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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 15140 volte 18 febbraio 2013

La Tobin tax e i paradisi fiscali

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, finanza italiana, Planisfero

Si chiude, forse, una falla, e se ne apre per l’Italia un’altra. Parliamo della Tobin tax, cioè della tassa immaginata quarant’anni or sono dal premio Nobel James Tobin, per “mettere un granello di sabbia” negli ingranaggi di una finanza globale che cominciavano a girare sempre più veloci, originando una montagna sempre più alta di operazioni speculative a breve o brevissimo termine. Nella versione proposta dall’Europa  si  prevede che essa gravi anche sulle operazioni concluse sul mercato secondario dei titoli di Stato. Non dunque sull’acquisto da parte delle banche all’atto dell’emissione dei titoli da parte del tesoro, ma sugli scambi che le banche fanno poi tra di loro e sulle sottoscrizioni da parte di investitori e risparmiatori.

Per l’Italia sarebbe un bel problema. Un investitore guarda infatti al rendimento netto, e su questa base fa i suoi confronti. Se sui titoli di Stato italiani deve pagare una tassa in più (la Tobin tax, appunto), per mantenergli lo stesso rendimento netto lo Stato italiano dovrebbe aumentare in misura analoga l’interesse che paga sui titoli.

Insomma: la tassa si risolverebbe in una sorta di partita di giro a somma zero. Come, d’altronde, accade , almeno in parte, sulla tassazione dei rendimenti dei titoli pubblici, pur ridotta al 12,50% rispetto al 20% dei titoli azionari. Non a caso un tempo i Buoni del Tesoro in Italia erano esentasse, sembrando operazione insensata prendere con una mano (con la tassa) e dover ridare con l’altra (sotto forma di maggiore interesse), col risultato finale che lo Stato tassa se stesso. Ma le polemiche suscitate dalla disparità di trattamento tra titoli privati e pubblici, ed il forte incentivo fiscale a sottoscrivere i Buoni del Tesoro piuttosto che azioni od obbligazioni private, finiva – si disse-  col privare la Borsa di un flusso adeguato di risparmio,  e si arrivò così a tassare, sia pure con aliquota più bassa, anche le rendite da titoli pubblici. Senza riflettere sul fatto che, per pagare i maggiori interessi, lo Stato finiva coll’indebitarsi di più, cioè doveva emettere a copertura quantitativi maggiori di titoli, che a loro volta comportavano il pagamento di ulteriori interessi, e così via.  Lo scorso anno lo Stato Italiano ha pagato 86 miliardi di euro di interessi sui titoli emessi; tra due anni, secondo le proiezioni, la cifra salirà a 105 miliardi.

L’Italia, che quest’anno dovrà collocare sul mercato titoli per 400 miliardi, a quanto si apprende, si opporrà fermamente all’applicazione della Tobin tax al mercato secondario dei titoli del Tesoro. Staremo a vedere.

Ma, dicevamo, la proposta europea se apre una falla un’altra sembra chiuderla. Una delle obiezioni maggiori che suscitava l’introduzione in Europa di questa tassa era che le operazioni finanziarie, per evitarla, si sarebbero dirette verso quei mercati che non la applicano. L’Europa, in sostanza, avrebbe fatto un gran regalo alla City di Londra, visto che l’Inghilterra di Tobin tax non vuol neppure sentir parlare.

Ebbene: la proposta europea stabilisce il cosiddetto “principio di residenza”, e cioè che perché scatti la tassa, basta che una sola delle parti della transazione risieda in uno degli undici Paesi che sinora hanno aderito a questa forma di maggior controllo, indipendentemente dal luogo in cui l’operazione finanziaria venga realizzata.

Basterà questa clausola a porre un argine alla fuga delle operazioni finanziarie dal mercato europeo?

Un problema forse potrebbe sorgere se ambedue i contraenti ricorressero a loro holding o veicoli residenti in paradisi fiscali.

Già: i paradisi fiscali La dimensione di questo fenomeno e gli effetti distorsivi che esso provoca sono oggetto di un recentissimo studio elaborato dall’Ocse. Risulta da esso che le Barbados, Bermuda e le Isole Vergini, cioè microstaterelli senza apprezzabile  struttura economica,  assorbono più investimenti esteri diretti che grandi potenze industriali come il Giappone e la Germania.

In questa geografia economica falsata e distorta, le Isole Vergini sono al secondo posto  nella classifica mondiale degli investitori in Cina, e l’isola di Cipro è il primo investitore mondiale in Russia.

Ma senza andare in Paesi esotici, ci sono in Europa i regimi fiscali favorevoli dell’Olanda e del Lussemburgo,ove le grandi società aprono veicoli societari, spesso senza dipendenti, il cui unico ruolo è quello di fungere da holding, a meri fini fiscali. Risulta così dal rapporto Ocse che in Olanda su 3.207 miliardi di dollari di investimenti, 2.625  fanno capo a veicoli societari speciali, mentre in Lussemburgo su investimenti in uscita pari a 2.129 miliardi, 1.987 si riferivano a veicoli speciali.

Uno dei risultati più sconvolgenti di queste distorsioni, del tutto legali, è che le multinazionali che usano tali artifici (tutte, o quasi…) finiscono col pagare tasse societarie di circa il 5%, mentre la tassazione per le piccole e medie imprese è mediamente del 30%.

Piuttosto che tentare di stanare gli evasori con pittoreschi “raid” a Cortina, forse sarebbe più proficuo per il governo italiano, quale esso sia nei prossimi mesi, mettere in atto iniziative, a livello europeo, per porre fine a queste furberie che, dice l’Ocse erodono la tassazione nei vari Paesi e minano la stabilità dei sistemi fiscali.

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