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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 16796 volte 18 settembre 2013

La “rivoluzione” finanziaria svizzera: si torna al Glass-Steagall Act?

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Corrado Pardini

La cosa potrebbe rivelarsi esplosiva, con reazioni a catena nel mondo finanziario. Per un altro verso potrebbe considerarsi il primo serio tentativo di disinnescare una carica esplosiva che rischia di trascinare di nuovo la finanza internazionale in una crisi sistemica ancor più  devastante di quelle del 2008.

Con una confluenza anomala e significativa tra destra e sinistra, che ha spiazzato il centro moderato e la “lobby” bancaria, il Consiglio Nazionale, cioè la Camera bassa del Parlamento svizzero, lo scorso 9 settembre ha votato infatti a maggioranza tre mozioni che chiedono in sostanza la netta separazione tra banche commerciali e banche d’investimento. Il ritorno cioè alla regolamentazione che negli Stati Uniti fu introdotta da Roosevelt con il Glass-Steagall Act, ed in Italia con la legge bancaria del 1936.

Com’è noto il Glass- Steagall Act fu abolito nel 1999 da Clinton (dopo un voto in tal senso del Congresso, a maggioranza repubblicana); in Italia invece la legge del 1936 fu superata col Testo Unico del 1993, che per volontà di Ciampi e di Draghi aprì le porte alla “banca universale”, che può utilizzare tranquillamente il denaro dei depositanti anche per le più spericolate operazioni speculative.

Il ritorno al Glass-Steagall, cioè alla separazione tra banche commerciali e banche d’investimento sarebbe dunque  una rivoluzione o, meglio, una restaurazione, che prende le mosse in un Paese che da secoli è uno dei centri della finanza internazionale e le cui due maggiori banche UBS e Credit Suisse, hanno ramificazioni e collegamenti con l’intera finanza internazionale.

Ma se  in Svizzera la votazione della Camera Bassa ha suscitato commenti e polemiche, un silenzio assordante l’ha accolta nel resto d’Europa, ove a Bruxelles il Parlamento Europeo continua  su tutt’altra strada: quella della sorveglianza bancaria unica, attribuita alla BCE, sulle maggiori 150 banche dell’Eurozona, con un Meccanismo unico di supervisione (MSS) ed un Meccanismo unico di Risoluzione  (SRM). E soprattutto con l’introduzione del cosiddetto “bail-in” al posto del “bail-out”. Cioè le crisi delle banche troppo grandi per lasciarle fallire (“to big to fail”) non verranno più tamponate con denaro pubblico, ma anche col denaro degli obbligazionisti  e degli stessi depositanti, i cui depositi sarebbero garantiti solo fino ad un massimo di centomila euro.  Un meccanismo (vedi “la FINANZA” di maggio-luglio di quest’anno) che è stato già sperimentato a Cipro, suscitando polemiche esasperate, e l’amaro commento dello stesso ex governatore della Banca Centrale cipriota, Athanasios Orphanides, il quale parlando all’Università di Francoforte (vedi Executive Intelligence Revue n.38) ha denunciato “l’autentico ricatto” messo in atto dall’Eurogruppo nei confronti di Cipro, costretto addirittura a cambiare la Costituzione, votando una legge per la confisca delle proprietà.

Secondo Orphanides  l’attuale politica della BCE  e dell’Unione Europea “è insostenibile, e porterà alla morte lenta dell’Europa”.

Non è certo il solo a pensarla così. L’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti, al “workshop” Ambrosetti, a Cernobbio, ha detto senza mezzi termini che “l’Europa a carico dei risparmiatori è una follia”, e che “c’è un rischio di esplosione”. E lo stesso ex membro del Consiglio della BCE Lorenzo Bini Smaghi, che fu costretto a dimettersi per far posto a Draghi, ha osservato che “ci stiamo infliggendo qualcosa che non esiste in nessuna altra parte del mondo”, aggiungendo anche lui che “si rischia di minare la fiducia e ricreare instabilità”.

Ma torniamo ora a quel che sta accadendo in Svizzera, cioè la convergenza tra Partito Socialista e Partito Popolare Svizzero su temi della difesa della sovranità nazionale, in opposizione al globalismo ed al mondialismo, che viene percepito da una parte crescente dell’opinione pubblica come un tentativo d’imposizione da parte di Washington e Londra, cui si accoda l’Unione Europea.

Già i due partiti (“l’empia alleanza”, come la definisce la “lobby” bancaria svizzera) a metà giugno avevano votato assieme contro l’accordo della Confederazione Elvetica a condividere con gli Stati Uniti i dati e le informazioni delle banche. Qualche giorno dopo il parlamentare socialdemocratico Corrado Pardini ha annunciato una  imminente “iniziativa per la sicurezza bancaria”. Ed il modello non era quello della BCE, ma quello del Glass-Steagall Act, cioè la netta separazione tra le banche commerciali, cioè banche di credito ordinario, e le banche d’investimento.

Durante le ferie estive Pardini si è incontrato più volte con  Blocher, del partito popolare, ed alla riapertura dei lavori del Consiglio Nazionale  il 9 settembre, si sono subito visti i frutti di quei colloqui riservati. Socialdemocratici e popolari, cui si sono uniti i “verdi”, hanno approvato una mozione che vincola il Consiglio Federale ad “esaminare la possibilità di adottare la separazione bancaria”.

Può sembrare una semplice vittoria formale.  Il Consiglio Federale infatti può rispondere alla mozione nominando una Commissione di esperti che esamini il problema. In Italia si dice che quando si vuole insabbiare un problema, si nomina una Commissione d’indagine. Il principio potrebbe valere anche in Svizzera. In questo caso poi gli “esperti” sarebbero, in larga parte, gli stessi banchieri, e si può star certi allora che la Commissione direbbe che la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento non è possibile, o non è opportuna. Alla Camera alta, oltretutto, cioè al Consiglio dei Cantoni,  socialdemocratici e popolari, anche con l’aggiunta dei “verdi”, non hanno la maggioranza.

Ma l’on. Pardini sta già preparando la mossa decisiva, cioè la richiesta di un referendum nazionale, che in Svizzera, a differenza dell’Italia, può essere anche propositivo, e non solo abrogativo di leggi preesistenti.

Nell’opinione pubblica, anche in Svizzera, le cose stanno cambiando. Pardini è certo che almeno il 60% degli elettori voterebbe a favore della separazione bancaria, cioè per la sicurezza ma contro ogni ipotesi di far pagare i fallimenti bancari anche ai depositanti, cioè ai risparmiatori.  Ed un referendum propositivo se approvato, diventa subito legge.

 

                                                                                                                                            Giorgio Vitangeli

 

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