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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 49016 volte 16 aprile 2013

I “cattivi maestri” de l’Espresso, contro-corso di economia: Il modello economico liberista

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 

 

Il modello economico liberista  (molto liberamente “raccontato” da  Luigi Zingales)

Che delusione! Aspettavamo  con qualche ansia  il DVD di Zingales, lo ammettiamo,  ingannati dal  titolo  di quello che poi si è rivelato  il suo “raccontino”;  titolo che ricorreva al lemma “ modello”  in riferimento al suo oggetto. “Modello” che nel linguaggio iniziatico degli economisti rimanda a una costruzione concettuale rigorosamente formalizzata o comunque strutturata in forma sillogistica, in quanto  alimentata  da proposizioni con natura di ipotesi, tesi e conseguente dimostrazione. Ritenevamo così di imbatterci in un Zingales scientificamente paludato del quale  abbiamo altrove dimostrato la fragilità appena  appena si sposta dalle giaculatorie più popolari  e a effetto del peggior armamentario propagandistico,  dei sedicenti “liberal-liberisti”. Eppure,  come nel caso di Alessandro De Nicola a proposito del pensiero di Adam Smith, la mancanza di sostanza si può rivelare anche quando maldestramente si pensa di poterla fare franca  optando per la “narrativa” nel trattare  argomenti che  immancabilmente  implicano complessi  e dibattuti problemi teoretici, nel nostro caso attinenti alla “scienza economica”.

Pertanto invece di imbatterci in una dissertazione che paragonasse l’ “Equilibrio Economico  Generale”  di Walras e le sue evoluzioni neo-walrasiane  con la cornice teorica della scuola Austriaca o neo-Austriaca o quella monetarista,  o  ancora la  più recente scuola di Public Choice ( ciascuna delle quali ha visto suoi rappresentanti impalmati di Premio Nobel) tentandone una eventuale  sintesi, ci troviamo dinanzi a un inaspettato accreditamento a opera di Zingales di Ronald Reagan e Margaret Thatcher quali maître à  penser nell’ambito del filone dottrinale liberal-liberista. Cosa penserebbe John Maynard Keynes nell’essere depennato con la grazia di una rozza accetta dall’ ambito  di quest’ultimo filone di pensiero? Doveva esser matto  Lord Maynard nel rivendicare con forza la sua militanza “liberale” ( e  liberista) ( Sono un liberale?, <The Nation and Athenaeum>, 8 e 15 Agosto, 1925) e ancor più  immaginifici gli storici del pensiero liberal-liberista  Alan Bullock e Maurice Shock nella loro raccolta antologica The Liberal Tradition,  sottotitolandola From Fox to Keynes ( Oxford at University Press, Oxford, 1967)? Non è anche approssimativo e storicamente sbagliato confondere la militanza Tory della Thatcher con la tradizione liberal-libersista inglese per l’appunto? Cosa  inoltre si nasconde,  e Zingales non ce lo svela,  dietro  l’ammissione di quest’ultimo che per i trent’anni che anno fatto seguito alla fine del Secondo Conflitto Mondiale ( “i trent’anni gloriosi”) si era tutti keynesiani ( in verità con l’eccezione,  taciuta,  di von Hayek e poi di Friedman)  e  che in quel periodo si era di fatto ridimensionato il ciclo economico assistendo a un prolungato boom economico? Non basta dire che la causa della cacciata di Keynes dall’Eden liberal-liberista è  stato l’insorgere della stag-flation a partire dal 1973 e il lento declino economico  della Gran Bretagna  ( “male inglese”) che l’ha preceduta cioè il sorgere del trade-off  ( “curva di Philipps” ) tra inflazione e  disoccupazione. Infatti quel brusco  translare  Keynes  dal filone liberal-liberista a suo  radicale avversario,  oltre all’evidenza empirica  che ha posto le politiche keynesiane a scaturigine dei predetti fenomeni non ha trovato adeguata giustificazione analitica;  rimanendo teoricamente  impregiudicato questo radicale  passaggio di campo  dottrinale,  imprigionato nella fallacia logica del “piano inclinato “ ( slippery slope) : lasciare che l’ordine cronologico tra due fenomeni stabilisca che quello che precede l’altro sia la causa di quest’ultimo! Infatti seguaci (e voltagabbana  successivamente)  e detrattori di Keynes sin  dalla prima ora non  sono mai stato in grado di dedurre dall’impianto del paradigma keynesiano  le sue conseguenze tendenzialmente stagflazionistiche, né tampoco lo hanno fatto vis-à-vis il manifestarsi del  paradosso  della contemporaneità di stagnazione e inflazione,  nonostante l’impegno delle maggiori “teste d’uovo”  a risolvere questa autentica sfida intellettuale . Così a tutt’oggi la stag-flation resta  una inspiegata “anomalia”  che ha  rappresentato un  autentico scacco matto alla scienza economica; “anomalia” ( Kuhn)  la cui soluzione ha richiesto  il ricorso a una  autentica rivoluzione copernicana,  rimossa,  ancorché mai confutata,  in letteratura.

Che di quest’ultima  circostanza Zingales non sia neanche a conoscenza,  transit, ma che si sorvoli sull’archiviazione alla chetichella  dell’ inspiegata “anomalia” dell’equilibrio stagflazionistico che ha caratterizzato l’Occidente capitalistico per tutti gli anni ’70 del secolo scorso non si può minimamente concedere. Specie se sotto sotto si intende far passare  Reagan e la Thatcher come i risolutori del problema nel mentre costoro  non fecero altro che  optare  per uno dei corni del dilemma cornuto in cui si era  materializzato il trade off tra disoccupazione e inflazione:  con politiche fortemente  deflazionistiche nelle intenzioni  sociali  e solo disinflazionistiche a livello monetario  alla prova dei fatti,  a tutto danno dei livelli occupazionali con ridimensionamento radicale di ogni forma di protezione sociale della forza lavoro. Reagan tra l’altro puntando su una radicale deregulation  e con una del tutto paradossalmente keynesiana  impennata della spesa statale in armamenti ( Star Wars) e la “Iron Lady” privatizzando a più non posso e quindi facendo diminuire la quota della partecipazione dello  Stato al reddito nazionale  e dichiarando guerra ai sindacati dei lavoratori, non senza rinunciare a un episodio  di arroganza   imperialistica con la guerra contro l’Argentina per il dominio sulle isole Falkland/Malvinas. Accumunati i personaggi in questione: a) su una politica di rafforzamento delle rispettive  valute,  evidentemente tesa a isolare le sottostanti economie dalle sorti del resto del mondo a tutto danno del potere d’acquisto  dei redditi da lavoro all’interno e per favorire la capacità predatoria dei rispettivi capitali nei confronti dei Paesi esteri,  la cui più deleteria conseguenza è stato l’incentivo a delocalizzare abroad; b) da un’ accelerazione della terziarizzazione o deindustrializazione  della struttura dell’economia USA e della Gran Bretagna; c) una politica fiscale regressiva,  quindi a tutto favore della parte più ricca della popolazione.

Per Zingales  non sussistono dubbi circa  la corrispondenza  delle appena menzionate misure  con il “modello  economico liberal-liberista”, né tantomeno sulla sua superiorità in termini di performance di crescita in confronto al precedente modello. Il bello, si fa per dire, sta nel fatto che il nostro adepto della “scuola di Chicago”,  “modello bocconiano da  esportazione”, ammetta con candore che la spinta alla terziarizzazione e alla contemporanea deindustrializzazione frutto della reaganeconomicsthatchereconomics abbia  polarizzato la distribuzione del reddito, senza  però minimamente cogliere in ciò una delle cause di fondo che ha nel più lungo periodo condotto allo scoppio della grande crisi attuale. Crisi  semplicemente rimandata,  ampliandone l’entità,  con  i governi succeduti alla coppia Reagan-Thatcher,  sia pure di orientamento politico apparentemente diverso ( Clinton e Blair su tutti). In Usa  lo spostamento avanti nel tempo del redde rationem  con la crisi dopo la “cura” Reagan la si deve allo scellerato lungo impero di Alen Greenspan e la sua convinzione di poter per sempre esorcizzare le crisi stampando moneta a gogò, dando la stura alla nascita e al progressivo ampliarsi dei deficit gemelli: quello dell’ex-import e quello della spesa pubblica. In Gran Bretagna è invece bastato  un solo uomo, Soros a far abbassare i toni di grandeur, eredità della “Lady di ferro”,  costringendo la “Perfida Albione” alla svalutazione della sterlina nel 1992, non potendo questa valuta neanche lontanamente  scimmiottare il dollaro come moneta di riserva dell’economia mondiale.

Sperare poi che Zingales debba riconoscere che nella recente  massiccia nazionalizzazione di gran parte delle maggiori banche in Gran Bretagna suoni come una sconfessione sul lungo termine dei miracoli del suo “modello liberista”,  e che lo stesso valga  per il contemporaneo record del debito pubblico “a stelle e strisce”  con il ricorso anche sotto Bush junior e Obama  a massicci interventi da parte dello Stato  per salvare le macerie di quel “modello”,  è  pura illusione. E per quanto riguarda l’Italia nello attuale tsunami economico  il t “Chicago boy” di mitalica provenienza   ha il coraggio  di individuare nel mancato adeguamento a quel “modello” le cause dei nostri problemi: autentica cecità o paranoia religiosa?

Se frequentasse di più le librerie in Italia  forse Zingales potrebbe rinsavire, per esempio scoprendo – imbattendosi in qualche libro controcorrente –  che non tutto ciò che  la “storia”  propone per ultimo in ordine temporale  equivale a progresso e che così,  per esempio,  la terziarizzazione del tardo capitalismo  evidenzia il Thanatos che è nel Dna del capitalismo  stesso,  costretto ad ampliare progressivamente la quota del “lavoro capitalisticamente improduttivo” ai danni di quello “capitalisticamente produttivo” onde continuare a mantenere il connubio democrazia/capitalismo   al fine di tamponare un crescente gap deflazionistico alimentato strutturalmente  da una logica che aumentando  costantemente  la produttività  del  lavoro non permette altro equilibrio se non quello di una espansione del “consumo improduttivo”. E che quindi il calcolo del Pil in un’economia “ capitalisticamente avanzata” non rappresenta altro che il precipitato di una “scienza economica” che non  avendo una rigorosa teoria del valore  transustanzia  in grandezza economica  reale una mera fable convenue : per la quale solo ciò che passa per il mercato  acquisirebbe  la qualità di “utile” e per ciò  eo ipso   quella di “produttivo” (confondendosi  nel migliore dei casi una precondizione con una condizione necessaria e sufficiente).

Sic transit gloria mundi, e gli Zingales impazzano in una italietta  che fa del suo provincialismo travestito da esterofilia  una costante del suo autentico ritardo storico. Basta avere  qualche titolo  accademico made in Usa per surclassare qualunque  omologo rampollo made in Italy.

 Confessiamo infine di aver fin qui scritto non scevri da un forte pregiudizio sullo“spione”,   Zingales,   alla luce della sua denuncia in “zona cesarini” del sin lì sodale Oscar Giannino. Il cui limite è stato proprio quello di aver ceduto al suddetto provincialismo italico,  inventandosi titoli accademici a “stelle e strisce” conseguiti proprio  all’University of Chicago School of Business,  dove Zingales esercita come  professore. Non possiamo non collegare  la “tardiva”  scoperta  da parte di Zingales  del bluff di Giannino con la ripresa in extremis dei consensi di Berlusconi e la più o meno equivalente perdita dei consensi previsti per il partito di Giannino e Zingales ( “Fermare il declino”) in riferimento  alle ultime elezioni politiche italiane del febbraio  2013. Lo spazio politico o meglio la sociologia economica  tra  i berluscones e i fan di Giannino differendo semplicemente per un diverso grado di acculturazione e di sensibilità estetica. La cosa sa troppo di ampia materia per non  far pensare a un case study da Business School,  evidentemente in una fiction: per mancanza di prove!

 Ma come ebbe a chiarire con grande onestà intellettuale  il Nobel Myrdal, nell’impossibilità della utopica “neutralità” delle scienze sociali,  l’unico atto onesto è  quello di esplicitare il proprio “parziale” punto di vista onde non mistificare circa la propria obiettività scientifica,  che va ricercata  e vantata al netto della esplicitata visione del mondo. Anche di ciò non v’è traccia nel “racconto di Zingales” che di una possibile “nobiltà myrdalliana” nel senso visto non può certo essersi imbattuto,   data la ascendenza  dalla “scuola svedese” dell’odiatissimo interventismo economico di marca keynesiana. Svezia notoriamente fuori dal dogmatico “modello liberista”  à la façon de Zingales.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 240

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