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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 12098 volte 30 ottobre 2013

I dilapidatori del patrimonio pubblico, ovvero le “man in Sacco” del ministro Saccomanni

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Economia Italiana, Primo Piano

Ultimo di una fin troppo lunga serie di famigerati predecessori,  anch’egli affetto da miodesopsia –  come il primo ministro “Letto” ( per meriti soporiferi e su decreto di San Morfeo) e del taumaturgo delle “tre carte” professor Monti tra le ultime  fallite trovate del cripto- leninista collinare –  sindrome oculistica la miodesopsia  che fa vedere luci inesistenti alla fine del tunnel senza fine della immane crisi economica attuale.

Il superministro dell’economia in carica del governo delle larghe incapacità  Fabrizio Saccomanni non sa vedere altra soluzione se non nel rinverdire la dismissione ulteriore del patrimonio pubblico sotteso al capitale dei superstiti “gioielli di famiglia”. Ricetta che negli ultimi decenni non solo non ha risolto nulla,  ma ha ulteriormente impoverito il popolo italiano, il vero proprietario in ultima istanza di tutto ciò che costituisce l’insieme di risorse riconducibili al patrimonio dello Stato  e degli enti pubblici territoriali. Saccomanni: anagrammando vien fuori “man in Sacco” a conferma dell’adagio latino nomine sunt consequentia rerum e di quell’altro non meno castigante omen nomen;  e dove “Sacco” sta per saccheggio,  pratica notoriamente avulsa da ogni moderna  istanza connessa con la logica e le condizioni dello sviluppo economico. Keynes in suo articolo (  ristampato nei suoi Essays in Persuasion)  ricordava che persino il tesoro accumulato dal pirata Drake, per la parte di questo spettante alla socia  monarchia inglese,  equivalesse, tenuto conto dei miracoli del saggio d’interesse composto,  agli investimenti britannici all’estero intorno agli anni ’20 del XX secolo. Sicché siamo oggi  in Italia molto più indietro del barbaro cinismo che ha costituito la  “accumulazione primitiva”, precondizione  della prima Rivoluzione Industriale del XVIII secolo.

Non abbiamo più fiato in gola e inchiostro nella penna per denunciare la totale dissennatezza di misure tese a far cassa, con lo stile proprio delle classi sociali in declino storico o di famiglie cadute in disgrazia  e con “l’acqua alla gola” e costrette a bussare agli sportelli dei  “Monti di Pietà”. 

Ma la cosa più grave è che da almeno due anni abbiamo fornito vere soluzioni alternative all’avvitamento progressivo del nostro Paese nella spirale di una grave deindustrializzazione senza ritorno,  non potendosi più  parlare,  con le regole del gioco della Globalizzazione, di “creative destruction” nell’accezione schumpeteriana che qualche falso “intenditore” di “scienza economica” è ancora impunemente in grado di citare affermando  che la “crisi  rappresenta anche  una opportunità”.  La faccia “positiva”   delle crisi nel capitalismo in tanto si potrebbe  in prima approssimazione evocarla se e solo se le crisi si inquadrano  in una ipotesi di “economia chiusa”: l’investimento innovatore spazzerebbe  il “vecchio” per sostituirlo con il più efficiente  “nuovo”,  sicché alla fine , dopo le pene del caso di quanti  sono stati resi obsoleti dal “progresso” tecnologico , tutti beneficierebbero  a livello aggregato dell’inarrestabile predetto progresso.

Ma abbiamo altrove dimostrato che  in riferimento a quanto appena descritto il prezzo della “distruzione” ai fini della “creazione”  in tanto è un male che appare necessario e ineludibile  in quanto si ipostatizza il capitalismo del laissez faire e si esclude qualunque ricorso a una “istanza di piano” rispondente a criteri di interesse pubblico e sociale. E che au fond di una tale visione  si trova,  come aggravante della sua estrema fragilità  scientifica, l’esigenza per cui il calvario della crisi rispecchia l’inconscio del cattolico Schumpeter ( che ha agognato un impero mondiale con a capo il Papa) ispirato al dogma del “peccato originale” che vuole che “questa valle di lacrime” risulti in ogni caso come il “migliore dei mondi possibili”,  non fosse altro che in alternativa al pericolo socialista e comunista. In ogni caso in regime di free trade o libero scambio è solo il Paese innovatore e/o più cinico verso i propri livelli salariali a trarre profitto,  a danno dei competitori internazionali,  dal mettere fuori mercato i mancati innovatori.

Sono tre le alternative che abbiamo suggerito  attraverso gli strumenti comunicativi de “La Finanza” cartacea e on line (www.lafinanzasulweb.it) per uscire dal cul de sac in cui le miopi ricette neoliberiste di ispirazione teutonica e fatte proprie dall’acefala UE hanno costretto l’Italia e la parte più debole dei partner dell’avventura della moneta  unica  europea.

1)Il ricorso alla realizzazione di un programma ispirato alla W e Y efficiency, a costo praticamente nullo, in grado di recuperare gran parte dell’inefficienza accumulata negli ultimi due decenni dal nostro Paese e a favore di giovani e donne così affrancati da ogni insulso e demagogico appello alle loro esigenze e aspettative. Basti pensare a quell’obbrobrio logico, economico ed etico delle “quote rosa” a favore del gentil sesso.

2)Il ricorso ad una patrimoniale attuato tassando il 10% degli italiani che detengono ormai il 50% del PIL. Qui applicando una  formula del misconosciuto e certamente non bolscevico  Premio Nobel Haavelmo abbiamo dimostrato come attraverso un’opportuna e contemporanea politica industriale, la misura suddetta avrebbe dovuto essere addirittura sostenuta da quello stesso 10% di privilegiati che avrebbero così  beneficiato di 2,5 euro per ogni 1 euro del loro “obolo”.

3)Il ricorso all’emissione di “assegnati”,  ovvero di moneta garantita dal patrimonio pubblico e messa a disposizione di un opportuno e non più rinviabile piano di politica industriale. Ben al contrario, come si può capire,  della misera e del tutto improduttiva idea di dilapidare quel poco che resta del patrimonio pubblico di cui noi tutti siamo, senza saperlo, i veri proprietari e responsabili custodi  per le future generazioni.

Ancorché notificati  a esponenti politici  con competenze e poi con poteri  di governo,  nonché  a esponenti del mondo  confindustriale,   i predetti suggerimenti non sono stati minimamente compresi nei loro termini tecnico-economici,  certificando il deserto intellettuale della n/s classe  “dirigente”senza eccezione alcuna. Inutili sono state anche le sollecitazioni ad acculturarsi dei sedicenti allievi potenziali dei 5 Stelle!

 E pensare che quell’idealista di Keynes credeva che fossero le idee alla fine a cambiare il mondo!

 Anche se sarebbe da ricordare ai “sinistri” keynesiani  ( proprio così, roba da matti! ) italioti ( e non solo) che per l’applicazione  e l’efficacia delle proprie ricette  in caso di crisi economica internazionale  Sir John Maynard   riteneva assolutamente indispensabile  il ricorso a opportune politiche protezionistiche.  Rischiandosi altrimenti il danno e la beffa da parte dei free rider, aggiungiamo noi a corollario di quanto non esplicitato da Keynes stesso,  che scontava evidentemente masse cerebrali più rispettabili di quelle dei nostri economisti(ci) contemporanei.  Persino di quelli dichiaratamente  keynesiani  e con tanto di Premio Nobel ( vedi Krugman e Stiglitz) ).E andrebbe anche ricordato  ai corifei apostoli della concorrenza  ai vertici  della UE   ciò che   l’autore della General Theory sottolinea,  tra l’altro,   nel suo magnum opus, cioè che da nessuna parte sta scritto che  è preferibile occupare meno persone in modo più efficiente  in luogo di un maggior numero di queste  ancorché occupate in modo meno efficiente. Il trade-off risultando definito dall’alternativa esclusiva  tra efficienza,  da un lato,  e sofferenze umane,  d’altro lato.  In presenza del certamente poco efficiente equilibrio di non piena occupazione si hanno infatti   risorse non occupate,  che comprendono oltre ai lavoratori sul lastrico,   fabbriche e impianti fermi  destinati ad arrugginirsi ( la destruction schumpeteriana) e magazzini pieni  di merce consegnata ai  festeggianti roditori. E tali risorse   non sono certo da considerarsi una conquista  in termini di “efficienza” del sistema capitalistico nel suo complesso,  costituendo un vero e proprio “scandalo pubblico”: quello della “miseria nel mezzo dell’abbondanza”.

 

E noi invece  nel Paese che fu dei Leonardo, dei Galileo e dei Fermi,  per mancanza di idee dobbiamo seriamente temere il concreto pericolo  di un non improbabile nuovo “sacco di Roma”  da parte degli eredi   dei già “Barbari” e poi   “Normanni”,  ovvero di quel che di “Roma” non sia già stato nel tempo liquidato e portato via  ( Sacco in man)  sotto la algida   e gotica regia dei banchieri centrali e della loro “Centrale” BCE,   ovvero di loro emanazioni o Carneadi, come Saccomanni,  più o meno  accreditate in materia di  “scienza triste”; molto più credibili come esecutori testamentari di una “internazionale” dei poteri economici,   a garanzia di un ordine che  scandalosamente premia  progressivamente  i pochi a danno dei più.

Non è un caso che Brunetta ( quello dei “ricchi” e certamente  non dei “poveri”) abbia giorni addietro individuato nella dismissione del patrimonio pubblico la ricetta definitiva per assestare a livello di sicurezza il rapporto debito e deficit PIL? Eppure,  nelle biblioteche per raggiungere libri colpevolmente  dimenticati e messi ormai  in  alti scaffali  non mancano opportune scalette per aiutarsi a non volare  così in basso!

PS

 Apprendo solo ora che il sedicente Blair italiano – dimentico del colpo di grazia  finale alla già ampiamente screditata socialdemocrazia inferto  dall’ormai miliardario e superbugiardo scozzese in salsa laburista –  dall’ultima “Leopolda”,  nel suo raffazzonato quaderno di slogan  senza alcun costrutto per il futuro,  individua una dismissione di 5 miliardi di euro del patrimonio pubblico tra le fonti di risorse necessarie per porre riparo ai problemi di debito e deficit  dello Stato italiano.  E dire che si dichiara di “sinistra”! Ma è forse da credergli,  se l’accezione di quel termine passa per licenza dei canoni lombrosiani. Con Renzi la deriva intellettuale e morale del patrimonio del socialismo non potrebbe essere più totale. Già Ortega y Gasset ebbe a denunciare la sindrome della concezione “sportiva  dello Stato” e quindi della politica,  dove vincere è tutto a prescindere dai contenuti.  Non siamo al festival della lobotomia di massa  con il sindaco di Firenze che incanta tutti giovani e vecchi,  a destra come a “sinistra” con questo ebete spot in cui si racchiude e condensa la sua evanescente pochezza?

Insomma  che  le competenze elettorali  vengano affidate alla  Federalcalcio,  e via tutti a  tifare, senza FIFA ?.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 266

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