynesiana  culminato nell’esplosione della stag-flation negli anni ’70 del XX secolo, dopo i “trent’anni gloriosi” di politiche economiche ampiamente informate al decisivo ruolo  attivo dello Stato in economia che avevano caratterizzato  sin lì la storia economica successiva  al Secondo Conflitto Mondiale.

Avevamo sin dall’inizio   di questo “contro-corso ( vedi la “lezione” I ) colto la lacuna del “piano dell’opera” della iniziativa de l’Espresso in relazione alla immane  e perdurante crisi economica che ha colpito l’Occidente  a partire dal 2008. “Piano dell’opera” che non dedica, pour cause, nessuno dei suoi previsti 23 DVD a questo inevadibile tema che evidentemente coincide con la crisi della Globalizzazione stessa ovvero delle sue  vane promesse scientifiche ( teoria ricardiana del free trade): “vantaggi comparati”,  per tutti i partecipanti agli scambi internazionali. Ma questa evidente coincidenza  tra crisi economica in Occidente  e crisi della Globalizzazione,  che richiede la critica radicale ai presupposti scientifici della Globalizzazione cioè dell’intero impianto della teoria dell’Economia Internazionale non è neanche sospettata in “letteratura” con l’eccezione rappresentata dallo scrivente. Eccezione che è ben lontana per la sua  radicale alterità “copernicana” dal rimuovere la ortodossia “tolemaico-ricardiana” che regna sin qui con valenza di dogma nell’ambito della “scienza economica” canonica  e nella sua stessa  obiettiva appendice-riserva,   la così detta economia  “eterodossa” che nel caso  non mette minimamente in dubbio i fondamenti teorici  ricardiani ( “vantaggi comparati”,  alias  convenienza per tutti con il libero scambio)   della sua versione ortodossa,   rappresentandone  tutt’al più una “critica”  in punto di mancata coerenza applicativa. Insomma una critica svolta in chiave di “ragion pratica”( prasseologica)   ma non già di “ragion pura”,  ovvero di “teoria pura”.

Insomma,  se la Globalizzazione e le sue basi teoriche non sono messe in discussione trattandosi di cosa “buona” in sé,  gli innegabili  guasti che la accompagnano se non passano inosservati  a quanti non sono condizionabili con l’ideologia dozzinale che vuole che questo è “il migliore dei mondi possibili” ( ideologia di primo grado),  perché meno ingenuamente equipaggiati culturalmente  contro  i miasmi del “pensiero unico”, ecco allora pronta la falsa alternativa passata per “eterodossa” ma che di fatto è nella prima embedded  (svolgendo la funzione di ideologia di secondo grado): la Globalizzazione non si svolgerebbe  secondo le sue autentiche potenzialità perché alcune istanze che vi presiedono e/o che la animano ne distorcono in qualche misura gli effetti. Ad esempio,  non tutti i partecipanti rispettano le regole del libero scambio attuando forme più o meno mascherate di dumping o artatamente manipolano i tassi di cambio valutari; altri come le Multinazionali hanno una eccessiva forza di mercato e di condizionamento politico nei confronti delle Organizzazioni internazionali che  sovraintendono al rispetto delle regole del gioco ( WTO, FMI, etc.); per non dire delle  vecchie e nuove forme di corruzione con cui si possono condizionare Governi di particolari Paesi mediante modalità più o meno “evolute”del vecchio fenomeno delle èlites compradore del non lontano periodo coloniale e  neocoloniale. Si pensi alla pratica “santificazione” in USA delle lobby  il cui operato prontamente è stato incamerato  e ufficializzato nella succube Ue  e non  di meno nell’ambito del WTO: una sorta di “compradorismo”  che in mancanza di meglio si applica nel territorio proprio delle ex “metropoli”.

Alla luce dei nomi e dei temi previsti dal “piano dell’opera” de l’Espresso di cui è qui questione,  che solo nei pochissimi casi in cui non è stato possibile evitare di sfiorare il tema della Globalizzazione son tutti ispirati  alla sua versione ottimistica e trionfante,  si è evidentemente pensato di dover  dare voce ad  almeno  un caso di dissonanza,  ricorrendo alla figura del più noto e qualificato intellettuale  radical americano,  Noam Chomsky. Figura di spicco  della opposizione di “sinistra” che da anni  rappresenta la coscienza critica  del “pensiero unico” che gli USA hanno confezionato  e distribuito nel mondo intero a sostegno del consenso al “capitalismo reale”. 

E poiché Chomsky ancorché “ben informato” non è un economista di professione dovendo la sua fama alla linguistica,  dal combinato disposto:

 1) del “radicalismo”  made in Usa che da sempre svolge il semplice ruolo di fustigatore del “cattivo” capitalismo  e della “cattiva” democrazia e dei loro deleteri effetti una volta che ci si allontani da quanto prescritto dal rispetto di ciò che  stabilisce il paradigma liberal-liberista; 2) della mancanza di cogenza  dal punto di vista scientifico di critiche alla Globalizzazione che non ne intacchino le  sacrosante basi teoriche;

 appare senza  possibili equivoci il valore di posizione che assume il “contributo” di Chomsky  nella “collana” confezionata da l’Espresso: la “buona informazione” ancorché  esaustiva , filtrata e depurata in forma   di controinformazione se non giunge a concepire la “vera alterità” o “alterità Altra”,  ipostatizzandosi in mera denuncia morale  dell’esistente,   si esaurisce nel fenomeno delle “anime belle” esaminato da Hegel ne “ La fenomelogia dello spirito.  Fenomeno quello delle  “anime belle” che accomuna nel nostro caso Chomsky e gli ideatori dei “Capire l’economia” secondo l’Espresso.

E che di ciò si tratti senza possibili errori ermeneutici  lo si coglie appieno nelle considerazioni finali di Chomsky che in modo eclatante trova la soluzione ai “mali” della  Globalizzazione  e alla logica che la muove ( mostrando un apprezzabile  livello di informazione)  in un ritorno agli scambi fondati sui “valori d’uso” piuttosto che  il  dominio anonimo e impersonale  dei prezzi  di mercato,  con un appello implicito a un ritorno  all’antropologismo ottimistico di  Adam Smith fondato sulla “simpatia” nei rapporti umani  in grado di conciliare i miracoli  della produttività connessa alla divisione del lavoro  – che non travalichi i limiti dell’istupidimento –  con i” vantaggi comparati”  della medesima divisione del lavoro sul piano  del commercio internazionale.

 A  parte l’utopia tipica di  ogni “passatismo” che  resta prigioniera della illusoria sfera moralistica, Chomsky  compie un errore concettuale imperdonabile:  come assimilare l’arcadico rapporto di scambio  personale tra il birraio e il falegname  idealizzati da Smith teorico massimo della concorrenza con la medesima concorrenza svolta a livello internazionale? Assimilazione che consiste nella omologazione di una fiera di paese con le transazioni intercontinentali  affidate ai bip di internet? Ma a parte questo, anche l’informazione di Chomsky , che esplicitamente  – come da noi previsto – allude all’autorità del  Nobel Stiglitz  circa la “cattiva” e perciò riformabile  Globalizzazione,   mostra delle pecche in materia economica. Chomsky  ascrive a Smith infatti  la nozione di “vantaggi comparati” ( prezzi relativi) in materia di  scambi sui mercati internazionali nel mentre tale nozione è di assoluta originale  elaborazione  da parte del posteriore  Davide Ricardo,  fondando Smith  ben al contrario la sua benedizione ai benefici del libero scambio sul  principio della concorrenza basata sui prezzi assoluti.

 Se la soluzione alla attuale crisi della Globalizzazione si deve fermare alle indicazioni  ricavabili dai Forum dei  “no global”  e del loro vate “scientifico”  Stiglitz o alle denuncie delle malefatte delle multinazionali ricavabili da  No logo della Klein,  punti di riferimento essenziali nel firmamento alternativo entro cui si collocano i “rischi” materializzatesi della Globalizzazione  stessa secondo Chomsky,   è evidente che non se ne verrà fuori,   per la stessa ragione per cui  è perdente ex definitione  l’intenzione di moralizzare  una prostituta raccomandandogli un ridimensionamento del suo “eccessivo”  giro d’affari e dei suoi profitti.

Non sono perdenti e con ben altra  millenaria “macchina da guerra”  i canoni della cristianità in materia  etica  e di ogni altra religione fondata sulle prescrizioni morali? E non ci si venga a dire i nuovi sacerdoti laici  in nome della “scienza”,  per altro di seconda mano,  possano far meglio  degli arcaici  stregoni.  Ciò è  talmente vero che persino chi come Marx non si è fermato alle semplici “ armi della critica” ben consapevole che per cambiare il mondo è indispensabile il ricorso alle rivoluzioni e quindi alla “critica delle armi” non ebbe che a concludere la sua Critica al programma di Gotha  (del certamente non ancora imborghesito partito  della socialdemocrazia tedesca)

 con le parole :  dixi et salvavi animam meam.

 Conclusione che purtroppo e nonostante le migliori intenzioni (“e informazioni” ) si applica a  circa un secolo e mezzo di distanza  giocoforza anche a  chi ha redatto questo scritto!

Vittorangelo Orati(vitorati@alice.it)

 

 

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 183

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