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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 17234 volte 20 novembre 2013

Il consumo predatorio è totalmente irresponsabile

Di Redazione  •  Inserito in: Geopolitica, Ricerche e Studi

Occorre un nuovo paradigma, basato sul dialogo tra le civiltà   

di Vladimir Yakunin*

Con un considerevole grado di certezza si può dire che oggi noi siamo partecipi e testimoni di sommovimenti tettonici che hanno luogo sia nell’ambiente che nel genere umano.

Io penso che ognuno abbia coscienza che l’uomo è un componente organico del sistema ecologico della terra e della natura del nostro pianeta. E’ naturale che il genere umano faccia un uso esteso e diversificato delle risorse che la natura offre. Tuttavia nell’epoca della cosiddetta società postindustriale (società dei consumi) in cui il consumo stesso è divenuto un’ideologia, l’intero sistema dello sviluppo sociale ed economico, del cosiddetto sviluppo dei Paesi occidentali avanzati, si basa soltanto su  un consumo sempre più grande. E solo questo elemento sembra essere la forza trainante dell’ulteriore sviluppo del sistema capitalistico nella forma che esso ha assunto oggi. Per quanto, in senso stretto, questa forma di capitalismo si differenzia nettamente dalla sua forma classica descritta da Karl Marx. Più propriamente può essere definito come l’ultimo stadio di sviluppo dell’imperialismo americano (N.Chomsky) o come una fase  dell’oligarchia finanziaria internazionale (secondo la nostra definizione del fenomeno).

 

Senza consumi questo capitalismo muore

 

Senza un intenso e continuo aumento dei consumi questo tipo di capitalismo sarà spazzato via e finirà di esistere, come  descrive l’economista russo  M. Golansky   in “Cosa è in serbo per noi nel 2015”, pubblicato nel 1992. In quel libro Golansky predisse la caduta del socialismo, il collasso dell’Unione Sovietica e l’inevitabile caduta del sistema capitalistico esistente.

Il paradigma della crescita senza freni dei consumi, come ideologia dell’attuale società, basata su un consumo predatorio, arriva al punto in cui la società umana impiega il massimo livello di consumo per soddisfare i suoi bisogni sia naturali che artificialmente imposti, consumando ogni forma di risorsa naturale.

I risultati di questo genere di gestione, che riguardano l’intera umanità, sono ben noti, e sono minacciosi per la loro natura globale. Tuttavia l’uomo contemporaneo è abituato a pensare in termini di continuità. Ciò significa che egli pensa ai problemi che riguardano la sua generazione così come a quelli delle generazioni che verranno dopo di lui. Ma lo sfruttamento devastante delle risorse del pianeta che sembra una delle forze motrici dell’odierno paradigma del mondo, non gli lascia praticamente alcuna possibilità di compiere questa missione. Nella nostra storia attuale questa non è solo una manifestazione di avidità illimitata.  Questo è un cosciente e spietato sfruttamento dei nostri simili; assume i tratti di un diffuso neocolonialismo. L’assenza di limiti morali inevitabilmente arriva al punto che una persona non  si sente più parte della società in cui vive.

Ci hanno raccontato che l’onnipotente mercato include in sé tutti gli aspetti della vita umana, senza eccezioni, e che è anche capace di  regolare le relazioni pubbliche. Ma in definitiva un tale meccanismo si è rivelato incapace di assicurare un progresso sia a livello locale che mondiale.

Dobbiamo anche tener conto del fatto che noi abbiamo soltanto un centro di emissione di moneta di riserva. Cosa significa questo? Significa che noi attualmente non siamo in un mercato di relazioni libere e di libera competizione. Significa che noi siamo praticamente in un  modello monopolistico di globalizzazione dell’economia e della finanza. E’ impossibile non accorgersene.

 

La necessità di cambiamenti è maturata da tempo

 

E’ evidente che la necessità di cambiamenti immediati è maturata da tempo. Nell’affrontare la scelta di una strategia del cambiamento, una trasformazione per evoluzione del paradigma esistente sembra largamente preferibile a tutte le altre possibilità. Un ben concepito programma di trasformazione è mille volte meglio della imposizione rivoluzionaria del “migliore ordine al mondo”.

Noi siamo spinti oggi verso una grande guerra da coloro la cui politica si basa sulla pietra angolare di un consumo predatorio delle risorse del mondo e su un paradigma teso a realizzare una dominazione mondiale. E’ necessario anzitutto formulare una nuova idea per  giungere ad un nuovo paradigma. E la piattaforma per un simile transito deve essere il consenso adottato dalla maggioranza delle civiltà e dei Paesi esistenti.

Ciò si riflette nel fatto che al nostro Forum oggi  partecipano un numero sempre più grande di eminenti specialisti nei campi della politica, dell’economia, delle scienze sociali, rappresentanti di differenti civiltà. Partecipano inoltre politici in attività, che non sono indifferenti al futuro del mondo. Dopotutto è una illusione  pensare che i rappresentanti del paradigma oggi dominante costituiscano la maggioranza del genere umano. Quando parliamo dell’élite politica ed economica infatti, noi sappiamo che ovunque ed in ogni società l’élite è costituita da non più del 10% dell’intera popolazione.

Per la maggioranza del genere umano l’usurpazione da parte di alcuni individui o di particolari gruppi del diritto di condurre e gestire la vita degli altri appare come una violazione di principi fondamentali: sovranità, dignità, memoria storica, conservazione dell’identità nazionale, ecc.

Nella ricerca di una realtà genuina e vera, noi siamo obbligati, dopo tutto, a fare attenzione all’opinione della maggioranza piuttosto che a quella di una sofisticata “correttezza politica”.

Si ha l’impressione che ogni trasformazione sociale disegnata dai sostenitori dell’attuale predominante sistema neoliberale sia carica di instabilità. La realtà dimostra che ogni cambiamento, ogni introduzione di nuovi metodi, ed anche le transizioni lungamente tardive da uno stile di vita scientifico-tecnologico ad un altro sempre sfociano in  periodi pieni di squilibri, che a volte sfociano nell’uso della forza.

E ormai ora di rendersi conto che simili squilibri e l’uso della forza possono essere evitati solo con un aperto e costruttivo dialogo.

 

Le civiltà sono i centri di aggregati regionali

 

Gli uomini che vivono nel nostro pianeta costituiscono entità formatesi nel corso della storia, che noi chiamiamo civiltà. C’è la civiltà cinese, la russo-ortodossa, una civiltà anglosassone che talora si riferisce anche alla civiltà europea, la civiltà latino-americana, e così via. Tutte stanno diventando centri dei futuri aggregati regionali di un nuovo schema, ed è questo che determina il ruolo del  “World Public Forum” nell’intero sistema di elaborazione  degli elementi di un nuovo ordine mondiale.

L’importanza di queste comunità regionali  che si stanno formando  in virtù di evoluzioni naturali, storiche e culturali, è qualcosa che non si può negare. Voglio sottolineare che ogni spinta che comporti l’uso della forza, o una interminabile ricomposizione e frammentazione del mondo in piccole e quasi sovrane regioni che vengano dirette dall’esterno (la nascita dello Stato del Kossovo, il progetto di un “Grande Medio Oriente”, e così via), costituiscono una sfacciata e aperta violazione di tutti i principi morali e della legge internazionale.

Certo: il mondo oggi è diventato largamente globalizzato grazie allo sviluppo inarrestabile dei mezzi di comunicazione, alla velocità  dei movimenti di uomini e merci e grazie ai mutui scambi di tecnologie. Ma quando la globalizzazione ci giunge nella forma di unificazione, quando si parla di universalismo dei valori di una particolare civiltà, allora questo genera automaticamente rigetto, e conseguentemente porta a tensioni regionali che spesso prendono la forma di conflitti locali, i quali possono evolvere rapidamente in divergenze internazionali. E il mondo si trova rapidamente in uno scenario come quello esemplificato dalla guerra in Siria. E’ stata solo la posizione presa dalla Cina e dalla Russia che ha permesso di raggiungere un accordo con gli Stati Uniti e l’Europa sulla via di una soluzione pacifica della situazione.

A questo punto vorrei obiettare ad un’asserzione del rispettabilissimo Ayatollah Khatami, che come tutti sappiamo fu uno dei promotori dell’idea di un dialogo tra le civiltà. E’ molto importante che egli segni una linea di separazione tra “alleanza delle civiltà” e “dialogo tra le civiltà”. Vorrei sottolineare però che secondo la mia personale opinione egli commette un errore quando considera che  dentro la struttura delle Nazioni Unite, che è un amalgama di Stati, non un’unione di civiltà, sia possibile implementare i principi del dialogo. Gli Stati sono istituzioni formali, il cui obbiettivo è sostenere i propri interessi nazionali. I diplomatici avviano negoziati, e le trattative vengono condotte secondo le direttive che hanno ricevuto da questo o quel governo, cioè dalle élites dominanti. Le civiltà invece sono più larghe comunità storico-culturali, che possono includere al loro interno uno o più Stati. Ed è per questo che l’idea iniziale che è dietro il World Public Forum “Dialogo tra le Civiltà” parte dal presupposto che le civiltà si riconoscono l’un l’altra e quindi interagiscono in un dialogo aperto ed obiettivo. Noi non abbiamo sbagliato nell’impostare il modo di condurre il lavoro del World Public Forum “Dialogo tra le Civiltà”, dal momento che non sono semplici cittadini di questo o quel Paese che si incontrano qui per discutere temi vitali  per l’umanità, ma piuttosto esponenti rappresentativi di questa o quella civiltà che vogliono conoscersi reciprocamente, o meglio comprendersi l’un l’altro e che sono pronti a lavorare assieme su un’agenda che concerne tutti noi.

Io vorrei suggerire di definire il nuovo ordine mondiale emergente non un paradigma di sopravvivenza dell’umanità, ma piuttosto di uno stabile e solido sviluppo di tutto il genere umano.

Come russo, io credo che la Russia abbia profonde energie e profonda passione per trasformare il mondo, che ne ha tanto bisogno. Malgrado gli enormi cambiamenti che la Russia deve fronteggiare, il nostro storico inesausto  spirito continua a resistere al furioso e sfrontato mercantilismo.

 

La piramide capovolta dei valori sociali

 

La storia del genere umano ha attraversato diversi stadi di sviluppo della società. Questo processo può essere disegnato come una piramide, con alla base le relazioni economiche, ed in alto l’uomo ed i suoi valori spirituali.

Sviluppandosi ed espandendosi la base materiale grazie al progresso scientifico,  la piramide subisce un cambiamento, ed in particolare  si configura in due modelli opposti. All’inizio del ventesimo secolo noi abbiamo il modello di una società in libera competizione: la società capitalista; all’opposto il paradigma comunista, cioè un modello di fratellanza, per raggiungere la quale però sarebbe stato necessario modificare la consapevolezza dell’uomo.

Come risultato è apparso un nuovo schema, nel quale la spiritualità è stata spinta via da obbiettivi e motivi politici, mutando il vertice della piramide in base. In una società simile ogni cosa viene sottomessa agli obbiettivi delle oligarchie dominanti. Ed a questo punto è evidente la traballante instabilità della piramide.

E’ evidente che l’obbiettivo del prossimo stadio storico è quello di  tornare ad una stabile piramide sociale, ad un nuovo livello di comprensione dell’essenza sociale dell’uomo.

In nessun modo noi vogliamo resuscitare il passato. Quel che occorre è semplicemente tornare alle norme ed ai valori che l’umanità ha elaborato attraverso i secoli: la solidarietà, la giustizia, il rispetto della dignità dell’uomo, ed il riconoscimento del suo diritto ad una vita dignitosa.

La pietra angolare del modello contemporaneo di società occidentale poggia su un individualismo assoluto e, a quanto si dice, su una assoluta libertà della singola persona.

Io continuo a credere che in una struttura sociale non vi possano essere entità assolutamente libere, perché se essa è un aggregato di  entità  assolutamente indipendenti, interrelate, mutualmente irresponsabili,  i legami sociali e pubblici si rompono ed una simile struttura sociale cade a pezzi. Il risultato finale è abbastanza chiari: coloro che sono al potere perdono la capacità di governare i frammenti. Ciò significa che la classe di governo cessa di esistere in quanto tale.

Forse alcuni di coloro che guidano oggi le politiche internazionali trovano un qualche senso in questo sviluppo finale? Dopotutto il paradigma liberale presuppone l’esclusione  dello Stato non soltanto dalla sfera economica ma anche dalla sfera di regolazione delle relazioni umane. E ciò  suggerisce la seguente domanda: perché mai  l’ideologia delle minoranze sessuali viene inculcata oggi così aggressivamente? Le cose sono andate talmente avanti, ad esempio in Danimarca, e non solo là, che negli asili  è vietato ai bambini dire “io sono un bambino” o “io sono una bambina”. Io penso che è ormai tempo di  fondare una nuova organizzazione mondiale per proteggere la minoranza meno tutelata: i bambini!

Attualmente quello di cui ora siamo testimoni nel mondo occidentale dimostra che coltivare un estremo individualismo ha avuto  il maggior impatto distruttivo sulle fondamenta della società. Se “io” e “mio” sono le cose più importanti, allora perché “io” dovrei prendermi cura di chiunque altro?

 

Il problema demografico e il consumismo predatorio

 

Quando noi parliamo della sopravvivenza del genere umano noi dobbiamo tenere a mente la necessità di risolvere il problema dell’arretramento demografico mondiale della società umana. E’ di comune conoscenza che segnali ed indicazioni di una tragedia demografica sono evidenti non solo nei Paesi europei e non solo in Russia. Segnali simili possono essere osservati anche in Paesi con andamenti demografici relativamente favorevoli, come l’India o i Paesi arabi orientali, ove nell’ultimo decennio il tasso di natalità si è ridotto della metà.

Lo sviluppo reale della comunità globale contemporanea può essere assicurato in un solo caso. E cioè non quando la somma totale degli individui è diffusa, ma piuttosto se noi ci sforziamo di creare una società nella quale i principi della responsabilità morale per “come” e “cosa” un uomo fa non solo per se stesso ma anche per gli altri diventa il principio più importante.

Quando io parlavo della natura predatoria del modello esistente io avevo in mente non solo, e non anzitutto, il concetto di plusvalore che Marx definisce come l’elemento alla base del profitto. Né mi proponevo di marcare un qualche sistema politico con una etichetta negativa. Io avevo in mente la natura predatoria e rapace del consumo sfrenato di ogni cosa e di tutto, senza considerare l’impatto malefico di un tale comportamento su tutti gli elementi basici del nostro habitat: la natura, la sfera sociale, la cultura, l’educazione, l’economia e la politica.

Vorrei sottolineare che la società occidentale è stata in grado di realizzare significativi progressi nel realizzare benefici sociali. E’ degno di nota che le economie occidentali abbiano instaurato sistemi di sicurezza sociale in larga misura, grazie anche al conflitto tra le due ideologie sociali. E’ abbastanza chiaro che senza quella intensa rivalità tra le due ideologie l’Occidente difficilmente avrebbe potuto essere orgoglioso dei suoi attuali risultati sociali e della relativa calma che regna nei suoi Paesi.

 

Ma questo non è più capitalismo

 

Nel richiamare  la rivalità sociale e il bisogno di un’alternativa, noi siamo guidati non solo dall’analisi teorica, ma anche dall’analisi pratica  sulla rivalità tra capitalismo e socialismo ai tempi dell’Unione Sovietica. E vogliamo sottolineare che appena un’alternativa costruttiva scompare, lo sviluppo si ferma. Credo fermamente che è da questo punto di vista che noi dobbiamo valutare  il sistema socio-economico contemporaneo. Io  faccio intenzionalmente del mio meglio per evitare il termine “capitalismo”perché ciò che noi oggi osserviamo praticamente ovunque non è più capitalismo. Questo, nella mia modesta opinione, è un fenomeno assolutamente nuovo nella vita sociale, che deve essere definito in modo assolutamente diverso. Avendo io usato più volte il termine “predatorio, rapace”, vorrei portare la vostra attenzione su questo nuovo fenomeno senza nome che è caratterizzato da una totale irresponsabilità.

Oggi io credo sia necessario analizzare cosa sta prendendo piede nella comunità globale e nell’economia globale in modo da avere un quadro adeguato e la comprensione di quel che sta avvenendo.

Lasciatemi iniziare da ciò che è abbastanza semplice ed ovvio: il mondo sta subendo un cambiamento fondamentale che liquida di per sé ogni alternativa. Da vent’anni la teoria del neoliberalismo è divenuta improvvisamente la teoria dominante. In sostanza oggi un modello alternativo è stato preservato solo in Cina.

 

Il dialogo tra le civiltà base della politica estera

 

E così abbiamo ricevuto  una nuova logica dominante. La precedente logica dominante era basata sulla proprietà e sull’interazione tra lavoro e capitale. Ma oggi questi due principi sono stati separati, scissi; meglio ancora: il capitale è stato tagliato via dalla componente finanziaria. Per questo abbiamo il diritto di dire che “de facto” una struttura assolutamente nuova dello Stato e della società sta formandosi.

Il principio occidentale della competizione è un elemento assolutamente necessario dell’alternativa. Ma se c’è un’alternativa, c’è anche una lotta per la scelta della strategia. Può essere una lotta tra idee, o  ogni altro tipo di competizione, perché dopo tutto lo sviluppo competitivo è sempre presente nel mondo. Riguardo alle prospettive future, la fiducia nella “devastazione predatoria” come base per andare avanti, in una condizione in cui alcuni sono impegnati a consumare mentre altri muoiono di fame, non può certo garantire un trend positivo nello sviluppo del genere umano.

Ben altra cosa è quando noi parliamo di interazione civile come forma della comunicazione e della cooperazione internazionale.

Per concludere, vorrei segnalarvi il seguente esempio di “real politics”: nell’ultima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il ministro degli esteri della Cina ha dedicato due ampi paragrafi del suo intervento osservando che il dialogo delle civiltà è non soltanto uno scambio culturale; egli ha sottolineato che è la base della politica estera cinese.

E qui abbiamo sotto gli occhi la precisa conferma che l’idea del “dialogo tra le civiltà”sta conquistando il favore delle persone concrete, sagge, prudenti, coscienti dei benefici di una riforma  degli obsoleti paradigmi dello sviluppo.

 

*Presidente delle Ferrovia di Stato della Russia. Il testo completo del discorso, in inglese, può essere letto sul sito www. wpfdc.org

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Autore: Redazione » Articoli 676 | Commenti: 311

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