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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 11528 volte 11 febbraio 2013

Elifani (CONFAPI): la riforma del lavoro Monti/Fornero ha aggravato la crisi delle PMI

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Economia Italiana

 

Lafinanzasulweb lo ha intervistato sul tema cruciale della riforma del mercato del lavoro. Elifani, com’è naturale ed ovvio, esprime il punto di vista di un imprenditore, il cui riferimento culturale è l’economia di mercato, ed i suoi principi. Ma pur da quest’ottica di parte, egli manifesta, ci sembra, idee e critiche per molti aspetti condivisibili

Cosa pensa della riforma del lavoro introdotta dal governo Monti?

La riforma introdotta dal governo Monti, seppur nata con buone intenzioni, non ha fatto che aggravare una situazione difficile per le imprese: noi imprenditori speravamo in una semplificazione delle normative, in una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, e in una decisa riduzione del costo del lavoro che favorisse la ripresa dell’economia e dell’occupazione. Ma tutto questo non c’è stato.

Le nostre leggi in materia di lavoro sono vecchie, troppe e spesso di difficile interpretazione. Basti pensare che la legge principale in materia di lavoro è “Lo Statuto dei Lavoratori” che risale al 1970 quando l’economia, la politica e il mondo intero erano totalmente differenti. Da allora c’è stata l’emanazione di una infinità di leggi che si sono succedute modificando, abrogando o integrando, parti o intere leggi emanate precedentemente, senza però mai procedere a un riordino dell’intera materia, e rendendo così estremamente difficile operare non solo agli imprenditori, ma anche agli avvocati e ai consulenti specialisti della materia.  

In Italia il mercato del lavoro è troppo rigido sia in entrata che in uscita, e ciò fa da freno alla libertà d’impresa, alla crescita dell’economia e allo sviluppo del Paese. La “riforma Monti/Fornero” ha reso più difficoltoso il ricorso ai pochi strumenti di flessibilità all’ingresso nel mercato del lavoro che funzionavano in Italia: il contratto a tempo determinato e la prestazione di lavoratori con partita IVA, in quanto si pensava che rallentando l’utilizzo di questo tipo di contratti ci sarebbe stato una maggiore adozione del contratto di lavoro “stabile” cioè a tempo indeterminato.  Purtroppo, però, le cose non sono andate così come previsto. Oggi le imprese, a dire il vero, anche a causa della forte crisi economica, che dura ormai da sei anni, continuano a non assumere i lavoratori con il contratto “stabile”, ma non assumono neanche più i lavoratori con i contratti “flessibili”, con la conseguenza evidente dell’aumento della disoccupazione.   

Per quanto riguarda invece la flessibilità in uscita, e quindi la possibilità da parte di un’azienda di ridurre il numero dei collaboratori le proposte apportate, forse anche per motivi di scenario politico, non hanno avuto esiti soddisfacenti. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un altro ostacolo allo sviluppo delle imprese e alla crescita dell’economia. La vita delle imprese è caratterizzata da cicli economici, espansivi e recessivi, dovuti sia a fattori endogeni che esogeni. Se un’impresa in una fase recessiva del suo ciclo di vita non riesce a rimodulare rapidamente la propria forza lavoro alla ridotta produzione aziendale, sarà presto destinata ad accumulare perdite, se non a chiudere definitivamente, perché i costi della manodopera saranno più alti dei ricavi. Quando poi la stessa azienda si troverà nella fase espansiva, sarà molto probabilmente costretta a non investire capitali e non assumere manodopera perché sarà cosciente che gran parte degli utili prodotti saranno destinati a essere riassorbiti, in momenti meno favorevoli, dalle future perdite, e così facendo, quell’azienda avrà rinunciato alle opportunità di crescita che si erano presentate, contribuendo così all’impoverimento del proprio Paese, a tutto vantaggio della concorrenza straniera.  

Inoltre c’è il costo del lavoro: l’Italia è uno dei paesi al mondo con il record negativo del più ampio “cuneo fiscale”, ovvero la differenza tra quanto guadagna un lavoratore e quanto costa quel lavoratore all’azienda. In termini pratici, in Italia a fronte di uno stipendio netto di mille euro al mese, il costo dell’azienda supera i duemila euro al mese.

Se a questi fattori negativi si aggiunge che in Italia il costo dell’energia per le imprese è tra i più alti al mondo e che la burocrazia nazionale rallenta tutti i processi produttivi, è facile comprendere quanto talento, passione, impegno possiedano gli imprenditori italiani che, in alcuni settori dell’export riescono a superare perfino la Germania e a tenere alto il nome del “Made in Italy” nel mondo.

Come ha influito la riforma Monti/Fornero sulla sua azienda?

In termini positivi, sicuramente, nulla. Come accennato anche nella domanda precedente, il dibattito si è concentrato prevalentemente sull’art.18 e quindi sulla questione dei licenziamenti più “facili”, detto in modo semplificativo. Il tema è centrale, ma sarebbe riduttivo occuparsi solo di questo argomento. Al contrario della flessibilità e delle liberalizzazioni auspicate questa riforma ha ulteriormente complicato le attività produttive di molte aziende, inclusa la mia. Quindi oggi mi trovo a dover impiegare ancora più energie per contrastare le difficoltà del mercato. Per fortuna, amo il mio lavoro e ho il giusto entusiasmo per superare gli ostacoli che, volontariamente o involontariamente, la politica mi pone davanti.

Ci si può aspettare un’altra riforma del mercato del lavoro dal prossimo governo e cosa vorrebbe che cambiasse?

In Italia è in corso la campagna elettorale per le elezioni politiche. I rappresentanti di tutti i partiti promettono meno tasse e riforme importanti, tra le quali anche quella del mercato del lavoro che, a detta di tutti, dovrà essere ripresa e migliorata, proprio nei punti cui avevo accennato prima. 

Non c’è dubbio però che il prossimo Governo, qualunque esso sia, dovrà rimettersi al lavoro con serietà e con impegno per cercare di portare questo nostro amato e bel Paese fuori da questa crisi economica, amministrativa e sociale. Oltre alle difficoltà incontrate dalle imprese, ci sono troppi sprechi nella pubblica amministrazione e troppe persone che soffrono e non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese con quello che hanno. Ritengo fondamentale, per cercare di uscire da questo momento di crisi, procedere senza indugi verso riforme che diano maggiore libertà d’impresa e che facilitino la libera concorrenza. Si sente spesso affermare che le PMI sono uno dei motori forti dell’economia italiana, allora teniamole più in considerazione, cerchiamo di dotarle di una cultura internazionale, facilitiamo i loro sbocchi all’estero, creiamo quelle sinergie necessarie affinché reti di imprese possano affrontare con successo i mercati più ricchi come Russia, Cina, India, Brasile, ma anche mercati emergenti, ancora poco battuti, come il Kazakistan o l’Azerbaigian: aree con forte tasso di crescita che apprezzano enormemente il “Made in Italy”.

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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 71 | Commenti: 286

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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