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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 9922 volte 10 maggio 2013

Giuliano Amato su Il modello economico socialdemocratico; ovvero, un involontario de profundis

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 

 

Un  rammarico multiplo, per una intelligenza sprecata ( la sua) e un “pentimento” ( il suo, sempre) troppo criptico per dare esiti di un qualche significato ;  è questo il sentimento finale generatomi dallo speach di Giuliano Amato  nel quattordicesimo DVD della “collana” de  l’Espresso. DVD  che andiamo rapsodicamente considerando  in base a criteri di rilevanza diversi:  tema e/o  “fama” del relatore. Beninteso non confondendo quest’ultima dalla “considerazione”, secondo la perspicua distinzione in merito proposta da Condorcet, decisamente orientati ad applicarla nel tentativo di fare giustizia,  ancorché privatim,   ove la prima  usurpi la seconda.

 Circostanza assolutamente straripante nel marcescente teatro del tardo capitalismo  e di cui è esemplare rappresentazione il “circo bianco” di presunte “autorità” proposto dal gruppo editoriale controllato dall’ingegner De Benedetti. Al momento siamo in attesa del contributo di Noam Chomsky a cui riconosciamo l’indubbia caratura intellettuale come linguista che lo caratterizza per unanime consenso a livello internazionale.   Anche se proprio il campo dello scibile ove  egli eccelle non può non preannunciarci un fiasco,  visto il titolo del suo intervento: “ i rischi della globalizzazione”. Titolo che non può non aver ricevuto  il placet di Chomsky che,  “poverino”,  non può che essersi documentato sull’argomento sulla letteratura passata “ufficialmente” per “scientifica e  il  cui vaglio di merito  è estraneo per definizione allo studioso statunitense nell’ambito della divisione intellettuale  del lavoro. E una tale letteratura è  talmente orientata a favore della Globalizzazione,  e talmente  cieca dinanzi al suo sonoro fallimento  dinanzi alle macerie della attuale grande crisi che ha colpito l’economia dell’Occidente,   che coglierne i soli “rischi”  non può che autorizzare a collocare l’intervento di Chomsky sull’argomento,  nel migliore dei casi,   in linea con il più “critico” ( e isolato)  degli economisti  di “prima scelta” nella pièce che riguarda il “teatrino” della “scienza economica” accademica trainata dall’industria del “consenso globale”  made in USA,  il Nobel Joseph Stiglitz ( purtroppo stella polare tra i 5stelle di Beppe Grillo).  Per Stiglitz, come tutti i “riformisti” “falsamente” critici nei confronti del capitalismo e quindi dei  suoi attuali   connotati “globali” ,  esiste un capitalismo “buono” e uno “cattivo” e quindi una Globalizzazione “buona” e una “cattiva”. I rischi ancorché concretizzatesi sarebbero pertanto evitabili in principio e dovuti agli “eccessi” di un sistema in sé positivo.

 Insomma Stiglitz appartiene a quella schiera di falsi intellettuali ( in senso sartriano) che alimenta, secondo la opportuna indicazione di Georgy Lukacs, l’ “ideologia di secondo grado”, mentre quella di primo grado  sarebbe affidata ai più “volgari” “pugilatori a pagamento”, secondo la caustica definizione di Marx ispirata dall’allora già attivo <The Economist>. Questo lo abbiamo dimostrato  altrove e in più occasioni ad abundantiam sul piano analitico. E se la linguistica  è affidabile,  dal “contenitore”  della prolusione chomskyana – e faremmo torto a Chomsky nel non presupporlo -  possiamo esser certi che  anche il grande  linguista americano cadrà nella trappola del “riformismo” del capitalismo e dei suoi “eccessi” e quindi  dei connessi “rischi”.

 L’argomento “riformismo” non è un digressus nel voler parlare del tema “modello economico socialdemocratico” e di Giuliano Amato,  bensì un’ opportuna chiave di lettura. Ci permette di cavarcela per le vie brevi, come d’altronde non merita altro la sconfitta di una idea di società che dalla radicalità del cambiamento agognato del socialismo  delle origini  in possesso di una sua base scientifica – la “critica dell’economia politica”-  è via via passata  a una “revisone”  ridicola di quell’impianto ( Bernestein  & co. e il conseguente “revisionismo” ) e a una prassi che si è appiattita nel tempo  su posizioni del tutto interne al  più conseguente pensiero liberale: il “riformismo”. Finendo per contrastare quest’ultimo solo nella forma della sua degenerazione etico-neurologica nell’alternanza del potere per il potere,  sul 
puro piano della dimensione politica che lo stesso Hegel condannava nei confini del “regno dell’illusione”, senza mai più mettere in dubbio la eternalità del capitalismo posta come   “la fine della storia”.

 Non è infatti un caso che la apparentemente dotta trattazione della “lecture” dI Amato non tocchi minimamente alcun argomento sostantivo in materia di dinamica e contraddizioni del modo di produzione capitalistico  in punto di paradigmi  della “scienza economica”riducendo la carica di alterità del socialismo,  poi socialdemocrazia à la  Bad Goldesberg,   nei confronti dei concorrenti/avversari sul solo  piano politico allo “spread” o mix  più o meno ampio in materia di Stato e/o mercato. Forbice la cui esistenza e ampiezza  non è più messa in discussione de facto neanche dai più estremi difensori propagandisti del miniarchismo ( o Stato minimo), come puntualmente viene in emergenza storica in occasione  del loro “silenzio” in presenza dei salvataggi “statali”  dei ciclico fallimento  generale del laissez-faire. Quando dunque  si tratta di socializzare le perdite dopo aver in tempi di “vacche grasse” e di “ciclo alto”  privatizzato i profitti. La ultima ed ennesima prova è  dinanzi alla “filosofia” degli interventi a favore del settore bancario in occasione dell’attuale enorme  crisi economica  e  ai “sacrifici” imposti alla stragrande parte del mondo del lavoro e degli espulsi o mai ammessi  da e in tale “mercato”.

Amato dunque si ferma alla mera descrizione della storia del socialismo e al crescente abbandono  di superamento del capitalismo  da parte di questa corrente di pensiero e dei movimenti o partiti politici che lo hanno impersonificato e delle correnti che ne hanno rappresentato fino a un certo punto le contrapposte strategie per la sua realizzazione: all’interno del sistema capitalistico con graduale conquista dello Stato o con radicale/rivoluzionaria  accelerazione per un completo passaggio  alla collettivizzazione dei mezzi di produzione. Fino alla resa finale rappresentata simbolicamente dal Congresso della SPD tedesca a Bad Godesberg nel Novembre  1959 il cui programma lapidariamente e inequivocamente,  tra l’altro,  afferma : “as much competition as possible – as much planning as necessary” . Che Amato traduce liberamente in “  Stato ogni volta che è necessario, il mercato ogni volta che è possibile”,  che abbiamo visto equivalere di fatto alla socializzazione delle perdite ogni volta che è necessario onde assicurare la privatizzazione dei profitti ogni volta che è possibile  come avviene in generale,  con partecipazione dei paria nella misura richiesta dall’andamento ciclico dell’accumulazione del capitale nel tempo.

Alibi a tanto sconcertante appannamento di autentico progresso sociale per uscire dal capitalismo  e per una democrazia  reale al di là di quella meramente formale e delegante  borghese ( “socialismo o barbarie”,   è  la parola d’ordine di Rosa Luxemburg e del movimento spartachista a lei ispirato) è stato  il falso “comunismo” stalinista,   senza una seria analisi di quel fallimento annunciato,  alla luce dei presupposti  elementari del socialismo scientifico alla mano. “Comunismo” diventato l’unico e vero nemico della socialdemocratizzazione del socialismo tout court

Bastava riflettere a tal proposito sulla assoluta  inconciliabilità  di partenza tra la economicamente arretrata URSS e relativa “bestemmia” del “socialismo in un solo Paese”  con il socialismo che presuppone  ben al contrario l’accumulazione del capitale  da parte del capitalismo. Circostanza genialmente ravvisata da Lelio Basso   con la sintetica formula “ il socialismo deve convenire”,  partecipatami  durante lo svolgersi dei movimenti del ’68  da questa grande figura del movimento operaio a sostegno del suo assoluto pessimismo circa le sorti del “comunismo” di stampo stalinista. Visione questa  che i fatti hanno poi confermato. Circostanza  in cui sempre Lelio Basso -  e ancora con la sintesi della intelligenza – mi consegnò l’essenziale distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari”, distinzione che ancora infiammava i dibattiti di poi sconfitte e ormai dimenticate lotte  nella  speranza di un mondo migliore:  “entrambi,  i riformisti e i rivoluzionari credono nella lotta di classe: i primi ci vogliono campare sopra  da parassiti, i secondi la vogliono risolvere e superare per sempre”.

Amato conclude dinanzi alle miserie della situazione del mondo attuale  senza minimamente mettere in dubbio la logica della Globalizzazione che fa da sfondo al  fallimento di ogni sperimentato  mix tra Stato e mercato,   una volta posti come ferrei e inamovibili i  confini sovrastorici  del capitalismo. Facendo appello kantianamente  -  seppur velatamente e con un pizzico di autocritica subitamente affogata – ancora alla formula  Stato o mercato . Con la Globalizzazione il capitalismo a quella scala  attraverso la sua finanziarizzazione non  avrebbe  trovato un adeguato e opportuno “governo mondiale” (Stato) che ne temperasse gli “eccessi” . Governo mondiale a tal punto unica cura per la bisogna. Ma il pessimismo gli sfugge di mano al di là di questa formula del falso dualismo Stato/mercato,  che,  egli deve accorgersi,  lo riporta alle origini del “socialismo utopistico”. Citando Tony Judt,  un “radical” americano,  decisamente a sinistra della  impresentabile “sinistra”   (ormai in senso irrimediabilmente  lombrosiano) a cui si è  a questo punto arreso il mondo politico ufficiale  europeo,   e il suo  libro “ Guasto è il mondo”,  ad Amato non resta che concludere auspicando un ritorno al socialismo del passato  (ottocentesco  e novecentesco) pronto a mondarsi della sua involuzione che lo ha condotto a essere il mero avversario in  un medesimo gioco  da esercitarsi nel club del capitalism for ever.

Vuoi vedere che i volumi della Enciclopedia Italiana (del cui Istituto Amato è al momento Presidente) che fanno da sfondo al DVD  del “”dottor sottile”,  per una sorta di  magico chimismo della cultura, abbiano  imposto all’ex consigliere e braccio destro  di Craxi di mondarsi  a sua volta dei suoi peccati di “riformista “ à la façon de Lelio Basso?

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 273

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