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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 17128 volte 09 settembre 2013

LA GUERRA E LE TASSE

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Economia, Economia Italiana, Europa, Planisfero, Primo Piano

È un autunno molto caldo quello che si prospetta per quest’anno. Dopo due stagioni segnate dalla recessione e dalla disoccupazione la notizia dell’inevitabilità dell’aumento dell’imposizione fiscale sui consumi annunciata dal viceministro dell’Economia Stefano Fassina comporterà come unico risultato quello di una ulteriore contrazione degli stessi consumi, in un periodo caratterizzato da una crisi di domanda aggregata, non solo per il nostro paese, ma per tutta l’Europa. Infatti, dati alla mano, pare che il gettito Iva in 7 mesi sia calato del 5% (-2.944 milioni). Un ulteriore aumento dell’aliquota comporterà un minore gettito fiscale a causa della situazione economica delle famiglie che va degenerando sempre più ogni volta che si ritocca verso l’alto l’aliquota dell’imposta sugli acquisti. D’altra parte un euro ancora molto forte rispetto alle altre valute internazionali penalizza le esportazioni.

Nel corso dell’ultimo anno l’euro ha guadagnato il 30% sullo yen, il 25% sulla rupia indiana e il 20% sul real brasiliano. Sebbene in linea teorica una moneta forte possa comportare vantaggi in termini di minori costi delle importazioni, l’effettivo vantaggio per le importazioni per i paesi dell’euro-zona rischia di essere fortemente compensato dall’ andamento del prezzo del petrolio e degli altri prezzi energetici in salita per i timori di guerra che attanagliano l’opinione pubblica. Infatti, se i police makers americani sembrano essere largamente propensi a consentire l’imminente conflitto con la Siria di Obama guerriero, i costi in termini di aumento del prezzo del greggio per i paesi fortemente dipendenti dalle importazioni e lontani dall’autonomia energetica, come il nostro vanificheranno il principale effetto positivo di un euro forte mentre rimarrano gli aspetti negativi per il nostro paese. Senza contare poi quanto costerebbe una guerra in Siria in piena recessione nell’improbabile caso che l’ONU la autorizzi, condicio sine qua non a detta del ministro degli esteri per una nostra partecipazione. Un paragone può essere fatto con il costo che l’Italia ha dovuto sostenere durante il conflitto in Libia. In quel caso l’intervento del nostro contingente, durato tre mesi, costò circa 700 milioni di euro. L’Italia ha stanziato nella legge di Stabilità del 2012 un miliardo di euro per le spese militari. Se l’Italia decidesse di prendere parte all’intervento militare contro Assad, tra costi diretti e spese indirette relative alla gestione dell’emergenza dei profughi in fuga dalla Siria è presumibile che dovrà impegnare l’intero stanziamento. Si può presupporre, inoltre, che un intervento bellico comporterà l’imposizione di una tassa ad hoc, come l’accisa sulla benzina disposta per coprire le spese per la guerra di Abissinia del 1935, che stiamo tutt’ora pagando.

Le due variabili economiche, quella fiscale da un lato e quella finanziaria da maggiori costi d’importazione dall’altro, giocheranno un ruolo straordinariamente negativo sulla difficile situazione economica italiana. Giova ricordare alcune cifre chiave per comprendere quanto lontana possa essere la possibilità di ripresa economica a breve per il nostro paese, nonostante le parole rassicuranti del ministro dell’economia Saccomanni, non più tecnico e sempre più politico. Sono oltre 3 milioni i disoccupati in Italia.

A preoccupare è soprattutto il dato sulla disoccupazione: quella giovanile, ha raggiunto il +39,5%, un aumento del 4,3% rispetto al 2012, mentre quella complessiva è al 12%. La posizione italiana nella classifica europea, già molto allarmante nel suo complesso, non è affatto lusinghiera. L’Eurostat ha evidenziato che nei 17 paesi della moneta unica sono 19.231 milioni i disoccupati. I tassi più bassi in Austria (4,8%) e Germania (5,3%). I più alti in Grecia (27,6%, dato di maggio) e Spagna (26,3%). Le attese della Bce sull’economia europea sono pessimistiche (andamento del PIL dell’eurozona dal -0,4% al -0,6% per l’anno in corso), nonostante nelle dichiarazioni ufficiali si cerchi a più riprese di instillare ottimismo illusorio, non confortato però dai fatti. Per quanto riguarda il nostro paese, la contrazione dell’economia per l’anno in corso è prevista per il -2%, mentre le attese per le altre economie del Sud Europa sono ancora più gravi (dal -3% al -4% per il Portogallo, dal -5% al -7% per la Grecia). Infine il deficit per il nostro paese è previsto del 2,9% per quest’anno. Una soglia che non rassicura per niente Bruxelles che raccomanda di «spostare la tassazione da persone e lavoro verso beni e consumi». Il 15 ottobre prossimo il governo italiano dovrà presentare la Legge di stabilità per il 2014 e la Commissione non perderà occasione per presentare le proprie raccomandazioni al governo di innalzare ulteriormente il livello di tassazione.

Il governo dal canto suo ha già dichiarato che entro la fine di settembre presenterà un progetto denominato “Destinazione Italia”, per stimolare gli investimenti esteri in Italia. L’intento del governo è di agire congiuntamente in quattro direzioni: giustizia, fisco, credito e semplificazioni burocratiche. Sebbene solamente il tempo potrà dirci se un simile libro dei sogni si tradurrà in realtà, un interrogativo si pone fin d’ora. Perché stimolare capitali esteri a investire in Italia, che significherebbe la perdita progressiva di quote di proprietà delle ormai rare aziende italiane degne di essere acquistate in Italia, e non stimolare il capitale produttivo italiano con incentivi fiscali, medesima semplificazione burocratica e aumento della certezza del diritto nel nostro paese? Inoltre, secondo quanto si legge dalle note di stampa sulle dichiarazioni dello stesso Enrico Letta, il comparto che dovrebbe attrarre maggiori investitori stranieri sarebbe quello immobiliare. I lettori di La Finanza e di Lafinanzasulweb.it sanno bene qual è il nome di una simile azione: vendita dei gioielli di famiglia!

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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 70 | Commenti: 479

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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