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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 16574 volte 17 giugno 2013

Meritocrazia, efficienza e risparmio: la valutazione partecipata per una politica utile

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana, Primo Piano

  di Angelo Ippolito, Finpublic srl

 

La realizzazione di un presidio tecnico per gli investimenti, oggi è necessario per avviare un rinnovamento fondato sulla valorizzazione delle amministrazioni pubbliche. Questa è la principale conclusione del saggio di Luigi Marsullo “Filo di Arianna per un Buon Governo. Valutazione controllo e tracciabilità degli investimenti pubblici”.

L’impegno dello Stato deve essere incentrato sullo sviluppo e il riequilibrio economico sociale e territoriale tra le diverse aree del paese, secondo i principi della cooperazione e della trasparenza, tramite una efficienza competitiva della Pubblica Amministrazione.

Gli investimenti pubblici non possono essere assoggettati alle stesse regole a cui è assoggettata la spesa corrente: non si possono pagare affitti e/o pensioni indebitandosi, ma non si può vietare la realizzazione delle infrastrutture necessarie per garantire la crescita sociale ed economica del Paese.

Occorrono delle soluzioni alternative e straordinarie per garantire un livello di investimenti pubblici in misura tale da garantire un livello di occupazione e di reddito adeguato alle aspettative delle persone.

La valutazione non è semplicemente una teoria economica o una formula matematica. La valutazione è una “politica utile” per il miglioramento delle condizioni socio-economiche della collettività. Ma per poter parlare di politica utile è necessario che la valutazione sia indipendente e non di interesse.

Da ciò deriva che la valutazione deve considerare tutte le variabili socio-economiche che un progetto di investimento va ad interessare, che porta ad una nuovo concetto di valutazione, meno economica e più sociale, che quindi potrebbe essere etichettata come “valutazione partecipata“.

La valutazione partecipata, oggi, si manifesta in modo negativo tanto da essere etichettata con il termine NIMBY (not in my back yard – non nel mio giardino). Nascono in continuazione comitati che contrastano qualunque attività di sviluppo di un territorio e che contribuiscono a far incrementare i costi di realizzazione di un’opera determinando continui ritardi – il tempo è un costo -, a prescindere da qualunque analisi di convenienza di un’infrastruttura.

La valutazione partecipata può portare a modificare l’impostazione attuale delle analisi di convenienza ad effettuare un determinato investimento.

Tale analisi di pre-fattibilità ha l’obiettivo di porre le basi per un’analisi e una valutazione che consenta di realizzare un’opera condivisa dalla collettività.

A differenza dell’attuale impostazione (a cui si sta cercando di porre un rimedio attraverso una modifica delle competenze tra lo Stato e gli enti periferici) occorrerebbe stabilire dei tempi certi entro il quale va realizzato da parte delle comunità interessate dal progetto lo studio di pre-fattibilità a cui farebbe seguito un’analisi congiunta delle diverse ipotesi presentate.

Oltre alla definizione di opere condivise e alla definizione di tempi certi, altro tema su cui non è mai stato deciso di intervenire riguarda le Opere Compensative, ovvero quelle opere infrastrutturali minori che i Comuni interessati da una grossa infrastruttura richiedono per compensare il disagio causato dai cantieri aperti per la realizzazione dell’opera maggiore.

Ciò perché la decisione di realizzare un’infrastruttura viene imposta e in qualche modo occorre far accettare ai soggetti coinvolti direttamente dall’opera tale imposizione, attraverso la realizzazione di opere compensative.

Il problema è che anche se è una prassi consolidata, ogni Comune può chiedere qualunque intervento compensativo di qualunque importo, facendo lievitare l’importo dell’opera principale.

Come evidenziato in questa breve analisi, oggi, nel momento in cui si decide di realizzare un’infrastruttura, i comitati locali e i gli Enti periferici dello Stato mettono in moto un meccanismo che determina l’aumento dei costi dell’opera e che spiega come mai in Italia le infrastrutture abbiano un costo superiore di due/tre volte la media europea.

Attraverso la valutazione partecipata si eliminerebbero o comunque verrebbe ridotta l’influenza delle comunità locali, sia attraverso la condivisione del progetto che avverrebbe in un tempo ben definito e attraverso l’indicazione nello studio di pre-fattibilità delle opere compensative richieste dagli enti periferici che in ogni caso non possono superare, ad esempio, il 2% del costo totale dell’opera.

Oggi c’è la necessità e l’urgenza di liberare risorse finanziarie. Si stanno studiando diverse ipotesi per favorire la ripresa degli investimenti pubblici senza dover aumentare il debito pubblico. Al riguardo, l’ipotesi che più condivido è quella suggerita da tre dei più noto economisti italiani, Paolo Savona, Antonio Maria Rinaldi e Michele Fratianni. In breve, la loro ipotesi si basa su due operazioni finanziarie diverse ma propedeutiche: rimodulazione dei termini contrattuali del debito pubblico, attraverso l’anticipazione e la posticipazione, a seconda dei casi, dei pagamenti e la vendita di parte del patrimonio immobiliare pubblico necessaria ridurre lo stock di debito pubblico rilanciando i meccanismi di crescita.

Oltre alla vendita di parte del patrimonio immobiliare (il più imponente del mondo), sarebbe necessario rivedere i contratti di affitto tra le amministrazioni pubbliche e i privati, che ammonterebbero a circa 12 miliardi.

Tuttavia, le proposte fatte per favorire la ripresa degli investimenti pubblici senza dover aumentare il debito, lasciano il tempo che trovano a causa dei vincoli europei.

Infatti, si è giunti nella paradossale situazione in cui lo Stato italiano non dispone più di risorse finanziarie per sostenere la collettività tramite politiche di sviluppo, in quanto oggi la crescita e lo sviluppo può avvenire solo tramite risorse comunitarie e alle condizioni imposte da Bruxelles. Inoltre, a fronte di un versamento di 100 a favore delle casse europee, l’Italia riceve indietro per investimenti 75 da utilizzare negli ambiti economici decisi a Bruxelles. Per assurdo, la Commissione Europea potrebbe decidere che le tutte le risorse vanno utilizzate per realizzare piste ciclabili e saremmo costretti a realizzare solo piste ciclabili. Non ci converrebbe tenerci i 100 e decidere noi come investirli? Ma siamo sicuri che quanto stabilito a Bruxelles sia effettivamente realizzabile in Italia? Ciò spiegherebbe anche perché non riusciamo a spendere tutte le risorse comunitarie di cui disponiamo e che sistematicamente restituiamo all’Europa perché non sappiamo cosa farne. Oltre al condizionamento finanziario vi è quello psicologico. Infatti, non passa giorno che ogni ipotesi fatta dal Governo italiano per dare impulso all’economia venga criticata e affossata a livello europeo.

Tuttavia, dare la colpa all’Europa per la drammatica situazione in cui ci troviamo sembra eccessivo.

C’è molto da fare. Occorre riequilibrare i poteri a favore dello Stato centrale, stabilire delle procedure che prevedano tempi e costi certi per la realizzazione delle infrastrutture attraverso la valutazione partecipata.

Forse i tempi non erano maturi. Oggi si potrebbe ritentare la ricostituzione di un nucleo di valutazione indipendente con il compito di razionalizzare le risorse – utilizzando le note tecniche dell’Analisi Costi-Benefici e dell’Analisi di Fattibilità Finanziaria -, indirizzandole verso le opere più importanti e che meglio riescono ad apportare dei benefici alla collettività, avendo come obiettivo l’occupazione e il reddito

Quello di cui il nostro Paese ha veramente bisogno è la ricostituzione di un comitato di valutazione indipendente degli investimenti pubblici, che altro non è che un filtro tra i valutatori e i valutati, senza il quale le risorse finanziarie anche se liberate attraverso la riduzione del debito pubblico – per il minor importo di interessi pagati sul debito – e la vendita degli immobili dello Stato, continueranno ad essere utilizzate in maniera arbitraria con l’obiettivo di soddisfare il proprio bacino di interesse e non quello dell’occupazione e del reddito che può essere raggiunto solo attraverso analisi economiche indipendenti che consentirebbero di avviare il processo di rinnovamento della Pubblica Amministrazione basato sullo sviluppo delle competenze e sulla meritocrazia.

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 239

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