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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 28147 volte 19 novembre 2013

L’Italia e la crisi: un Paese al bivio

L'intervento di Giorgio Vitangeli all'Associazione M-arte

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

 

Non v’è dubbio che tra i molteplici fattori dello sfascio dell’economia italiana (non pochi dei quali d’origine esterna) vi sia anche l’euro. Ed una  delle cose più amare per chi, come me, ha cominciato quasi mezzo secolo or sono a sognare e predicare la nascita di una moneta unica europea, quale strumento di liberazione dell’Italia e dell’Europa  dal signoraggio del dollaro, è constatare ora come in realtà l’euro ci ha tolto quel briciolo di sovranità monetaria che l’Italia aveva con la lira, senza scalfire più di tanto l’egemonia planetaria del dollaro. Peggio: la rigidità della politica di bilancio che il trattato di Maastricht e la Banca Centrale Europea ci impongono, la politica di austerità che il rispetto di quei parametri esige, hanno fortemente contribuito a farci sprofondare nella recessione e ci impediscono qualunque incisiva politica di sviluppo.

Come e perché è  sopraggiunta questa eterogenesi dei fini, e soprattutto come se ne può uscire?

Prima di tentare di rispondere a questa domanda credo opportuno sottolineare brevemente due  argomenti preliminari:

      1)La stretta correlazione tra politica di austerità e recessione.

2)Le ragioni per cui l’euro invece di liberare l’Europa dal signoraggio del dollaro è divenuto una gabbia ed un giogo ulteriore per alcuni Paesi europei, ed in particolare per l’Italia.

La correlazione tra austerità di bilancio e recessione è intuitiva, è testimoniata dalla realtà dei fatti, ed è anche comprovata dall’analisi econometrica.

E’ intuitivo infatti che se lo Stato -per rispettare il limite del 3% del “pil” nel deficit pubblico- riduce le spese, ritarda i pagamenti e incrementa la pressione fiscale, l’economia reale ne soffre, innescandosi una serie di circoli viziosi.

Le imprese e le famiglie infatti dispongono di minori risorse finanziarie, cosicché le prime riducono gli investimenti, le seconde contraggono i consumi.

La riduzione dei consumi, sommandosi alla flessione della spesa pubblica, riduce la domanda aggregata e quindi le vendite delle imprese, che reagiscono riducendo l’occupazione, il che fa ulteriormente diminuire i consumi e la domanda.

Le imprese inoltre stentano a ripagare i crediti ottenuti dalle banche, e così anche le banche  debbono affrontare perdite di bilancio dovute a sofferenze ed incagli nei loro impieghi, e divengono più esigenti e più diffidenti nella concessione del credito.

Il “credit crunch”, cioè la stretta creditizia, soffoca ulteriormente l’economia reale, già messa in difficoltà dalla riduzione della domanda.

La contrazione dell’economia reale tende poi a ridurre le entrate fiscali, e in primo luogo l’Iva, per cui mantenere il deficit entro il 3% del “pil” diventa per i governi una fatica di Sisifo, ed ancor più difficile diventa ridurre il rapporto tra debito e pil, se il prodotto interno lordo cala, ed il debito invece continua a crescere, anche se di poco.

Questa serie di connessioni logiche e di circoli viziosi trova conferma, come già detto, nella realtà, e ne costituisce una fedele fotografia.

Nell’Eurozona dal 2009 al 2012, austerità regnante, tra brusche cadute e lievi riprese il “pil” è diminuito, ed ancor più si è ridotto in Italia. Ecco  i dati precisi.

 Eurozona: 2009: -4,1%; 2010: +1,7%; 2011: +1,5%; 2012: -0,9%; 2013: -0,4% (stimato).

Italia: 2009: -5,05%; 2010: +1,54%; 2011: +0,4%; 2012: -2,4%.

 Nei sei anni dal 2006 al 2012  gli investimenti in Europa sono diminuiti del 3,6%: in Italia sono crollati del 20,5%.

Nel 2013, secondo la Commissione, il nostro prodotto interno lordo si ridurrà ancora dell’1,8% nel 2014 la tanto attesa crescita non sarà dell’1,1%, come stimato dal nostro governo, ma solo dello 0,7%. Cioè poco più di niente, dopo una politica di lacrime e sangue che si è concretizzata in una pressione fiscale insostenibile, in una riduzione del 7% del potere d’acquisto delle famiglie, secondo le stime dell’Ocse, in una disuguaglianza sociale cresciuta di due punti, ed in una disoccupazione che, secondo la Commissione Europea, toccherà l’anno prossimo il picco del 12,4%.

La stretta correlazione tra politica di austerità e recessione è confermata anche dall’analisi econometrica. Lo ha mostrato il Nobel Paul Krugman con un grafico pubblicato sul New York Times . Un grafico ripreso ed ulteriormente sviluppato da Lorenzo Bini Smaghi, il membro del Comitato Esecutivo della BCE costretto a dimettersi per far posto alla presidenza di Draghi.

Bini Smaghi, per la verità, oltre all’austerità inserisce altri fattori a giustificazione della scarsa crescita: dall’eccessivo debito pubblico agli squilibri accumulati in termini di competitività dopo l’introduzione dell’euro (che non hanno potuto essere amputati, aggiungiamo noi, con il rimedio chirurgico della svalutazione) e rovescia le conclusioni: non è tanto l’austerità la causa prima della recessione, quanto il non aver fatto le necessarie riforme, che non ha lasciato ai governi altra scelta che l’austerità. Su quali siano precisamente queste necessarie riforme però tutti restano nel vago, o usano eufemismi: la “flessibilità” del lavoro (per dire progressiva abolizione dei contratti a tempo indeterminato e delle conquiste di oltre un secolo di lotte sindacali?); riforma del welfare (per dire riduzione delle tutele sociali, minori coperture sanitarie, pensioni pubbliche più basse e concesse in età più avanzata?).

Insomma Bini Smaghi sembra dire che il governo deve necessariamente ricorrere ora all’austerità di bilancio perché non  ha ricorso prima ad un’austerità ancor più severa nelle politiche sociali…

Passo al secondo punto: come è potuto avvenire cioè che l’euro da strumento di liberazione dell’Europa sia divenuto un vincolo paralizzante per alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia.

Una prima ragione è strutturale. Battere moneta, cioè l’esercizio della sovranità monetaria, è uno degli attributi della sovranità politica. E non c’è bisogno di essere maoisti per riconoscere, come sosteneva Mao Tze Tung, che “la sovranità riposa sulla canna del fucile”. Cioè senza sovranità militare non ci può essere vera sovranità politica, e senza sovranità politica non ci può essere sovranità monetaria.

L’Europa, questa Europa, si è illusa di arrivare alla moneta europea, cioè alla sovranità monetaria, prescindendo dalle due sovranità che la precedono: quella militare e quella politica. Dal punto di vista militare infatti i Paesi europei sono in sostanza pedine della Nato, organizzazione ad egemonia americana.

Quanto alla sovranità politica, essa è del tutto inesistente, malamente surrogata da simulacri che la usurpano, come la Commissione di Bruxelles o la stessa BCE, che hanno l’arroganza del potere, ma non la sua legittimità.

In conclusione: la presunta sovranità monetaria dell’Europa espressa con l’euro poggia sul nulla. Ed una moneta che poggia sul nulla politico e sull’impotenza militare non può certo contrapporsi al dominio del dollaro, e neppure arginarlo.

Sulla bilancia della storia, da che mondo è mondo, la spada pesa più dell’oro. Gli Stati Uniti non hanno più l’oro, ma hanno ancora la spada più potente del mondo.

C’è poi un secondo motivo, più sottile, alla base del fallimento dell’euro, ed è l’ingresso dell’Inghilterra nell’Unione Europea.

L’Inghilterra infatti da un lato ha sabotato qualunque passo avanti verso l’unità politica, dall’altro –assieme agli Stati Uniti – ha favorito e promosso l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi più disparati; infine ha infettato l’Europa col virus del  monetarismo e del “pensiero unico” di scuola economica anglosassone, inducendo una mutazione genetica che, a cominciare dalla Commissione di Bruxelles, ha finito col cambiare il volto, la natura, i principi, gli obbiettivi dell’Unione Europea.

Con lucidità profetica, opponendosi all’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità Europea, mezzo secolo fa, nel gennaio del 1963, De Gaulle affermava: “C’è da prevedere che la coesione di tutti i membri, che sarebbero assai numerosi, assai svariati, non resisterebbe a lungo, e che in definitiva apparirebbe una Comunità atlantica colossale  alle dipendenze e sotto la direzione americana”.

C’è da aggiungere che il sabotaggio inglese  ha finito col trovare collusione nell’egoismo e nell’ottusità  emersi in Germania dopo l’unificazione.

Non c’è dubbio che se un Paese ha tratto vantaggio dall’euro, a scapito degli altri Paesi europei, questo è la Germania.

A testimoniare la politica mercantilistica senza misura messa in atto dalla Germania, che beneficia del fatto di non dover più rivalutare il marco, basta un dato.

Si parla tanto dell’eccesso di esportazioni della Cina, che non rivaluta la sua moneta e le cui merci invadono il mondo, mettendo fuori mercato le produzioni locali.

Ma la Cina con un Prodotto Generale Domestico pari a 8,2 trilioni ha un avanzo commerciale di 210 miliardi; la Germania con un prodotto domestico di 3,4 trilioni, cioè meno della metà di quello cinese,  ha un avanzo commerciale di 240 miliardi, che è quattro volte l’avanzo del Giappone, che ha un Prodotto domestico quasi doppio di quello tedesco.

Questa politica mercantilistica egoista della Germania, unita all’inflessibile  determinazione nell’esigere l’austerità nell’Unione Europea, stanno dissanguando i Paesi mediterranei, Italia in primis.

Politica ottusa, abbiamo detto,  perché nessun Paese può prosperare se i suoi  vicini e partner commerciali vanno in rovina.

E veniamo alla conclusione. Che fare  per trarre l’Italia fuori da questa palude?

Uscire dall’euro e riappropriarci della nostra sovranità monetaria, è la risposta che  si ascolta sempre più spesso, non solo negli ambienti della destra, e non solo in Italia.

Ma chi sogna un ritorno alla lira non considera che il recupero della sovranità monetaria sarebbe in larga parte illusorio.

Abbandonare l’euro non è soluzione taumaturgica; va vista piuttosto come il rimedio estremo di chi lascia una nave in cui è vessato e si avventura su una scialuppa in un mare in tempesta.

Il recupero della sovranità monetaria sarebbe in gran parte illusorio per due motivi.

Il primo è che saremmo ancor più soggetti al signoraggio del dollaro, cioè dipendenti dalla politica monetaria degli Stati Uniti. La nostra sarebbe dunque in ogni caso una “sovranità limitata”, non solo in campo politico, ma anche in quello monetario.

Il secondo motivo è che perdurando la libera ed incondizionata circolazione dei capitali, le munizioni a difesa del cambio di cui dispone la Banca Centrale di un Paese come l’Italia appaiono irrisorie a fronte di quelle di cui dispone la speculazione internazionale. Lo abbiamo già sperimentato nel 1992, quando Soros attaccò la lira e Ciampi bruciò inutilmente tutte le nostre riserve valutarie, in una difesa che assomigliava alle cariche di cavalleria contro i carri armati.

Dunque: uscendo dall’euro la nostra sedicente sovranità monetaria sarebbe in realtà  ostaggio del dollaro e della speculazione. L’unica manovra che ci sarebbe permessa sarebbe una pesantissima svalutazione, con lacrime e sangue (potere d’acquisto di pensioni e stipendi ridotti di un terzo, e forse più…), ed un ritorno alla finanza allegra, premessa di ulteriori svalutazioni e di un continuo impoverimento

E allora, che fare?

L’unica strada ragionevole appare quella di ricontrattare con durezza e determinazione il Trattato di Maastricht, facendo fronte comune con gli altri Paesi mediterranei, e minacciando altrimenti l’abbandono dell’euro.  Non sarebbe  questa minaccia un’arma spuntata: da uno sgretolamento dell’eurozona la Germania avrebbe tutto da perdere: il suo euro si ridurrebbe ad un’area del marco, e la stessa costruzione europea traballerebbe.

Ricontrattare Maastricht vuol dire anzitutto allentare il cappio del 3% del “pil”come deficit massimo del bilancio pubblico, non per abbandonarsi ad uno sconsiderato “deficit spending”, ma per rilanciare la politica degli investimenti in Italia ed in Europa.

Un primo ragionevole allentamento sarebbe quello – di cui s’è accennato inutilmente più volte – di escludere dal computo del deficit pubblico gli investimenti in infrastrutture concordati a livello europeo.

Un secondo allentamento potrebbe essere quello di  misurare la salute economica e l’affidabilità di un Paese non sul solo parametro del deficit e del debito pubblico, ma aggiungendo altri fondamentali indicatori, come l’indebitamento totale, cioè debito pubblico più debito delle famiglie e delle imprese, la bilancia commerciale, la posizione patrimoniale con l’estero.

Una misura per reimmettere  liquidità in un sistema economico assetato, senza rischi inflazionistici, potrebbe essere inoltre quella suggerita dal prof. Orati: consentire cioè allo Stato ed agli Enti pubblici territoriali (Regioni e Comuni), di emettere “assegnati”, cioè assegni garantiti dagli immobili pubblici di loro proprietà, assegni che potrebbero circolare come quasi moneta. Invece di vendere cioè gli ultimi gioielli di famiglia, come si appresta a fare il governo Letta, avremmo una loro temporanea mobilizzazione, restando essi nel patrimonio pubblico.

 

Naturalmente risolvere i problemi derivanti dall’euro non significa per ciò stesso risolvere la crisi italiana, che è economica, politica, sociale, morale, demografica. Non accenno neppure a questi temi, perché non basterebbe un libro.

Limitandomi al tema dell’euro e dell’Europa, io credo che la soluzione non è distruggere, ma rifondare e correggere, tornando alle origini, e riscoprendo anche le lucide linee di marcia suggerite mezzo secolo fa da De Gaulle. Un’Europa cioè delle Patrie e dei popoli prima che un’Europa del mercato e della moneta.

Egli predicava e preconizzava un’Europa dall’Atlantico agli Urali. Noi oggi dobbiamo dire: un’Europa da Brest a Vladivostok, cioè dall’Atlantico al Pacifico, nella prospettiva di una grande area economica eurasiatica, protagonista dello sviluppo e del progresso mondiale. Non un’Europa interatlantica, quale vanno  tessendo gli Stati Uniti, area periferica orientale di un Occidente americano.

Un’Europa con una sua autonoma capacità di difesa, e quindi con una sua politica estera unitaria; un’Europa in cammino condiviso verso la Federazione, di cui la moneta unica, governata da una Banca Centrale pubblica, sia  anticipazione.

Sarebbe sciocco ignorare che l’Italia di oggi e l’Europa di Bruxelles  vanno in direzione opposta.

Ma ancora più sciocca sarebbe l’illusione di poter tornare indietro ad un’Europa di Nazioni che sfoghino la loro impotenza beccandosi come i capponi di Renzo, tenuti per le zampe da poteri forti  politici ed economici extraeuropei.

Non si può e non si deve tornare indietro: bisogna sfondare un varco e andare avanti.

 

Giorgio Vitangeli

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