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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 32330 volte 02 settembre 2013

La crisi fiscale dello Stato

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Quest’anno  cade il  quarantennale  della pubblicazione di un libro che al suo debutto non mancò di suscitare vivo interesse e acceso  dibattito. Il suo titolo è “ La crisi fiscale dello Stato” e  il suo autore  è l’economista “ marxista” statunitense  James O’Connor. Vale la pena ricordarlo,  una volta che il suo titolo piuttosto che rimandare a una rigorosa e dimostrata tesi  può oggi essere assunto come un indovinato vaticinio. La ricorrenza anzidetta mi ha spinto a redigere un breve Addendum al mio saggio su “Un corollario notevole della differenza tra lavoro “produttivo” e “improduttivo”: la contraddizione antagonista ( trade-off ) e il crescente divorzio  tra capitalismo  e la morente  democrazia”  pubblicato su “La Finanza” on line  che costituisce un ideale ultimo capitolo del mio libro “ Lavoro <produttivo> e <improduttivo> ( Editori Riuniti university press,Roma, 2010).

 

Vittorangelo Orati

 

Addendum.

 

La  crisi fiscale dello Stato.

 

L’esplosione del problema dei “debiti sovrani” nel corso della grande crisi iniziata nel 2008 e tuttora perdurante  ( scriviamo  questo addendum  nel corso dell’incipiente autunno del 2013) non rappresenta altro che la manifestazione eclatante del   radicalizzarsi,  sotto i colpi della predetta crisi,  del sottostante fenomeno  della  costante crescita della spesa pubblica in deficit  del capitalismo nei Paesi una volta “industrializzati”. Fenomeno che già  nel 1973  autorizzava a parlare de “ La crisi fiscale dello Stato” ,  dal titolo di un allora  alquanto celebre saggio dell’economista  “marxista” statunitense  James   O’Connor.[1] Il quale, armato dai pur spuntati ingredienti analitici keynesiani ( purtroppo,  faut de mieux, il marxismo che ha ritenuto di resistere alla deriva “socialdemocratica” non ha mai  superato l’inconcluso paradigma marxiano;  così mancando di cogliere la profonda inconsistenza  e contraddittorietà del paradigma della “domanda effettiva” dell’economista di Cambridge,  e quel che è peggio, addirittura  dando vita a un autentico monstrum  teorico : il keynesian-marxismo), esattamente quaranta anni fa  coglieva, seppure con un insufficiente apparato interpretativo,[2] la tendenza del “ tardo capitalismo” a sostenere il connubbio capitalismo/democrazia  affidandosi a un  montante indebitamento dello Stato. Ciò  al fine di sostenere  con una crescente  spesa pubblica in deficit un socialmente accettabile livello di disoccupazione indotto da uno strutturale declino  dinamico del tasso di sviluppo. Declino di cui abbiamo  più su in questo scritto fornito una spiegazione,   e  la cui impetuosità si è accentuata  con il deflagrare della “Globalizzazione” , che ha evidentemente  aumentato in modo drammatico la divisione internazionale del lavoro  e la velocità dell’operare della così detta “legge dei tre settori” .

  Infatti prima del suicida trionfo della “Globalizzazione”   il ritmo dell’accumulazione del capitale  assicurata  dalla parte “sanamente capitalistica” del sistema  ( il tasso di innovazione tecnologica)   comportava   l’esigenza del tutto  prevalentemente endogena  di allargare la sfera del “lavoro improduttivo”  per sostenere  l’altrimenti critico gap tra offerta globale e  domanda globale ( dal cui incontro si individua il livello della domanda effettiva) senza  imperiosi vincoli esterni al livello di occupazione interna,  data la sostanziale  tenuta di questa  dovuta a un mercato del lavoro per gran parte protetto  nei confronti della concorrenza internazionale  dall’indipendenza  della spesa pubblica dei singoli Stati.  In tal quadro I tassi di sviluppo  nei singoli contesti nazionali  erano  pertanto affidati a meccanismi di accumulazione   prevalentemente autogenerati ,   e la tendenza fatale alla stagnazione o al lento declino dinamico poteva dirsi essere determinata  dal sottostante  fatale  imporsi nel tempo della “legge dei tre settori”  operante in larga misura  in modo indipendente da fattori esogenamente vincolati alla tenuta nei confronti della concorrenza internazionale. Fatto salva evidentemente  la tenuta delle singole posizioni nel ranking delle nazioni sviluppate, con conseguente problema di coerente appagamento delle “aspettative crescenti” , implicito nel concetto di democrazia, e  la condicio sine qua non di tale appagamento: lo sviluppo ininterrotto del processo di accumulazione del capitale.

 Superfluo  appare il sottolineare come la sedicente “Rivoluzione keynesiana”  che ha , tra l’altro, comportato la messa in soffitta nel sin allora dogma del bilancio pubblico in pareggio, abbia  fatto  da alibi “scientifico”  all’indebitamento dello Stato.  Il principio del deficit spending assurto a dignità di rimedio contro ogni intoppo al processo di sviluppo,  così ritenuto ormai affrancato dalla maledizione delle crisi cicliche, non ci ha messo molto a essere scoperto dalla dimensione politica come lasciapassare all’impennarsi della spesa pubblica , dando vita al ciclo politico del deficit statale.

 Solo la stag-flation  avrebbe potuto interrompere questi malsani esiti dell’”Era keynesiana”. Ma come tutti i tossicodipendenti  esenti da cure riabilitative,  per la classe politica ( pur con i diversi livelli del fenomeno nei vari contesti )[3]  dell’Occidente capitalistico   non  ci si è liberati dalla “scimmia sulla spalla”. E persino Reagan con la sua presunta riforma vero-liberale non mancava di battere ogni record circa la vituperata malattia del deficit spending  e del conseguente livello del debito pubblico . [4]

 

Con la conversione fideistica  alla logica del libero scambio  la scena è radicalmente cambiata,  e il livello di performance delle singole realtà capitalistiche si è sottoposto a vincoli  e condizionamenti esogenamente  dettati dalla logica dei  mercati internazionali. Qui  non  è più “relativamente irrilevante”  il ritmo dell’innovazione tecnologica;   e inoltre non è solo questa a determinare il prezzo migliore per la domanda internazionale,   giocando un ruolo importante quando  non discriminante  il costo del lavoro. In tale contesto  il redde rationem tra capitalismo e democrazia si è fatalmente rotto  facendo premio rispetto ai partner-contendenti sul mercato internazionale,   a parità di progresso tecnico,  il basso livello dei salari che non sono più una variabile essenziale per tenere in equilibrio  offerta globale e domanda globale nei singoli confini statuali;   ponendosi come essenziale al suo posto la domanda internazionale:  non solo indifferente al livello di democrazia nei predetti confini,  bensì pronta a premiare la sua liquidazione ( flessibilità del lavoro=eguale perdita di diritti dei lavoratori  con precarizzazione progressiva del lavoro salariato)  a misura del tradursi di tale liquidazione  in migliore performance sul mercato globale. [5]Insomma  la stagnazione come tendenza dinamica del tardo capitalismo precedente la Globalizzazione  non è più una opzione per le singole realtà capitalistiche: o si vince o si perde in un juex de massacre dove  la realtà ha dimostrato essere una  autentica fandonia quella dei  presunti “benefici per tutti”  una volta affidatasi  alla mitologia del free trade.

La speculazione internazionale cioè il mondo e la sfera della finanza  non ha che subdorato  dietro i livelli dei singoli “debiti sovrani” la incapacità  dei sottostanti governi , ovvero dei rispettivi meccanismi istituzionali  che vi presiedono,  di saper declinare in modo “opportuno”  sviluppo e/o  liquidazione del welfare state ( democrazia) dinanzi alle sfide  passate per “ineludibili “ (!)della Globalizzazione.  Inoltre con il  parallelo tramonto  di ogni filosofia interventista  in favore del laissez-faire  e,  quel che più conta dal punto di vista  della spesa statale e del debito pubblico,   con il celebrato  divorzio tra Banca Centrale e Tesoro ( ove ciò si è verificato),  non si è fatto altro nei singoli contesti dell’Occidente capitalistico  che mettere alla mercé della finanza internazionale e della sua   intrinseca natura speculativa  i “debiti sovrani” in tal modo rinunciando a ogni autonomo gestione del debito pubblico in linea di principio illimitato:  ove fosse rimasta assicurata la potestà  statuale del “batter moneta” ovvero di  finanziare in deficit la spesa statale emettendo titoli  pubblici sottoscritti dalle Banche d’Emissione.

Evidentemente la “illimitatezza” dei “debiti sovrani “  cui si è appena fatto cenno è ben lungi dal potersi  ritenere assoluta. Tenendo conto che la sua dimensione è da assumersi come una adeguata proxy  della grandezza e della velocità con cui  si alimenta la tendenza stagnazionista del capitalismo  fuori dai vincoli del free trade.  Ed è invece  la stagnazione  a rappresentare un problema  critico  per la tenuta del binomio capitalismo-democrazia,  per il fatto che essa rappresenta   un limite assoluto alla soddisfazione dei crescenti bisogni  che rappresenta un  gradiente essenziale delle promesse irrinunciabili  del binomio  modo di produzione capitalistico/democrazia, compendiandone,  nell’essenziale,  la rispettiva giustificazione storica e quindi il conseguente bisogno di  consenso politico-sociale.




[1] J. O’Connor, The Fiscal Crisis of the State, St. Martin Press, New York, !973; tr. it. Einaudi, Torino, !977.

[2] A parte i limiti intrinseci dell’apparato analitico keynesiano, a O’Connor, come all’intero mondo della “scienza economica” ,  compresa la sedicente componente eterodossa e/o radicale, fa difetto l’assenza di una teoria del lavoro “produttivo/improduttivo”. In concreto, la tendenza alla crisi fiscale dello Stato da parte di O’Connor si fonda su una indimostrata,  e in realtà imprecisabile dialettica tra settore “monopolistico”, settore “concorrenziale” e settore pubblico.  Con il primo di tali settori depositario del vis dinamica del capitalismo statunitense ( gli USA vengono assunti come modello capitalistico tout court ), il secondo come zavorra  a rimorchio frenante la dinamica del predetto settore e fornitore crescente di costi sociali sostenuti dalla spesa pubblica  a garanzia di un accettabile livello di disoccupazione e di equilibrio sociale, e il settore statale nel duplice e opposto ruolo di settore “improduttivo” in quanto incapace a generare surplus  ancorché partner incentivante il settore monopolistico come stimolante quest’ultimo nella necessaria partnership   del “complesso social-industriale” imposto dalla inarrivabilità dei soli investimenti privati  a  sostenere la scala di capitale richiesta al sistema capitalistico man mano che si perseguono le dinamiche complesse e imponenti dello sviluppo economico nelle economie capitalistiche avanzate. Il settore “monopolistico” a detta di O’Connor esprimerebbe una costante e crescente domanda di spesa pubblica al fine di fornire il capitale fisso sociale ( infrastrutture) via via richiesto dal progresso tecnico e dai mutamenti qualitativi e quantitativi del processo di accumulazione del capitale nei Paesi del capitalismo “maturo”. In realtà O’Connor aggiunge alla indeterminatezza della logica economica che muove il suo modello,  affidato ai tre settori su menzionati, quella della “lotta di classe” con i suoi  imprecisabili riflessi sulla morfologia e l’entità della spesa pubblica  e quindi con il finanziamento di questa: con quanto ne consegue sulla fumosità e vaghezza  della diagnosi relativa alla  decretata e tendenziale “ crisi fiscale dello Stato”.

[3] Più le diverse élite politiche sono risultate di basso profilo nei diversi ambiti “nazionali” più hanno scaricato la loro incapacità di porre rimedio al declino dinamico del capitalismo scaricando sulle future generazioni il problema del facile e demagogico ricorso a un crescente livello di indebitamento statale: un caso eclatante di “carpe diem” che confuta la teoria “elitistica” della politica di   MIchels, Mosca e Pareto.

[4] Il Nobel  W. Leontief e  J. K. Galbraith, conti inconfutati alla mano, ebbero a dimostrare il paradosso apparente di un “Reagan Keynesiano”!

[5] Va ricordato in epoca di Globalizzazione, quasi fosse un “riflesso condizionato” pavloviano, il puntuale “premio” di Borsa  per le azioni di imprese i cui “piani industriali”, massimamente in conseguenza di “merger acquisition”,  prevedessero “ristrutturazioni”  implicanti  licenziamenti rilevanti della forza–lavoro sin lì impiegata. Prima della Globalizzazione era considerato  “insider trading” venire a conoscenza di piani di espansione aziendale con conseguente incremento dei livelli occupazionali: tali piani, una volta resi ufficiali comportavano un immancabile  aumento dei sottostanti corsi azionari delle corrispondenti  imprese.   

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 230

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