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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 29379 volte 13 febbraio 2013

Finmeccanica, Saipem, Ilva: così la magistratura demolisce gli ultimi campioni dell’economia italiana

Di Redazione  •  Inserito in: Il punto, Primo Piano

 

Summum jus, summa injuria

 

Stiamo ai fatti, come è compito dei giornalisti. I fatti, tralasciando i dettagli più o meno accertati, sono questi: un magistrato di Busto Arsizio ha disposto l’arresto e la detenzione  in carcere del presidente ed amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, e gli arresti domiciliari per l’amministratore delegato di Agusta Westland Bruno Spagnolini. L’accusa è di “corruzione internazionale”, cioè di aver pagato tangenti non ancora ben quantificate,  e di aver così assicurato nel 2010 ad Agusta una commessa di 12 elicotteri da parte del governo indiano, per un valore di mezzo miliardo di dollari. Agli arresti è seguita una raffica di perquisizioni negli uffici delle società e nelle abitazioni private.

“Un provvedimento devastante, perché decapita due delle maggiori aziende del nostro Paese”, ha  commentato il prof. Ennio Amodio, legale di Orsi, il quale a sua volta, quasi incredulo per quanto avveniva, protestava:  “Ho fatto sempre il bene dell’azienda e del Paese”.

Naturalmente appena la notizia si è diffusa, in Borsa il titolo di Finmeccanica è crollato, e la Consob, per evitare speculazioni sciacallesche, ha dovuto vietare per due giorni le vendite allo scoperto. L’India, da parte sua, sta meditando di annullare la commessa, con quale danno per Finmeccanica è facile immaginare.

Siamo in campagna elettorale, ed i commenti dei leader politici non si son fatti certo attendere.  I più realistici sono, non a caso, quelli dei due principali avversari. Bersani infatti, premesso che il governo avrebbe dovuto forse fare qualche mossa prima, si preoccupa anzitutto della continuità gestionale della grande impresa pubblica; dopo bisognerà pensare al rinnovo della “governance” , ed a regole preventive sulla corruzione internazionale, “perché – rileva – poi alla fine tutto questo cosa porta? Che perdiamo lavoro”.

Più esplicito e polemico il commento di Berlusconi, secondo cui l’intervento della magistratura in questo ed in altri casi  si risolve in “un’azione suicida della nostra economia” e “alcune società non riusciranno a vendere più nulla”.

E Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, chiosa: “Ci auguriamo che alla fine di tutte queste vicende giudiziarie Finmeccanica ed Eni rimangano in piedi. Esistono pochi dubbi sul fatto che i loro concorrenti a livello internazionale in questo momento siano molto contenti”.

Ed eccoci così all’Eni, o meglio alla Saipem, uno dei fiori all’occhiello della nostra industria petrolifera pubblica, specializzata nella costruzione di infrastrutture per la ricerca ed il trasporto del greggio, e che vanta primati mondiali, come la posa di oleodotti in mare ad altissima profondità.

L’intero vertice della società (amministratore delegato, direttore generale, ex direttore finanziario) ha dovuto  autosospendersi o dimettersi  perché secondo la Procura milanese i quasi  duecento milioni di dollari pagati dalla società per intermediazioni su commesse per 11 miliardi di dollari ottenute dalla società di Stato algerina Sonatrach nel corso di cinque anni, ed in particolare due contratti per un gasdotto  del valore di 580 milioni di dollari, maschererebbero  un giro di tangenti.

L’indagine investe direttamente anche l’Eni, perché il suo direttore finanziario, Alessandro Bernini, negli anni della sospettata corruzione era direttore finanziario della Saipem, e perché (udite, udite…) il presidente dell’Eni, Paolo Scaroni ha avuto un incontro a Parigi col ministro dell’energia algerino, Khelil, che era accompagnato dal suo stretto collaboratore Bedjaoui, che è il nipote di un ex ministro degli esteri e cui farebbe capo la rete di conti all’estero.

La magistratura, tra l’altro, ha disposto il sequestro di tutta la posta elettronica del presidente dell’Eni di sette altri indagati e di altre 22 persone che non sono indagate. Un provvedimento potenzialmente devastante, perché nella posta elettronica del presidente dell’Eni e dei suoi stretti collaboratori vi sono le notizie riservate o segrete sulla diplomazia internazionale, sulle relazioni istituzionali, sulle politiche commerciali, dell’Eni. E conoscendo, per innumerevoli passate esperienze, con che facilità le notizie riguardanti istruttorie giudiziarie, che dovrebbero essere  segrete, giungano invece immediatamente a certa stampa, e divengano di dominio pubblico, c’è davvero di che temere. Tutti i segreti della politica petrolifera italiana rischiano di esser messi in piazza.

Negli Stati Uniti già hanno drizzato le orecchie, perché gli americani considerano la “corruzione internazionale” (quella fatta da altri, ovviamente…) lesiva degli interessi delle loro società, e tale da giustificare anche loro indagini.

Terzo ed ultimo (per ora) episodio: la vicenda dell’Ilva di Taranto, cioè del più grande impianto siderurgico d’Europa, posto sotto sequestro dalla magistratura a luglio dello scorso anno, con l’accusa di “disastro ambientale”, compresi tutti i prodotti pronti per la vendita, considerati “corpo di reato”. Vale a dire un milione e settecentomila tonnellate di coils e di lamiere, del valore di un miliardo di euro, che ammassate sui piazzali rischiano di arrugginire, mentre per mancanza di forniture da Taranto rischiano di fermarsi anche le altre acciaierie di Genova e di Novi Ligure. In breve: rischia il fermo ed il disastro l’intera siderurgia italiana.

Qui siamo addirittura al braccio di ferro tra governo e parlamento da un lato  e magistratura dall’altro. Lo scorso dicembre infatti il governo aveva emesso un decreto, votato a larga maggioranza dal parlamento, per sbloccare la situazione e consentire la ripresa dell’attività nello stabilimento di Taranto, ma la Procura di quella città, giudicando quel decreto incostituzionale, ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale, che deve ancora decidere.

Ma “il mercato internazionale dell’acciaio non aspetta la Corte Costituzionale”, ha osservato amaramente il ministro dell’ambiente Clini. E se per  i guai giudiziari di Finmeccanica ed Eni si può esser certi, per dirla con Cicchitto, che i loro concorrenti a livello internazionale sono molto contenti, quelli dell’Ilva, cioè i produttori europei ed internazionali di acciaio “brindano a champagne”, come dice Antonio Gozzi, presidente di Federacciai.  Il blocco dell’Ilva regala loro un mercato di cinque milioni di tonnellate di acciaio all’anno (tanto ne produceva lo stabilimento di Taranto), in un momento, oltretutto, in cui  per la perdurante crisi economica, l’offerta superava la domanda.

E intanto a Taranto, mentre  l’Ilva non ha più liquidità neppure per pagare gli stipendi di febbraio, un milione e settecentomila tonnellate di laminati e coils attendono la ruggine sui piazzali.

L’ultima notizia è che “si fa strada” l’idea che la Procura possa dissequestrare questo “corpo di reato” ed affidarne la vendita a uno dei custodi giudiziari nominati dal giudice (custode che, siamo certi, sarà un esperto del mercato internazionale dell’acciaio…). Ma, ecco il punto, l’eventuale ricavato non potrà essere usato né per pagare gli stipendi (servono subito almeno 75 milioni di euro) né per finanziare gli interventi di risanamento ambientale: dovrà essere infatti congelato in un deposito a disposizione dell’autorità giudiziaria, essendo i coils e le laminati “beni soggetti a confisca”.

A Taranto già 2.400 operai degli impianti a freddo sono in cassa integrazione ordinaria. Lo spettro della cassa integrazione si profila per altri 7-8 mila dipendenti. Come è stato già detto, i concorrenti europei aspettano sulla riva del fiume il cadavere dell’Ilva.

Ma a questo punto si impongono alcune considerazioni ed alcune domande. I magistrati, come seminaristi, sembrano vivere fuori dal mondo reale, in un mondo astratto  ed assoluto, ove il Dio è la legge. Dimenticando l’antico ammonimento per cui “summum jus, summa injuria”, cioè l’applicazione talebana del diritto si risolve nella sua negazione.

Né tantomeno paiono conoscere o considerare il mondo reale degli affari internazionali e di quelli col Terzo Mondo in particolare, ove per propiziare la buona riuscita delle trattative non bastano certo caramelle e santini.

In questo ambito la sola regola di giudizio può e deve essere la ragion di Stato. Se una commessa all’estero fa il bene di un’impresa italiana e dell’economia italiana, è masochismo economico passare la trattativa ai raggi X , per controllare che non siano state unte le ruote. E se poi qualcosa di quel grasso è tornato in Italia, a pro di qualche dirigente d’impresa pubblica, lo si “dimissiona” senza tanto clamore, gli si sequestra in silenzio il maltolto, e per “ragion di Stato” si pone su tutta la vicenda un silenzio tombale.

Ma il problema vero forse è uno solo: che da tempo in questa nostra disgraziata Repubblica lo Stato non c’è più. E così ci facciamo male da soli, con magistrati che vanno inflessibili per la loro strada, incuranti  del fatto che le loro iniziative mettano in pericolo decine di migliaia di posti di lavoro, gettino nella disperazione decine di migliaia di famiglie innocenti, e rischino di demolire quel poco che resta della grandi industria italiana, impoverendo ancor più l’Italia, oggettivamente a tutto vantaggio di economie straniere.

“All’autorità giudiziaria non è consentita l’adozione di misure di compromesso, che non trovino fondamento in disposizioni normative, e sono vietate decisioni basate su mere disposizioni di opportunità, anche di tipo sociale ed economico”, ha dichiarato il procuratore capo di Taranto.

Insomma: “fiat justitia, et pereat mundus”. Peccato che a perire in questi casi non sia il mondo, ma solo l’economia italiana.

Giorgio Vitangeli

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