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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13755 volte 03 maggio 2013

Il test Cipro: salvare le banche confiscando i depositi

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, Primo Piano

di Paolo Raimondi

Il sistema bancario di Cipro, a metà strada tra il legale e l’offshore, è pieno di soldi, spesso di provenienza non limpida. Secondo il Fondo Monetario Internazionale esso avrebbe attività per 152 miliardi di euro pari a circa 8 volte il Pil del Paese. I depositi bancari, favoriti da tasse basse e da ancor più bassi controlli, ammonterebbero a 68 miliardi, dei quali il 40% sarebbe in mani russe. La Cyprus Bank e la Cyprus Popular (Laiki) Bank sono tra le maggiori banche cipriote in gravi difficoltà per le perdite in miliardi di euro subite sui bond greci e per il rischio di insolvenza dovuto all’accumulo di debiti causati da speculazioni andate male. Il governo cipriota deve far fronte alla crisi di bilancio come tutti i Paesi europei dell’area mediterranea. Servono circa 17 miliardi di euro.

Da tempo i mass media internazionali, e la grande finanza ad essi collegata, avevano preparato lo scenario di “Cipro off-shore dei soldi sporchi russi” per giustificare le misure da adottare. Durante la sua visita in Germania, il presidente Vladimir Putin in una intervista del 6 aprile 2013 con la rete TV ARD ha affermato che investitori russi, dopo la grave crisi del 1998 e per la mancanza in Russia di un sistema finanziario funzionante, avevano spostato i loro fondi in altre aree, tra cui Cipro. Non si tratta necessariamente di fondi di provenienza poco trasparente. Ha aggiunto che “la confisca di fondi di investitori mina la credibilità del sistema bancario dell’intera zona euro”, ricordando che “la zona off-shore di Cipro non è stata creata dalla Russia ma dalle autorità cipriote con la connivenza dell’Ue”. Lo stesso vale per le isole off-shore in Gran Bretagna, ha sottolineato Putin. In precedenza Vladimir Yakunin, presidente delle Ferrovie Russe, aveva confermato al Financial Times che circa un terzo dei depositi nelle banche di Cipro appartengono a imprese o cittadini russi. “Come si fa a prendere una tale decisione senza consultarsi con la Russia? Vogliono risolvere i loro problemi a nostre spese”, ha detto Yakunin, ammonendo che simili iniziative minano i rapporti tra Eu e Russia..

La decisione del governo di Cipro, presa sotto la pressione della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce), di tassare, o sarebbe meglio dire parzialmente espropriare, tutti i conti correnti oltre i 100 mila euro delle banche cipriote in default, è stato perciò un test premeditato e un pericoloso precedente per l’intera Ue.

 

Anche il portavoce di Michel Barnier, il commissario europeo al mercato interno, non ha potuto escludere la possibilità che, in futuro, i depositi oltre i 100.000 euro possano essere utilizzati per operazioni di salvataggio delle banche europee in crisi.

 

Anche l’Institute of International Finance di Washington, uno degli enti privati più noti della finanza globale,  ha sostenuto che la “soluzione” cipriota potrebbe diventare un modello per l’intera Europa.

Al riguardo è da sottolineare che dal 10 dicembre 2012 era già in circolazione un documento della americana Fdic, Federal deposit insurance corporation e della Bank of England, il «Resolving globally active, sistemicaly important financial institutions », che affronta le emergenze relative all’eventuale bancarotta di istituzioni finanziarie di importanza sistemica. Si afferma che non si intende più utilizzare i soldi pubblici per salvare con dei bail-out le banche in crisi, come finora è sempre avvenuto dopo il fallimento della Lehman Brothers.

Il motto è: dal bail-out al bail-in! Con il procedimento del bail-in le perdite dovranno essere sopportate dagli azionisti e dai cosiddetti «unsecured creditors». Tra gli «unsecured creditors” ci sono i detentori di azioni, obbligazioni e di altri titoli di credito non garantiti. Si salvano invece i crediti vantati dalle pubbliche amministrazioni, dalle banche centrali, dalla Bce in Europa e da enti internazionali come il Fmi.

Dopo la crisi del 2008, per evitare il panico e la fuga dalla banche, i governi europei opportunamente hanno deciso di garantire i depositi dei correntisti fino ad un massimo di 100 mila euro. Il che significa che, oltre quella cifra, i depositi potenzialmente entrano a far parte degli unsecured creditors e potrebbero essere quindi confiscati per coprire i buchi e/o forzatamente trasformati in capitali di rischio (azioni) della banca.

Ad esempio, per la Cyprus Bank si è così deciso: il 37,5% dei depositi oltre i 100.000 euro saranno convertiti in azioni della banca, il cui valore sarà difficilmente sostenibile; un altro 22,5% resterà congelato in attesa di decidere se convertirlo in azioni e un ulteriore 30% resterà temporaneamente bloccato mentre si valutano gli effetti del salvataggio.

Negli Usa la decisione di mettere in campo la Fdic, invece della Fed, è ancora qualcosa di più perverso. Infatti essa era stata creata dal presidente Roosevelt per fronteggiare la grande crisi bancaria del ’29 e proprio per garantire i depositi dei risparmiatori e delle famiglie.

E’ importante notare che Londra a sua volta si aspetta che sia proprio la direttiva europea per evitare instabilità finanziarie in caso di crisi bancarie, la “Recovery and Resolution Directive”, a fornire maggiori poteri di intervento. Ciò sta a significare che il citato documento anglo-americano detta il nuovo corso all’intera Europa.

La strategia della grande finanza e delle istituzioni internazionali ad essa referenti sembra prendere in prestito la strategia stalinista del “socialismo in un solo Paese”, adottando provvedimenti appunto caso per caso. In questo modo nel definire strategie di “intervento risolutivo” per singole gravi emergenze finanziarie, non si prende in considerazione la cosa più ovvia: cosa si intende fare se i meccanismi dello stesso sistema sono la causa dei fallimenti?

D’altre parte il documento anglo americano sopra citato indica come un atto dovuto di riorganizzazione e di stabilizzazione delle banche in crisi la possibilità di separare le attività di deposito da quelle di investimento. Ma allora perché non ritornare alla pura e semplice separazione tra banche commerciali e banche di investimento, proprio come indicato dalla legge Glass-Steagall del 1933? Sarebbe la via più sicura per garantire una vera protezione per i risparmiatori e mettere al contempo fuori gioco la speculazione.

Il caso di Cipro quindi può essere l’opportunità per definire nuove regole. La politica del ricatto dei “rigoristi” da una parte e delle banche che si sentono tutte “too big too fail” dall’altra non può che portare al caos economico e sociale.

Altrimenti il futuro dei governi e dei popoli europei rischia di essere compromesso. I cittadini e i risparmiatori verrebbero considerati “garanti di ultima istanza” e chiamati perciò a pagare i debiti fatti dalle banche!

E’ sintomatico al riguardo il comportamento della Commerzbank, la seconda banca tedesca per importanza. Come è noto, essa ha avanzato la proposta di tassare il patrimonio finanziario degli italiani del 15% in modo da far rientrare il debito pubblico del nostro Paese subito sotto il 100% del Pil.

E’ la stessa banca che nel 2008 fu salvata con i soldi pubblici tanto da diventare quasi una banca statale. Infatti il governo di Berlino detiene il 25% delle sue azioni.

E’ davvero impossibile avere regole comuni per il sistema bancario e finanziario globale? Si cominci dall’Europa per poi coinvolgere gli altri attori internazionali. L’accumulo di comportamenti sconclusionati e di casi singoli non può che determinare crisi sempre più gravi.

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Autore: Redazione » Articoli 656 | Commenti: 435

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