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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13411 volte 27 maggio 2013

La miseria scientifica che sta dietro al principio della “cassa integrazione”.

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Un aspetto notevole della proposta  del ricorso  agli “assegnati” per “salvare l’Italia”

Uno degli epigrammi che preferisco tra quelli che ho utilizzato nelle mie pubblicazioni  è quello di  Alfred Korzybisky (un prolifico pensatore sconosciuto ai più) che suona più o meno così: “ogni volta che qualcuno dice qualcosa egli indulge a una qualche teoria “ senza saperlo, aggiungo io. La mia preferenza è motivata dal fatto che la guerra contro gli ingenui difensori del linguaggio universale e del “parlar come mangi” ancorché persa non cessa di avere una sua costante giustificazione almeno in termini di guerriglia isolata,  visti i pietosi effetti dell’ ”industria culturale”. Che ha ridotto  il logos  a “merce”, con tanto di mercato, che impone la standardizzazione,  al fine della massimizzazione delle vendite a un pubblico crescentemente lobotomizzato, che va perciò gratificato nella sua ignoranza. Non mancando i Torquemada di turno, i quaranta-cinquantenni di oggi in veste di  “editor” pronti a respingere  o a manomettere radicalmente “manoscritti” privi di cedimenti a tanta barbarie. Magari rifacendosi una verginità psicologico-morale componendo “poesie” solitamente lette ad altri loro colleghi-cloni operanti nel mercato della  parola  stampata  e/o degli ex libri  che  rappresentano la negazione di quanto motivava un tempo  il ricorso agli ex libris , ovvero al culto del libro. 

Ebbene, tornando al “bon mot” di Korzybisky, c’è da rabbrividire a vedere la totale cecità scientifica rivelata dalla nascita e conservazione nel tempo della  “cassa integrazione” . A parlar male della quale si rischia l’accusa di vilipendio contro l’umanità. Ebbene la “filosofia  economica” che sta dietro a una tale “istituzione” è quella dell’eduardina “adda passà ‘a nuttata”: caro disoccupato, qualcosa (da quando esistono le crisi cicliche  che nascono con il capitalismo questo qualcosa ancora non si è saputo dire in cosa consista ) ha interrotto i flussi con cui si smercia ciò che produci: aspettiamo che le cose tornino come prima e verrai riassunto! 

Ma dietro al mancato realizzo sul mercato capitalistico  di una merce possono celarsi almeno due diverse cause radicalmente diverse,  e solo in uno dei due casi possibili  il “congelamento” del posto di lavoro può avere un qualche senso.

Il caso peggiore che rende vano e controproducente il ricorso alla “cassa integrazione”  fa capo alla fisiologia di un mondo economico dove nulla resta fermo nel tempo, il mutamento risultando  essere la stessa raison d’être del capitalismo: il continuo rivoluzionamento delle tecniche produttive sotto lo stimolo costante della darwiniana logica della libera concorrenza.

In tale circostanza l’attesa della “nottata” è senza speranza: nulla potrà ridare il posto di lavoro a chi lo ha perso. A meno che l’azienda non “imiti” con nuovi investimenti l’ “innovatore” che l’ha messa fuori mercato.[1] Ma tal caso è improbabile perché l’innovatore  si tratti o meno di aziende che già operano sul mercato ha già conquistato la fetta di mercato che era dell’azienda resa extramarginale. E se l’innovazione non è di prodotto  ma è di processo le cose cambiano di poco perché la dimensione aziendale piccolo-media  che predomina nei mercati libero concorrenziali risente poco  di innovazioni “incrementali” (“ marginali”) nelle tecniche produttive che permettono un più o meno rapido adeguamento alla novità senza shock produttivi e occupazionali; se invece lo shock si è manifestato ciò significa che l’innovazione di processo è stata tanto radicale in termini settoriali da equivalere a una innovazione di prodotto!  La cosa non cambia persino se la innovazione di processo riguarda un mezzo di produzione piuttosto che un  bene finale di consumo: in tale ultimo caso  la innovazione radicale di processo non potrà che dar luogo a un “nuovo” bene di consumo  risultando assimilabile a una innovazione di prodotto.  In tale circostanza è l’imprenditore che utilizza il bene intermedio  innovato in modo radicale  a sostituire il consumatore finale,  non domandando più il bene intermedio dal  sin lì solito fornitore non innovatore .[2] 

In linea di principio le crisi aziendali che danno luogo a una disoccupazione  potenzialmente riassorbibile   riguardano i “danni collaterali”   (non necessari in astratto)  di crisi cicliche che, ancorché causate da innovazioni tecniche “epocali” cioè con riflessi macroeconomici che travalicano il settore interessato immediatamente dall’innovazione epocale  (che evidentemente  mettono fuori mercato le aziende che ne subiscono i danni inducendo disoccupazione lì non recuperabile) , finiscono per estendersi alla più gran parte del sistema economico. In tal caso la domanda dell’azienda che “innocentemente” deve far ricorso alla “cassa integrazione” non è colpita direttamente  ma indirettamente  dall’innovazione “epocale” che provoca la crisi. Crisi che squilibrando  in modo patologico l’interscambio dinamico tra settori che producono beni d’investimento e  settori che producono beni di consumo dà luogo  al mancato realizzo delle merci delle imprese “innocenti” a causa di una più generale caduta della domanda globale che colpisce l’intero sistema. Pertanto il mancato realizzo  delle merci prodotte  dalle aziende non direttamente interessate dall’innovazione tecnologica che provoca le “crisi” di sovrapproduzione generale non dipende da una libera e razionale scelta dal lato della  relativa domanda,  bensì da una insufficiente capacità d’acquisto generalizzata ( crisi di sovrapproduzione generale).

Insomma  la cassa integrazione può avere senso  se e solo se l’azienda o il settore cui fa capo incappa nella componente non necessaria della “distruzione” che si accompagna necessariamente alla creazione di investimenti nuovi e innovativi , la schumpeteriana “creative destruction”.[3]

E anche qui l’opportunità razionale dal punto di vista economico dell’istituto della “cassa integrazione” è tutta  da dimostrare dipendendo da un preciso calcolo in termini di benefici/costi ovvero di  costo/opportunità -esclusivamente in termini macroeconomici – risultando economicamente irrazionale rifinanziare le risorse della “cassa integrazione”  ove mai queste potrebbero essere più produttivamente allocate altrove sia in senso merceologico che localizzativo. Non trascurando il lasso di tempo che intercorre tra inizio della recessione e la ripresa del ciclo,  che a sua volta dipende dalla idoneità o meno ( e sempreché non viga  la filosofia del laissez-faire) di misure anticicliche eventualmente messe in atto  dalle autorità che presiedono alla politica  economica. E date le prospettiva in atto, visto il dinamismo e le idee chiare(?)   del governo in carica  non c’è da stare allegri. 

Ma per distinguere in coerenza alla nostra appena accennata casistica è ovvio che si debba possedere oltre a una idonea teoria  della crisi cicliche  anche una conseguente terapia nei loro confronti. Cosa che è tanto lungi dall’essere vera  dal farci disperare da almeno sei  lustri sulla inutilità tutta della “scienza economica” che ha infatti sin qui fallito su tanto centrale problema da mancare praticamente di una teoria della intera patologia economica equivalendo,  nel migliore dei casi,  a una scienza medica che sappia discettare solo di fisiologia!. Patologia economica  che nel problema dello “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”,  in cui consistono le crisi cicliche,  praticamente esaurisce il suo intero oggetto. 

E così nel bel mezzo del sesto anno di vita della immane crisi attuale,  con i vincoli ben noti in termini di spesa pubblica, deficit, spread ecc. che cosa viene fuori dal governo dalle “larghe incapacità”  del premier Letta  e con il viceministro all’economia  Fassina che continua a fere orecchio da mercante alla nostra proposta di ricorrere agli “assegnati” per risolvere alla radice ( almeno nell’urgenza delle attuali “regole del gioco” della Globalizzazione )  i problemi economici e quindi sociali del nostro Paese? Il  rifinanziamento  indiscriminato della la cassa integrazione con  1 miliardo e passa  di euro, praticamente buttati a mare contro gli stessi interessi dei lavoratori implicati, veri falsi beneficiari di una tale misura. Con I sindacati  (Confindustri compresa)  che non sanno fare altro che avallare una  tale follia economica non sapendo a loro volta aprirsi a idee nuove. 

Occorre che ci si dia una svegliata prima che si giustifichi l’appellativo di governo “Letto” al governo del giovane Letta,  il  cui narcotizzante clima doroteo  è tornato in auge con il plauso per ultimo della Cei e il suicidio collettivo del cripticamente doroteo PD.

Se  ci aspettiamo ravvedimenti da parte della UE o dalla BCE  o dal FMI stiamo davvero freschi: come concepire il miracolo di un mondo “geocentrico” che non ha sin qui voluto  neanche ascoltare una ipotesi “eliocentrica” ? qui ci vuole il secondo atto dell’abortita presa della vera “Bastiglia”,  cioè la sostituzione della intelligenza alla mediocrità conservatrice ( di che, in caso di crisi epocale?)  in cui finisce sempre per impantanarsi il “potere”, specie nella forma sottosviluppata di chi come nel caso italiano non ha neanche sperimentato la fase del dominio di una borghesia  degna di questo nome.

 Possiamo adesso riandare alla nostra proposta relativa all’emissione di “assegnati”  a fronte del patrimonio pubblico onde valorizzarlo  in termini di mera garanzia virtuale  senza svenderlo alla speculazione che sta dietro  il tentativo di affamare il nostro Paese come è avvenuto per la Grecia. Con le risorse così create senza minimamente incidere nei rapporti debito/ PIL e Deficit /PIL  abbiamo individuato in una ben articolata politica di rilancio industriale  una esigenza ineludibile per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione.

 Ebbene, saper discernere i settori da rilanciare o da  sperimentare  – fermo restando il perimetro assurdo  della sfida sul mercato internazionale cui ci obbliga il  protestato dogma della Globalizzazione e quindi del “libero scambio” –  richiede  tra l’altro un criterio di scelta che sappia  discriminare tra   vittime “necessarie” e non della attuale crisi. Puntando sul salvabile e sui settori ove concentrare gli sforzi nella acerrima lotta del continuo e impetuoso progresso tecnico che si svolge nel teatro horror del tutti contro tutti  dei mercati internazionali. E per fare questo occorre avere i  mezzi teorici per comprendere cause ed effetti della attuale crisi.

Continuare a credere di poterne venire a capo dando soldi alle banche  implorandole in chiave di moral suasion  a sostenere  l’economia è non solo sciocco e inutile,   ma dannoso e controproducente. Le banche, a parte la loro pesante responsabilità nella attuale crisi, per il ruolo che a esse compete intermini di sana attività di erogatrici di credito,  non fanno che il loro mestiere nell’astenersi dal finanziare  un sistema economico in recessione. Una volta riavviato il processo di sviluppo anche per esse e nel loro  stesso interesse  non potranno mancare di  svolgere il loro compito nell’alimentare il processo di crescita: solo a organismi vivi è concepibile dare “ossigeno” e “sangue,  agli organismo morti si tratterebbe solo di  macabro nonsense !

Il ritenere che ripianare le finanze dissestate del sistema creditizio sia la cosa da fare a sua volta tradisce il vuoto teorico che in materia di crisi riguarda la “ scienza economica”. Oltre alla beffa di foraggiare chi ha approfittato  dolosamente della follia di  ritenere di  poter ammaestrare  il redde rationem  ciclico  cui va incontro la dinamica dell’accumulazione del capitale  attraverso lo strumento monetario,  che è neutrale nella eziologia delle crisi cicliche,[4]   significa combattere i sintomi,  la semiologia non la causa che è sempre reale delle predette crisi. Insomma è accanirsi sulla “febbre” e non già sui bacteri che la provocano. La battaglia,   in nome di un utopico ritorno all’autonomia valutaria in epoca di Globalizzazione ( contro la quale non si alza una benché flebile critica ), contro l’euro dei sedicenti “eterodossi” non è meno ( anzi, ove mai possibile,  lo è di più ) stucchevolmente infondata. Con questa posizione la cura  via  aiuti alle banche ufficiale appena accennata la si vorrebbe sostituita con la terapia che ritiene che piuttosto che con la “febbre” occorra prendersela con il il il termometro chr va cambiato![5]

E non è per gran parte alle banche che andranno i soldi dei cassaintegrati presumibilmente pieni di debiti e ipoteche , così come e alle medesime banche in mancanza di un adeguata politica industriale che andranno i 20 più venti miliardi di euro  erogati alle aziende creditrici del settore pubblico tra questo e l’anno prossimo  per gli stessi motivi dei loro dipendenti  delle aziende in cassa integrazione?

 Il ricorso agli “Assegnati” e  a un “intelligente”  e “copernicano” piano di politica industriale non ha alternative: ogni ora che passa è solo un semplice rimandare un ineludibile fallimento  dell’intero nostro Paese. Per il quale  “ ‘a nuttata “  piuttosto che intervallo tra due giorni  individua un medieovo  economico di ritorno che dura da alcuni cruciali decenni di lento ma inesorabile  “declino industriale” che ora rischia di metterci definitivamente fuori da questa ( brutta)  storia di una crisi che viene da lontano e su cui non c’è cultura economica più o meno  “ufficiale “ che possa salvarci,  vista la sua miseria scientifica , che è dinanzi  a tutti,  o almeno che così dovrebbe  a tutti apparire.

 PS

E’ il caso di dire che il mio attacco contro ciò che sta dietro la “cassa integrazione”  non è insensibilità o  cinismo versus i disoccupati? Tutt’altro; evidentemente, la mia posizione rimanda più in generale all’esigenza di guardarsi bene dai false friends!.E’ ovvio che quanto propongo intende rimandare a misure che permettono di evitare alla radice il problema stesso della disoccupazione ovvero di annullarne ogni inutile costo umano e sociale  da parte dei lavoratori stessi e del sistema economico nel suo complesso.

 

 

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

 

 




[1] L’azienda imitatrice per investimenti rilevanti  implica  in generale un debutto assoluto  del suo “imprenditore” a seguito del debutto altrettanto assoluto  dell’imprenditore innovatore: in entrambi i casi si tratta di innovazioni che comportano “nuova” occupazione la qual cosa evidentemente è fuori da ogni contesto economico problematico. 

 

 

[2] Il Nobel Simon Kuznets, notando che  nel settore dei mezzi di produzione ciò che per alcuni è una innovazione di prodotto per altri  costituisce una innovazione di processo,  suggerisce di definire un innovazione di prodotto  anche quell’innovazione di processo nel predetto settore  che dà luogo  a un nuovo bene  finale di consumo: v. S.Kuznets, Innovations and Adjustments in Economic Growth,<Swedish Journal of Economics> vol.74, n. 4, 1972  contenuto anche in Idem, Population Capital and Growth, Heinemann, London, 1974.

 

[3] Ho altrove dimostrato per tabulas che lo stesso massimo teorico della necessari età della creative destruction al fine di spiegare la dinamica capitalistica e della perniciosità di tentare di evitarla  alla maniera di Keynes e dei suoi seguaci di ogni tempo J.A. Schumpeter,  si ritiene convinto della inutile moria di imprese implicate nelle crisi da innovazione tecnologica e  perciò portatrice di distruzione creatrice: quelle non interessate sul piano tecnico dal progresso nelle ricette produttive.

[4] Rimando alle mie pubblicazioni per non appesantire il testo. I riferimenti  bibliografici sono da ricercarsi facilmente cliccando il mio nome su Google o altro motore di ricerca su internet  una volta che siano opportunamente interrogati.

 

[5]  Come potrebbe il Davide della nuova “lira” combattere contro  le gigantesche aree  a valuta omogenea che caratterizzano l’attuale Globalizzazione? A parte le  immediate conseguenze disastrose in termini di inflazione, non è con le furbesche e ricorrenti “svalutazioni competitive” che abbiamo aiutato in modo sostanziale alla deindustrializzazione dell’Italia  negli ultimi decenni precedenti l’entrata nell’euro? E non è a tale falsa soluzione che implicitamente si vuole che si ritorni da parte degli  economisti  sedicenti eterodossi?

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 364

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