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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 20052 volte 22 febbraio 2013

Finmeccanica e Saipem: attenti alle trame oscure

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana, finanza italiana, Primo Piano

Bisognerà seguire con molta attenzione  e con ancora maggiore sospetto tutto quello che sta accadendo attorno a Finmeccanica ed a Saipem (Eni). E non dimenticare che, per quanto riguarda in particolare Finmeccanica, un rapporto dei nostri servizi segreti ha evidenziato che esistono concreti appetiti sia francesi che tedeschi, riguardo a gioielli come Ansaldo Energia ed Ansaldo Breda.

In realtà Finmeccanica ed Eni, che operano in settori strategici per la nostra economia,  sono due degli ultimi “campioni nazionali” della nostra grande industria, dopo la stagione sciagurata delle privatizzazioni – svendite e delle Opa- scalate che hanno fatto del nostro apparato produttivo terra di conquista.

Finmeccanica è presente con società controllate nell’industria aeronautica, in quella della difesa, nel comparto aerospaziale, nell’industria dell’energia e  in quella dei trasporti, e raggruppa nomi che hanno fatto la storia dell’industria italiana: da Aermacchi a Oto Melara,da Aeritalia a Galileo, da Ansaldo a Breda, tanto per citarne alcuni. E’ presente in circa una cinquantina di Paesi, e dà lavoro a 70 mila persone.

Saipem, del Gruppo Eni, è leader mondiale nel settore dei servizi per l’industria petrolifera, sia onshore che offshore, ed è controllata dall’Eni (42,93% del capitale), di cui è uno dei bracci operativi e dei gioielli tecnologici. Esegue perforazioni per la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi nelle aree più difficili e remote: dall’Africa all’Asia Centrale, dal Sud Est Asiatico alla Siberia. Costruisce piattaforme petrolifere sul mare, posa gasdotti ed oleodotti con sue navi speciali nelle acque più profonde e nelle località più remote. Suoi clienti sono quasi tutti i maggiori gruppi petroliferi mondiali, sia privati che di Stato.  Autentica multinazionale italiana,i suoi 40.000 dipendenti rappresentano più di 110 nazionalità diverse.

Ma perché, dicevamo, bisogna seguire con estrema attenzione e con legittimo sospetto gli eventi clamorosi e le perduranti manovre sotterranee attorno a queste due società? Perché è più che logico sospettare  che sia Finmeccanica che Saipem (e indirettamente l’Eni) oggi siano nel mirino di qualcuno, e che quel che sta accadendo sia anche  funzionale al tentativo di impossessarsene, o comunque possa agevolare quel disegno.

Nello scandalo che ha investito Finmeccanica per le presunte tangenti legate alla commessa di 12 elicotteri all’India, ci può essere una chiave di lettura interna, ed una internazionale. 

Che una indagine che si trascinava da qualche anno sia esplosa clamorosamente proprio alla vigilia delle elezioni politiche, chiamando in causa uno dei partiti potenzialmente determinanti per l’esito elettorale, è una di quelle coincidenze che induce a pensar male. Magari facendo peccato.

Ma questa chiave di lettura tutta interna sarebbe riduttiva, ed in ultima analisi  anche attenuante la pericolosità della vicenda.

Ben più allarmante è una chiave di lettura che chiama in causa interessi esterni all’Italia. Non v’è dubbio infatti che il clamore internazionale suscitato dalla vicenda delle presunte tangenti sulla commessa indiana sia devastante non tanto per l’immagine quanto per l’operatività futura del Gruppo italiano, e per i suoi equilibri economico-finanziari. I Paesi in cui ai grandi appalti internazionali sono legate commissioni che sottendono tangenti costituiscono infatti la regola, non l’eccezione, e non solo nel Terzo Mondo. In tutti quei Paesi  Finmeccanica rischia di venir considerata una controparte che non dà garanzie di riservatezza, e quindi verrà tagliata fuori.

Già questo potrebbe determinare una riduzione del fatturato, uno squilibrio nel bilancio, la necessità ancor più impellente di vendere alcuni “asset”, cioè alcune delle sue società, una riduzione del valore in Borsa, con acquisizioni a prezzi di saldo.

E già Moody’s è pronta a tagliare il “rating” perché, afferma, le indagini giudiziarie “distrarranno il management” e “potrebbero causare una interruzione della gestione operativa”.

In realtà la gestione operativa non ha avuto la minima pausa: un giorno dopo l’arresto del presidente ed amministratore delegato Giuseppe Orsi, il Consiglio di amministrazione di Finmeccanica ha nominato il nuovo amministratore delegato nella persona di Alessandro Pansa, assegnandogli pieni poteri. Una nomina non solo di alto profilo professionale, ma anche nel segno di una continuità gestionale poiché Pansa ha trascorso in Finmeccanica gli ultimi 12 anni della sua attività, fino a raggiungere la posizione di direttore generale. Ma.  guarda caso, appena pochi giorni dopo la nomina ad amministratore delegato è iniziato un tentativo di delegittimazione anche contro di lui, che tendevano a farlo dimettere. Un gesto che avrebbe gettato Finmeccanica in pieno caos.

Visto che il colpo non è riuscito, si comincia a mettere l’accento sulla scarsa generazione di cassa e sul debito elevato della società, aumentato costantemente in questi ultimi anni a seguito di una crescita per linee esterne, culminata con l’acquisizione dell’americana DRS. E Standard&Poor-s che gi’ lo  scorso mese aveva abbassato il rating di Finmeccanica  sottolinea “un significativo profilo di rischio finanziario”. Si comincia ad ipotizzare che la società’, in presenza anche di difficoltà di mercato, accentuate dalla vicenda in diana, possa dover svalutare l’avviamento, con ulteriori conseguenze sul rating.  Uno scenario che potrebbe essere evitato – si suggerisce – solo vendendo alcuni dei gioielli di famiglia. Cominciando da Ansaldo Energia  ed Ansaldo STS, e continuando magari con DRS.

La classe politica italiana in questo momento pensa solo alle elezioni. A lanciare l’allarme resta il segretario generale della Cisl,  Raffaele Bonanni, il quale ammonisce che bisogna salvaguardare le nostre aziende strategiche e che gruppi stranieri  mirano ad espandersi nel nostro Paese approfittando del debole quadro economico e politico.

Da Finmeccanica alla Saipem. Anche la società dell’Eni è stata preventivamente “azzoppata” con una storia di presunte tangenti pagate su appalti ottenuti in Algeria. Ed anche il vertice di Saipem è stato così decapitato, con le dimissioni del Ceo Pietro Franco Tali.  Il nuovo vertice, come quasi sempre accade in questi casi, ha provveduto a riconsiderare redditività e tempi di alcuni contratti,  e conseguentemente i dati del bilancio per il 2012 e le previsioni per il 2013. C’è  stato anche un “ profit warning”  cioè l’annuncio di una flessione dei profitti che, anticipato dalla vendita di un grosso pacchetto di azioni (il 2,3% del capitale)ha portato ad un crollo in Borsa del titolo su cui sta indagando la Consob. La vendita è stata eseguita attraverso la banca d’affari  Bofa Merril Lynch, ed a vendere è stato un investitore istituzionale, a quanto si vocifera il potentissimo fondo americano Blackrock.

Ma al di là di questo episodio singolo, a preoccupare sono gli scenari che cominciano ad essere disegnati per Saipem.

Nelle passate settimane infatti lo stesso amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni (la cui carica, dopo tre mandati, scade tra circa un anno) avrebbe manifestato l’intenzione di allentare i rapporti dell’Eni con la Saipem, di cui controlla il 42,9 % del capitale.

Cosa significa  questa sortita?

A chiarire (o complicare…) ulteriormente lo scenario c’è stato un report di Mediobanca che per attenuare il peso dell’indebitamento della Saipem (4,3 miliardi di euro) suggerisce una ricapitalizzazione da 3 miliardi di euro, cui l’Eni  non dovrebbe  partecipare. In tal modo la quota del cane a sei zampe scenderebbe dal 42,93 a circa il 30%, il che consentirebbe di deconsolidare la Saipem, che uscirebbe quindi  dal bilancio consolidato del Gruppo.

Ma davvero 4,3 miliardi di indebitamento e la previsione di un anno difficile costituiscono un problema così grave,da  suggerire di attenuare, se non proprio di tagliare, i legami tra Saipem ed Eni?

Dai dati di bilancio non si direbbe proprio. Nel 2012 Saipem ha raccolto ordini per 13,4 miliardi di dollari (quasi un miliardo in più rispetto all’anno prima). L’ebit è stato di circa 1,5 miliardi, cioè il 6% in meno di quanto precedentemente annunciato; l’utile netto di circa 900 milioni. A fine anno il suo portafoglio ordini è di circa 20 miliardi. Da novembre 2012 ad oggi ha consuntivato nuovi ordini per  3,2 miliardi di dollari.

Il 2013, è vero, si preannuncia più difficile, ma certo non drammatico. I ricavi previsti sono di 13,5 miliardi, in linea quindi con il 2012; a flettere sensibilmente sarà la redditività, con un ebit di circa 750 milioni ed un utile netto attorno ai 450 milioni.

Il nuovo Ceo, Umberto Vergine, dopo un approfondito esame dell’andamento dei contratti e delle prospettive della società, condotto unitamente al nuovo Coo  della Business unity “Engineering and Costruction”, ha sottolineato che “nonostante il 2013 si avvii ad essere un anno difficile, Saipem rimane una società solida con eccellenti prospettive e grazie ad azioni che stiamo intraprendendo, prevediamo un significativo recupero della redditività nel 2014 e negli anni successivi, confermando Saipem leader del mercato”.

Ma allora che senso ha per un semplice appesantimento finanziario pensare di deconsolidare dall’Eni una società la cui attività è strettamente connessa al  suo“core business”, che è leader mondiale nel suo segmento di mercato, e che deve affrontare solo un breve avvallamento di redditività, con ottime prospettive già dall’anno prossimo?

Alla luce di questi scenari anche l’episodio delle presunte tangenti in Algeria, la conseguente decapitazione del vertice della società, la megaspeculazione sul titolo ed il crollo in Borsa, con il loro perfetto sincronismo, lasciano a dir poco sconcertati.

Una cosa è certa: l’Eni da anni viene sottoposto ad una drastica cura dimagrante, ad un salasso continuo che, se dura, da colosso che era lo ridurrà ai minimi termini.

Lasciamo perdere quelle attività eterogenee che gli imprenditori privati portavano al disastro e che, per ragioni sociali, cioè di occupazione,  la prima Repubblica caricava sulle robuste spalle dell’Ente petrolifero di Stato. C’è stato di tutto: dalle fabbriche di vestiti alle serre per fiori. Dismettere quella attività, dopo averle in qualche modo risanate, era sacrosanto.

Ma già  cedere tutto il settore petrolchimico è stata operazione quanto mai discutibile, come ha sostenuto in un’intervista alla nostra testata Marcello Colitti, che dell’Eni fu una delle “teste pensanti”

L’ingresso dell’Eni nella petrolchimica d’altronde era stata una delle scelte strategiche di Enrico Mattei. Quella della petrolchimica italiana, è vero, è stata poi una vicenda travagliata, piena di errori, di rivalità, di tentativi di accorpamento falliti. Ed è costata molto, anche all’Eni. Ma l’aver azzerato tutto, privando l’Italia di una sua industria chimica primaria, non sembra essere statala soluzione migliore.

Ma, si diceva, l’Eni doveva concentrarsi nel “core business” degli idrocarburi. Giusto, forse. Il fatto è che si è cominciato a scorporare ed a cedere società strettamente connesse all’industria petrolifera. Il Nuovo Pignone, ad esempio, che produceva compressori e turbine per gasdotti ed oleodotti, chioschi  per distributori di carburante, ecc.

Poi, lo scorso anno, in ottemperanza ai “diktat” di Bruxelles, è stata scorporata dall’Eni la Snam, il cui principale azionista è ora la Cassa Depositi e Prestiti, restando all’Eni circa il 20%.

Ora, come abbiamo visto, si parla di deconsolidare la Saipem. Tutto questo ricorda molto la classica “politica del carciofo”: lo si mangia una foglia alla volta.

Giorgio Vitangeli

 

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