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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13111 volte 28 ottobre 2013

NEGOZIATI INTERNAZIONALI, PARTNERSHIP E POLITICA DI RILANCIO DELLE ECONOMIE MATURE

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Gli esiti deludenti del G20 di San Pietroburgo dello scorso settembre hanno lasciato una scia di incertezze e di interrogativi. Paesi fortemente differenti sia sotto il profilo economico sia e soprattutto sotto il profilo politico si sono confrontati e hanno sortito risultati insoddisfacenti.

I paesi emergenti, che cavalcano uno sviluppo economico nazionale ancora molto sostenuto, sebbene anch’esso rallentato nel ritmo di crescita, come il Brasile, erano presenti al G20 e hanno fatto sentire la loro prosperante influenza. I BRICS stanno perseguendo una politica di protezionismo, sostenendo le industrie nazionali a discapito delle concorrenti estere. Le economie mature, soprattutto Stati Uniti e Germania, dal canto loro, ripropongono incessantemente il modello economico export oriented a fronte però di un commercio mondiale in lenta decrescita.

Brasile e India sono caratterizzati da una crescente classe urbana, hanno dato vita ad una borghesia contadina e agraria che rappresenta un mercato interno in crescente consolidamento, utile argine agli altalenanti flussi del commercio mondiale. L’India, a differenza del Brasile , conserva la sua tradizionale cultura comunitaria e il baratto è predominante. La circolazione monetaria all’interno dell’India è ancora pertanto piuttosto circoscritta.

La Cina, paese comunista e dittatoriale a capitalismo di stato e fortemente burocratizzata, non ha mai considerato un valore la redistribuzione del reddito e pertanto non ha consentito fino ad ora che si formasse una borghesia agraria. Il mercato interno è ancora poverissimo, non consuma la sovrapproduzione di merci che l’industria costiera cinese produce. La popolazione viene esportata per lavoro schiavistico all’estero al pari delle merci spazzatura cinesi. Mentre dal fronte interno deve considerare l’eventualità dello scoppio della bolla speculativa immobiliare. Il meccanismo di rigonfiamento della bolla cinese si è innescato su di una scala più grande a causa del sostegno pubblico alle aziende edili in procinto di fallire. 

La Russia, dopo la caduta del muro di Berlino, non è riuscita ad entrare a pieno titolo nel club dei paesi occidentali. È entrata nel WTO solamente nell’agosto del 2012. È tutt’ora stretta tra l’Europa maldisposta dei confronti dell’ex impero sovietico e interessata solamente alla sua capacità energetica e gli Stati Uniti ancora fortemente ostili e incapaci di guardare ad un mondo non più diviso in due blocchi. Alla Russia non resta che stringere alleanze da un lato con la Cina, energivora e fortemente sbilanciata verso al sovrapproduzione, e dall’altro con la polveriera del Medioriente e della primavera araba…

Allo stesso tempo gli Stati Uniti siedono a due tavoli di negoziati di importanza storica : al Transatlantic Trade and Investment Partnership e al Trans-Pacific Partnership (TPP). Entrambi i negoziati oltre che strumentali all’ampliamento del mercato e quindi del consumo, tendono ad isolare la Cina con le sue produzioni a basso costo, in dumping sociale e lesive per la salute e la sicurezza dei consumatori.

Il Transatlantic Trade And Investment Partnership dovrà gestire le relazioni commerciali USA -UE che rappresentano già il flusso commerciale maggiore al mondo. Ogni giorno gli scambi di beni e servizi tra le due aree sono del valore di 2 miliardi di euro.

 

L’accordo di partenariato trans-Pacifico (“TPP”) è un accordo di libero scambio attualmente in fase di negoziato tra nove paesi: Stati Uniti, Australia, Brunei, Cile, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Ne è quindi esclusa la Cina. L’area economica interessata da questi negoziati è di vastissime proporzioni. Il PIL globale dei paesi coinvolti ammonta a oltre 27.000 miliardi di dollari. Il mercato è enorme ed estremamente ricco: la popolazione globale è di quasi 800 milioni di persone con un reddito pro capite di quasi 35.000 dollari.

L’Europa a confronto degli altri paesi di cui si discute sembra essere un enorme mobile d’antiquariato molto pregiato, ma del tutto tarlato. Sta infatti subendo un processo di lenta deindustrializzazione, vittima di un pensiero dominate che contrasta qualsiasi forma di aggregazione capitalistica in nome di un chimerico mercato che per definizione dovrebbe essere sempre in equilibrio. 

L’Italia è la massima espressione di questo fenomeno. La mancanza di una vera sovranità nazionale sembra essere una costante del nostro paese. Non abbiamo mai avuto una nostra autonomia nazionale e la nostra storia va sempre letta alla luce dei conflitti di potere internazionali. Per comprendere questo non occorre risalire all’impresa di Garibaldi e alla costituzione di una Italia unita per volontà della diplomazia inglese, per contrastare il dominio francese nel Mediterraneo. Non occorre nemmeno rimarcare che Francia e Germania stanno imponendo il loro potere su tutta l’Europa compreso il nostro paese. Se ancora ci sono delle resistenze le dobbiamo agli Stati Uniti, che tutto vogliono fuorché un’Europa tedesca. L’obbiettivo a breve della Germania dal canto suo rimane quello di distogliere l’attenzione dall’assetto finanziario delle sue banche, rigonfie di titoli tossici. È un imperativo che le banche tedesche restino fuori dal controllo internazionale e che non si consolidi la consapevolezza nell’opinione pubblica del grande immenso pericolo che non solo il sistema bancario europeo, ma mondiale, sta correndo.

L’unione monetaria europea è stata una vera follia, la negazione della storia (come più volte ha sostenuto una importante firma della Rivista La Finanza, Angiolo Forzoni). Ha rappresentato il trionfo dell’economia monetarista classica per cui la storia stessa non esiste. Esiste un immaginifico equilibrio che viene infranto da interventi esogeni e non da fattori endogeni. Per l’Italia più che per ogni altro stato, la morsa della moneta unica è stato un evento innaturale, artificiale. L’Europa è stata la grande occasione perduta per l’Italia, perché solo l’Europa poteva agire da sovrastato federale che attribuisse un ruolo internazionale al nostro paese. Solo una Confederazione europea poteva permettere la convivenza di una pluralità di nazioni che per secoli hanno convissuto e combattuto. Al contrario l’Europa dell’euro è stato il risultato di una vendetta della Germania che non ha mai dimenticato l’umiliazione che la Francia le inflisse con il trattato di Versailles. Difficilmente l’Italia potrà agire in Europa così come è stata costruita. Come sosteneva Kissinger infatti solo la stabilità del potere nazionale può assicurare la capacità di trasferire la potenza nazionale sul piano internazionale e far sentire per tale via la voce degli interessi nazionali.

La flebile ripresa europea non sortirà effetti positivi sulla nostra economica, né sarà seguita da ulteriori slanci economici. L’ideologia monetarista, con le politiche di rigore che porta con sé, comporterà un’ulteriore contrazione dei consumi interni tra consumatori e imprese, ma anche una restrizione degli scambi tra imprese fornitrici e utilizzatrici di prodotti. In una situazione simile il dibattito politico italiano continua a coagularsi intorno alla crisi di governo, mentre l’esigenza di politiche di rilancio industriale sono vicinissime. Si discute se abbassare l’imposizione fiscale sulle imprese e sui lavoratori. Mentre nulla si è fatto per scongiurare l’innalzamento ulteriore dell’iva che si è abbattuto purtroppo come una mannaia sulle famiglie italiane più povere e sulle imprese. La frantumazione del potere politico in Italia è compensato dal rafforzamento del potere della magistratura, che tutto può e nulla sconta del proprio operato. Così come sta a dimostrare il caso dell’Ilva di Taranto e della rovina dei suoi 1.500 operai con le loro famiglie. Le privatizzazioni che si sono avute nel nostro paese negli anni Novanta del secolo scorso, operate senza un processo di liberalizzazione, hanno distrutto la grande industria pubblica italiana senza fortificare o senza permettere la creazione della grande industria privata. Esisteva un tempo in cui un potere privato della grande industria, le imprese pubbliche, la Banca d’Italia, i grandi partiti e le grandi organizzazioni sindacali di affrontavano. Le privatizzazioni, la distruzione per via giudiziaria dei grandi partiti hanno sfaldato gli strati sociali, senza ricostruire più nulla di stabile. Alcuni settori industriali italiani come l’informatica, dove eravamo leader con l’Olivetti, sono stati demoliti. Emblematico è stato lo “scandalo Ippolito” e la fine del nucleare in Italia, per non parlare della fine della produzione della chimica fine. Ne è rimasto uno strato produttivo composto da imprese piccole o piccolissime incapaci di aggregarsi e di interagire efficacemente con l’interlocutore politico.

Nel caos istituzionale attuale si blatera della vendita di quote di Eni, Enel e Finmeccanica che rappresenterebbe un grave errore in questo momento. Se dovessimo vendere, come il piano di Letta prevede non risolveremmo il problema del debito pubblico italiano. Le vendite inciderebbero solamente dello “zerovirgola”, del tutto irrisorio sul piano della sostenibilità del debito nazionale, mentre secondo l’ottica economica nazionale attuale e sull’orizzonte intergenerazionale sarebbe una catastrofe. Lo abbiamo già visto con la svendita di pezzi di Iri ad opera del Prof. Prodi, il quale procedette allo smantellamento di intere filiere merceologiche. Ovunque nel mondo occidentale si cerca di difendere “i campioni nazionali”, tenendo sotto controllo i settori strategici e pregiati delle proprie economie. Si dovrebbe concentrare l’attenzione del governo sulle uniche tre aziende di respiro internazionale nostrane: Eni, Enel e Finmeccanica. Si dovrebbero pianificare alleanze strategiche con imprese non finanziarie, ma industriali della stessa filiera industriale.

Si dovrebbe ripartire dal recupero dell’autonomia della politica italiana dalla politica restrittiva tedesca e europea in generale. Trovare un sistema efficace per aumentare la liquidità della moneta, come quello proposto dal prof. Orati sulle pagine di La Finanza e sui contenuti multimediali di www.lafinanzasulweb.it. Solamente un moneta abbondante in periodi di forte disoccupazione può essere in grado di sollecitare la crescita e i consumi. Stampare moneta, finché non c’è piena occupazione non fa crescere l’inflazione, al contrario stimola gli investimenti, purché la moneta venga distribuita alle aziende e ai consumatori, non alle banche d’affari. L’aumento degli stipendi ai lavoratori, delle pensioni ai pensionati, il pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese, queste sono le vie da perseguire, una per una, nessuna esclusa. Non si può poi prescindere dalla diminuzione dell’IVA e delle tasse in genere con la riduzione effettiva della pressione fiscale. E infine occorre ostacolare la capacità di speculazione delle banche e vincolarle a concedere credito alle imprese.

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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 70 | Commenti: 273

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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