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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 16419 volte 02 maggio 2013

Uscire dalla moneta unica: rischio o opportunità?

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

L’euro, il bambino e l’acqua sporca

di Giorgio Vitangeli

 

Su una cosa tutti i commentatori  delle recenti elezioni politiche italiane sono stati d’accordo: è stato un voto di protesta contro la “casta” politica, ma è stato soprattutto un voto contro l’austerità imposta all’Italia dall’Europa, o per essere più precisi dalla Germania e dalla Commissione di Bruxelles.

Rifiuto sacrosanto, perché bisogna essere dei talebani  del monetarismo e ciechi davanti alla realtà per non capire che una cura da cavallo di austerità sta uccidendo il malato; che imporre per legge costituzionale il pareggio di bilancio cioè  riduzione delle spese ed aumento delle tasse mentre l’economia è in recessione, significa aggravare la recessione, e che ridurre il rapporto tra debito e “pil” se il prodotto interno lordo diminuisce, è impresa praticamente impossibile.

La prova, se ce ne fosse bisogno, l’ha data proprio il professor Monti. Quando è andato a palazzo Chigi, a capo del suo governo tecnico, il debito pubblico era pari al 120% del “pil”; quando si è dimesso, il rapporto tra debito e “pil” era salito al 126%. E ciò malgrado avesse (o proprio perché aveva) imposto al Paese lacrime e sangue tanto che – riconosce ora Bankitalia – due famiglie su tre in Italia  hanno oggi un reddito inferiore alle necessità.

Sacrosanto dunque il rifiuto dell’austerità da parte degli elettori italiani. Il fatto è che esso comincia a trascinare con sé anche un crescente rifiuto dell’euro. E se si sbriciola l’euro, l’Europa, nella migliore delle ipotesi, regredisce a semplice mercato unico, che è poi quello che dichiaratamente vorrebbe l’Inghilterra e che, con tutta probabilità, non dispiacerebbe agli Stati Uniti.

A questo punto allora bisogna cercar di ragionare col cervello, e non con la pancia. Perché se no con l’acqua sporca del bagnetto si finisce col buttar via anche il bambino. E fare gli interessi dei nemici dell’Europa, senza con ciò difendere quelli del popolo italiano.

 

Il mito tentatore della sovranità nazionale

 

Molti, non solo in Italia, davanti ai sacrifici insostenibili che impone la permanenza nell’euro, invocano un ritorno alla sovranità nazionale in campo monetario. Con il sottinteso implicito che un ritorno alle monete nazionali, cioè per quel che ci riguarda, alla lira, consentirebbe di  stampare moneta, di manovrare autonomamente i tassi, di svalutare, “aggiustando” così in prima battuta gli squilibri dell’economia reale con la correzione della parità di cambio.

In realtà chi ragiona così sembra aver dimenticato che nei decenni antecedenti  la sovranità monetaria italiana in realtà  era una illusione, o, se preferite, poco più di una finzione formale.

In primo luogo perché, come tutti i Paesi ad economia di mercato, l’Italia era soggetta al signoraggio del dollaro. Un signoraggio che, dopo la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro era divenuto senza limite e senza freni.

In dollari noi dovevamo pagare tutte le nostre importazioni, a cominciare dal petrolio.

Ma le leve della politica monetaria del dollaro l’avevano e l’hanno in mano il governo americano e la Federal Reserve. E le loro decisioni condizionavano inesorabilmente anche la lira. Anche sotto l’aspetto monetario l’Italia era dunque un Paese “a sovranità limitata”.

Per rendersi conto di quanto la nostra politica monetaria e la nostra economia fossero condizionate dalle decisioni americane basta  rammentare un episodio. Nell’ottobre 1979 la Federal Reserve cominciò a rialzare il costo del denaro, portandolo rapidamente a livelli prima impensabili. Il movimento al rialzo si trasmise rapidamente per contagio a tutto il sistema finanziario occidentale. Il peso degli interessi sui debiti divenne enorme. E lì iniziò il disastro del debito pubblico italiano. Anno dopo anno il rapporto tra debito pubblico e “pil” peggiorava mediamente di cinque punti  all’anno. Nel 1981 il nostro debito era ancora pari al 61% del “pil”: il livello “virtuoso” fissato dai parametri di Maastricht. Ma nove anni dopo, nel 1990 quel livello aveva superato il 100%, e continuava a crescere. Certo: non soltanto per il peso degli interessi. Ma la spinta sull’orlo del baratro ci era venuta dalla politica monetaria degli Stati Uniti.

Un secondo poderoso fattore che scardinò quel poco che restava della nostra sovranità nazionale fu la libertà assoluta di circolazione dei capitali, nell’ottica della conclamata “economia globale”.

In linea di principio, in un’economia ben regolata, la libera circolazione dei capitali sarebbe un fattore di sviluppo. Ma in un’economia finanziarizzata e senza regole, con masse smisurate di capitali transnazionali speculativi in cerca di profitti immediati, questa libertà accentua gli squilibri e causa disastri. Nella nave inclinata dalla tempesta, cioè in un Paese che appare in difficoltà, la massa enorme e incontenibile dei capitali speculativi si getta tutta da un lato per rovesciare la nave, e depredarla.

Un esempio di questo modus operandi lo abbiamo amaramente sperimentato nel 1992.  L’economia italiana, è vero,  accusava pesanti squilibri, ma non necessariamente la via del riequilibrio passava attraverso una svalutazione della lira. A decidere in tal senso non fu la Banca d’Italia, ma la speculazione internazionale, personificata secondo la “vulgata” da George Soros. L’allora governatore Carlo Azeglio Ciampi cercò di resistere fino all’ultimo. Bruciò nella difesa tutte le riserve valutarie di cui disponeva: circa 45 miliardi di dollari, più altri 15 miliardi. Una quantità ingente, ma insignificante rispetto a quella che poteva muovere la speculazione.  Ed alla fine l’Italia fu costretta a fare non quello che governo e Banca d’Italia, a torto o a ragione, avevano deciso, ma quello che voleva la speculazione internazionale.

 

La nostalgia della svalutazione

 

Alcuni oggi cominciano a guardare in positivo a quell’episodio.  Perché in ultima analisi la svalutazione di circa il 30%  della lira non spinse nel baratro l’economia italiana, come molti temevano.  Com’era prevedibile il cambio più favorevole diede una forte spinta alle nostre esportazioni. La riduzione ed il rincaro delle importazioni furono frenati con una maggiore autarchia, cioè sostituendo, ove possibile, con  merci italiane quelle prima importate, divenute più costose. Sotto la guida vigile del governatore Fazio, attento ad impedire il sacco dell’Italia da parte degli investitori stranieri ( atteggiamento che gli fu poi rinfacciato dal New York Times) la Banca d’Italia ricostituì le sue riserve valutarie.

Ma negli anni immediatamente seguenti la svalutazione, l’inflazione in Italia pur non esplodendo come molti temevano, oscillò tra il 4 ed il 6%, che sono livelli che in cinque anni riducono di un quarto il potere d’acquisto interno. Il “pil”, malgrado la spinta che veniva dalle esportazioni, cresceva mediamente dell’1%, quando non ebbe segno negativo. E con una crescita del “pil” all’1% ed un’inflazione media quasi al 5%, il debito pubblico in quattro anni crebbe di un altro 20%.

In definitiva: con la pur forte svalutazione l’Italia non aveva risolto nessuno dei suoi problemi: li aveva solo posticipati, prendendosi una boccata di respiro.

C’è da aggiungere che paragonare l’Italia di oggi a quella di vent’anni or sono e lo scenario di oggi con quello di allora, non ha molto senso. Per quanto riguarda il nostro apparato industriale, ci sono di mezzo le privatizzazioni, ed il saccheggio di ampi settori del nostro sistema produttivo; per quanto riguarda lo scenario, venti anni di globalizzazione lo hanno reso irriconoscibile.

In conclusione: il ritorno alla lira più che un riappropriarsi della sovranità monetaria sarebbe un cadere dalla padella dell’euro nella vecchia brace del dollaro. Da cui proprio la creazione della moneta unica europea avrebbe dovuto salvarci. Ed il ricorso alla svalutazione, inevitabile corollario dell’uscita dall’euro, sarebbe rimedio doloroso e insufficiente a curare i mali della nostra economia. Doloroso perché in definitiva ridurrebbe la nostra ricchezza ed il nostro potere d’acquisto: sull’estero immediatamente, e subito dopo sull’interno, con l’inflazione. Ed a pagare il prezzo maggiore ancora una volta sarebbero i più deboli: i disoccupati, i lavoratori dipendenti, i pensionati.

Ed oltretutto sarebbe un sacrificio pressoché inutile. O qualcuno pensa davvero che con il ritorno alla lira e con una “bella svalutazione” si possano risolvere i problemi posti dalla globalizzazione, dalla proliferazione cancrenosa di una finanza internazionale divenuta una bisca globale, dal disordine monetario internazionale che dura ormai da più di quarant’anni e che rischia di sfociare in una “guerra delle monete”? Perdurando l’assoluta libertà di circolazione  di merci e servizi, di quanto dovremmo svalutare per essere competitivi coi cinesi e con gli indiani?

 

Ma un euro così non può durare

 

Tutto ciò premesso, va anche detto con forza che un euro così, ed anche una Unione Europea così non possono durare.

L’Unione Europea, ferma a metà del suo tormentato percorso, non è più un patto verso l’unione di nazioni sovrane, perché i suoi organi tecnici (dalla Commissione alla Banca Centrale Europea) si sono appropriati di brandelli crescenti di sovranità nazionale. E non è ancora una Federazione con un suo governo federale, un suo esercito, una sua politica estera. Con il perdurare anzi della crisi economica globale, che grava in misura diversa sui  singoli Paesi, si rafforzano ovunque le spinte disgreganti. Emergono e crescono le differenze strutturali tra i vari Paesi dell’Unione, e persino le rivendicazioni separatiste all’interno delle nazioni, su cui, probabilmente, c’è chi fa leva. Gli “egoismi nazionali”, non solo in Germania, si sono riaffacciati prepotenti e ciechi.

In questo scenario una moneta unica europea, con una Banca Centrale indipendente dalla politica ma a forte influenza tedesca,  ferma a metà strada, perché emette moneta, ma è prestatrice di ultima istanza per le banche, non per gli Stati, è una costruzione che non può reggere. O cambia, o cade.

Per l’Italia in particolare l’euro è iniziato col piede sbagliato, cioè con un cambio penalizzante. La penalizzazione è continuata con un euro innaturalmente forte rispetto al dollaro (cioè con la strisciante svalutazione competitiva della moneta americana).  Ci siamo trovati con l’euro ad avere un’economia debole ed una moneta forte; la Germania, al contrario, ha goduto di un’economia forte e di un euro più debole di quanto sarebbe stato il marco.

L’ossessione tedesca per l’ìnflazione e la diffidenza per i Paesi in disavanzo del Mediterraneo hanno condotto prima alla follia dei parametri di Maastricht, cioè al debito pubblico come unica misura di equilibrio economico di una Nazione, poi al delirio del pareggio di bilancio, inserito addirittura nella Costituzione, stuprandola.

Ebbene: se l’euro diventa una forca, cui è impiccata l’economia italiana, e ci si chiede anche di pagare la corda, allora davvero l’Italia non ha scelta.

Che fare?

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Autore: Redazione » Articoli 663 | Commenti: 285

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