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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 8910 volte 17 maggio 2013

Le multinazionali e il mercato globale

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 Ovvero del  rachitico  “bignamino”   (con prosopopea!)  di Giorgio Barba Navaretti.

Nel nostro decimo contro-intervento,  quello dedicato  ai “ I rischi della globalizzazione” affidato a Noam Chomsky abbiamo scritto  ( tra l’altro): 

“Alla luce dei nomi e dei temi previsti dal “piano dell’opera” de l’Espresso di cui è qui questione,  che solo nei pochissimi casi in cui non è stato possibile evitare di sfiorare il tema della Globalizzazione son tutti ispirati  alla sua versione ottimistica e trionfante…”.

 Ebbene, a tale notazione  non fa eccezione neanche il  non poco ( apparentemente ) promettente  tra i titoli previsti ( il XIX  DVD): “Le multinazionali  e il mercato globale” del bocconiano prestato alla università  statale di Milano  professor Giorgio Barba Navaretti. Pur se  le multinazionali non hanno rappresentato altro che l’avanguardia del fenomeno delle delocalizzazioni industriali su scala internazionale   poste in essere dalle “big corporations”  (  grandi imprese oligo-monopolistiche). Delocalizzazioni    imitate successivamente  anche da  aziende  medio- grandi  operanti in mercati assimilabili a quelli ove  domina la concorrenza, alimentando quantitativamente in modo tanto rilevante il commercio internazionale sotto l’egida del free trade  da imprimere  appunto alla nostra epoca i caratteri della “Globalizzazione”.

E dire Globalizzazione da un punto di vista scientifico nel campo della “scienza economica” significa  impattarsi con la teoria della Economia internazionale che altro non è che il più ampio e complesso terreno d’indagine che è proprio dell’Economia Politica  una volta che si assuma l’ipotesi  degli scambi con l’estero di una economia “chiusa”. Con quanto ne consegue in termini di  problematiche attinenti a temi come equilibri/squilibri della bilance commerciali, delle partite correnti,  dei movimenti di capitale, insomma di tutte le componenti che  costituiscono complessivamente  la tenuta della bilancia dei pagamenti di un dato plesso socio-economico connotato da una unica valuta. Plesso socio-economico che pur operando sui mercati internazionali non potrebbe per questo rinunciare agli obiettivi del massimo tasso di sviluppo da ottenere mantenendo al suo interno la massima occupazione con  la massima stabilità del livello generale dei prezzi interni.  Obiettivi che l’”apertura”  agli scambi internazionali  dovrebbe facilitare  secondo  la teoria economica “ufficiale”  fondata sulla dottrina del libero scambio  che non costituisce altro che il corollario più rilevante del teorema plurisecolare dei costi/vantaggi comparati elaborato da Davide Ricardo  quasi due secoli fa. Teorema che  si vuole dimostri  che il libero scambio o free trade , ovvero la assenza di ogni forma di protezionismo,  permetterebbe a chi  si affidi alla logica della divisione internazionale del lavoro  benefici per tutti.  Logica che si imporrebbe ( del tutto infondatamente quanto  subdolamente in apparente coerenza )  per extenso e  tal quel  quella che presiede  all’elementare principio della divisione del lavoro tout court ( nel contesto di una economia “chiusa” ).[1]

Dunque,  alla luce della perdurante grande crisi che attanaglia ormai da almeno cinque anni l’Occidente tutto e in particolare l’economia dell’area euro,   come può evitarsi una valutazione del ruolo giocato  nella maturazione di tale crisi dalle multinazionali  e dal flusso di investimenti esteri da esse inaugurato che ha comportato massicce delocalizzazioni  industriali dalle ex “”metropoli” nelle aree ex sottosviluppate che sin qui sembrano  fuori dallo tsunami economico contemporaneo? E come si fa a non fare due più due,  collegando le predette massicce delocalizzazioni con l’altrettanto
massiccio fenomeno della deindustrializzazione dell’Occidente tutto e quindi con la lunga  incubazione  della crisi attuale appena rimandata dalla prolungata sbornia delle politiche monetarie à la Greenspane su cui si innestato il festival della finanza speculativa? Per non dire di qualche  (ri)pensamento circa la fondatezza  del locus communis  per il quale la deindustrializzazione  sarebbe compensata dalla presunta “fisiologica”  dinamica storica  della “terziarizzazione” delle economie delle ex metropoli. Ma questa è roba di alto profilo teoretico che  ha  a che fare con  la ormai soppressa ( rimossa) aperta e irrisolta questione della teoria del valore. E questo non è più pane per i denti per i nuovi cliché con cui si  “addottorano “ a mo’ di  catena di montaggio gli economisti(ci) contemporanei.

 E invece che fa Barba Navaretti? Una tediosa elencazione  zeppa di dati statistici  e definizioni da codice commerciale sul fenomeno multinazionali in sé e per sé, dati   forniti con lo stesso malcelato compiacimento  non dico di chi abbia ad  illustrare una sua propria teoria, ma almeno la  scimmiesca mimesi di teorie degli altri,  alla maniera che abbonda nella stragrande maggioranza dei casi nelle università di tutto il mondo;  dove almeno non alberghi un qualche studioso dotato di una qualche eccellente originalità scientifica ( ricordo l’ebete pratica di battimani scroscianti,  durante i miei studi universitari, quando il docente di turno concludeva alla lavagna per l’ennesima volta durante gli anni  la dimostrazione  di un qualche asserto suscettibile di trattazione matematica da altri elaborato ; per non dire dei classici casi di discipline matematiche con dimostrazioni replicate nei secoli di teoremi  pluricentenari. Ora non è più d’uso,   in ogni caso, avendo la polvere di gesso lasciato il posto alla proiezione di meno impegnative slides da parte di operatori-cloni  ancora chiamati docenti ).

 Ma anche come bignamino  nozionistico il DVD di Barba Navaretti lascia  molto a desiderare. In quanto avulso dal problema della Globalizzazione e dei suoi esiti asimmetrici  di lungo periodo  nei rapporti economici tra “Nord”  e “Sud”  del mondo   in conseguenza degli investimenti  produttivi esteri,  dove le multinazionali hanno fatto da apripista, silenzioso   circa la  letteratura sulle multinazionali stesse, che  è vasta e non priva di un qualche tentativo di teorizzazione del fenomeno  da esse rappresentato.

Si pensi ai pioneristici lavori dell’ harvardiano Raymond Vernon[2],  che sin dai dagli anni ’60 del secolo scorso  inquadrò il fenomeno delle multinazionali nel tentativo ( ancorché insufficiente)  di arricchire la spiegazione della divisione internazionale del lavoro rispetto  al dogma – peraltro mai messo in dubbio dallo stesso Vernon – del  teorema ricardiano  dei costi/vantaggi comparati. Il tentativo di Vernon  è pomposamente ricordato come una delle “nuove teorie del commercio internazionale” sotto l’etichetta di “teoria del ciclo vitale del prodotto”. Senza entrare nei particolari,  il limite di un tale approccio prima facie,  può dirsi risiedere nel dare per noto ciò che si sarebbe dovuto spiegare,  come il dualismo tra Paesi industrializzati e Paesi sottosviluppati ( che la cornice teorica ricardiana non è in grado di spiegare )  finendo per essere nulla più che una descrizione di ciò che le multinazionali  sembravano con qualche verosimiglianza rappresentare: la modalità tramite investimento estero  con cui l’innovazione tecnologica subiva la sua  inesorabile parabola discendente attraverso il suo trasferimento dai Paesi innovatori ( sviluppati)  a quelli imitatori ( sottosviluppati),  man mano  che l’innovazione più che sul profitto di monopolio legato al suo debutto doveva puntare alla minimizzazione di costi  onde resistere al calante saggio del profitto  a causa dell’imporsi della progressiva  concorrenza all’innovazione.  Una sorta di aggiornamento-rappresentazione   in chiave geografico-mondiale della teoria schumpeteriana dello sviluppo economico fondato sul progresso tecnico. Ignorando lo stallo completo del “modello” schumpeteriano che postulando l’inflazione come conditio sine qua non   per dinamizzare l’economia attraverso l’innovazione  negherebbe ogni sviluppo nei Paesi innovatori a beneficio di quelli imitatori. Il che costituisce un tale qui pro quo da far abortire ab ovo  quel “modello”.[3]

Altro tentativo di dare una base teorica alle multinazionali è stato quello di Stephen Hymer che ha ritenuto di collocarle nel filone di studio della teoria dell’impresa e del gigantismo industriale e della “concorrenza imperfetta”: le multinazionali   si configurerebbero quindi da questo punto di vista  come la logica espansione a livello geografico della progressiva concentrazione del capitale fuori  dalle cogenti regole della libera concorrenza. [4]

Molti hanno poi inserito le multinazionali al centro della spiegazione dell’allora crescente divario tra Paesi sviluppati e quelli sottosviluppati  attribuendo ad esse  una delle cause del mancato operare dei benefici per tutti previsto dalla teoria  ricardiana canonica del free trade: l’evoluzione nel tempo delle  ragioni di scambio sul mercato internazionale,  secondo gli studi di Singer-Prebish  e della loro “scuola”, avrebbero  favorito i Paesi “ricchi” a danno di quelli “poveri” in quanto le multinazionali avrebbero investito  in modo più profittevole che non in patria   in questi ultimi puntando a  tecnologie ad alta intensità di lavoro  per beneficiare della maggiore dotazione di lavoro che non di capitale  nelle “aree arretrate”. [5]

Ma questa non è che una mera indicazione di una letteratura  molto vasta[6] e certamente più problematica della “chiacchierata” del professor Barba Navaretti  che ritiene di eccellere nella regressiva riduzione della “scienza economica” a  scienza naturale  alla maniera di Linneo,  dove tutto si riduce ad asettica  registrazione , catalogazione,rilevazione statistica  di un dato oggetto di osservazione.

Come concludere, nell’imbarazzo? Un’  ispirazione nell’ “omen nomen” o nel “nomina sunt consequentia rerum”:  uffa che barba! Barba Navaretti!

 

Vittorangelo Orati(vitorati@alice.it)

 




[1] Sulla risibile estensione tal quel dei benefici  del principio della divisione del lavoro da una economia “chiusa” a una “aperta”,  ved, V. Orati, Globalizzazione scientificamente infondata, Seconda edizione italiana arricchita,  Thyrus, Terni, 2008, pp. 326-332.

[2]   Per esempio, vedi R.Vernon,  The Economic and Political Consequences of Multinational Enterprise: An Antology,  Division of Research Graduate School of Business Administration, Harvard University, Harvard, 1972.

 

[3] V.Orati, Schumpeter’s Open Model of Economic Development and the Ensuing Tasks for the Future Economics and the Future of Economics,” International Journal of Applied Economics and Econometrics”, Vol.13, n.3, July-September 2005.

 

[4] S.Hymer, Le imprese multinazionali, Einaudi, Torino, 1974.

 

[5] A .Emmanuel, Tecnologia appropriata o tecnologia sottosviluppata?, il Mulino, Bologna,1984,  AA.VV., Le transfer de Tecnologie, “ Revue Tiers-Mond”,Tome XVII,  janvier- mars, 1976.

 

[6]  Cfr., M. Roccas, Nuove teorie del commercio internazionale, Etas/libri, Milano, 975 e AA.VV. Multinazionali imperialismo e classe operaia, numero monografico di “Problemi del socialismo”, nn.6-7,  anno XVIII,  1977, Le sociétés mulinatonal et le dévelopment mondial, ECA/190  ( Nazioni Unite), New York, 1973.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 364

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