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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 11454 volte 06 marzo 2013

Così dovranno cambiare le banche italiane

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

Intervista a Giancarlo Durante, responsabile della Direzione Sindacale e del Lavoro dell’Abi

 di Filippo Cucuccio

 

Il Rapporto sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria curato dall’Associazione Bancaria Italiana ( ABI )  è ormai giunto alla ventesima edizione, un traguardo importante per una pubblicazione sicuramente prestigiosa e che rappresenta un punto di riferimento indispensabile per chiunque si interessa di politiche retributive e di gestione del personale delle imprese di credito .

In questa occasione è allora sembrato opportuno prima di affrontare la consueta analisi dei contenuti del Rapporto anche in un’ottica internazionale ( che sarà ospitata nei prossimi numeri della Rivista ) offrire ai lettori de La Finanza l’opinione qualificata di Giancarlo Durante, numero 1 della Direzione Sindacale e del Lavoro in ABI,  responsabile del progetto e coordinatore del Rapporto fin dalla sua nascita.

 

Una realtà in rapido mutamento

 

D. Cominciamo Dottore Durante questa nostra conversazione da un primo sguardo complessivo sul 2012 e su ciò che ha rappresentato per il mondo bancario italiano. Ce ne può dire quali sono stati i tratti più significativi ?

R. Il 2012 è stato un anno di svolta non soltanto per le banche italiane ma, più in generale, per le banche europee. I fattori che ne hanno compresso fortemente la redditività, a partire dalla crisi finanziaria, continueranno ad essere presenti per molti anni a venire.

 Il passo del cambiamento si è venuto accelerando, e ciò è evidente se si esamina il mutamento intervenuto nelle banche europee ad ogni livello, a cominciare dagli aspetti organizzativi. Cambiamenti profondi riguardano, ad esempio, le aree di business, che vengono ridotte, accorpate o eliminate, sia nelle strutture produttive che in quelle distributive.

Ai cambiamenti organizzativi si accompagnano mutamenti verso il basso dei livelli di occupazione e di retribuzione, sia in termini di struttura che di dinamica. In questo scenario cambiano anche, in prospettiva, le caratteristiche dei dipendenti, come confermano le comunicazioni delle principali banche europee alla comunità finanziaria, nelle interviste che ABI ha condotto direttamente con i responsabili delle risorse umane ai fini della redazione del quadro comparativo internazionale per il Rapporto ABI di quest’anno .

D. E,allora, dopo questo primo quadro generale si può  passare subito a uno dei punti dolenti che ricorre da sempre nell’analisi dell’ABI, cioè la minore redditività delle banche italiane e parallelamente la minore competitività rispetto ai partners stranieri. Un fenomeno confermato anche recentemente ?

 

La minore redditività delle banche italiane

 

R. Le banche italiane si caratterizzano ormai tradizionalmente per una struttura di costo particolarmente onerosa: la contrazione della crescita economica, il basso livello dei tassi di interesse a breve termine, le tensioni sul costo della raccolta, il peggioramento della qualità del credito, rappresentano tutti un insieme di fattori che contribuisce a mettere pressione sui ricavi – in forte contrazione – e, in ultima analisi, sulla redditività.

Tutto ciò a vantaggio di intermediari caratterizzati da modelli di business più orientati verso le attività finanziarie in senso stretto. Emerge così che il costo del lavoro unitario per le Regional banks italiane (intermediari finanziari che operano prevalentemente nell’ambito dei confini nazionali), pari a 77.500 euro, risulta secondo solo a quello delle banche tedesche e nettamente più elevato rispetto alla media europea (55.000) .

D Ci può brevemente fornire qualche altro dato in merito a questo svantaggio competitivo per le banche italiane ?

R Rispondo facendo un rapido accenno ad alcuni indicatori. In Italia il rapporto tra costo del lavoro e margine di intermediazione supera di 9 punti percentuali la media UE (42% contro 33%): nel confronto con i 5 principali mercati europei, i gruppi bancari italiani sono i più penalizzati in termini di percentuale di ricavi assorbita dal costo del lavoro.

 Per quanto riguarda il rapporto tra costi operativi e margine di intermediazione, i gruppi italiani, nonostante l’opera di razionalizzazione dei costi che ha permesso di migliorare il livello medio di efficienza aziendale, presentano nel 2011 un valore dell’indice (68%), di circa 3 punti percentuali superiore alla media europea, e restano comunque ancora molto lontani dai principali concorrenti, in particolar modo spagnoli e inglesi.

Recupero di redditività e lavoro sono , in definitiva , le costanti cui bisogna tenere conto in uno scenario che richiede un nuovo modo di fare banca.

 

Meno dipendenti e più qualificati

 

D. Alla luce di quanto appena affermato dottor Durante lei ha detto e ripetuto che si impone ormai una logica di cambiamento. Giusto. Ma come andrà orientato questo cambiamento ?

R. Considerato che si è in presenza di fattori esogeni di cambiamento, ritengo che l’unica risposta economica che le banche possano dare è quella di adeguare l’operatività al nuovo quadro, riducendo i costi d’impresa, e aumentandone il grado di flessibilità rispetto ai volumi di attività . Lo strumento principale per tale adeguamento è, come ho già detto, il cambiamento organizzativo, in linea con le decisioni dei sistemi bancari europei.

L’aggiustamento più forte, più evidente, e socialmente più difficile è sicuramente quello che riguarda il numero dei dipendenti. Esso interessa praticamente tutte le banche europee, e le poche in cui non è particolarmente evidente sono quelle (le grandi banche inglesi e spagnole) che lo hanno già realizzato in passato, riducendo anno dopo anno di qualche punto percentuale il numero dei dipendenti .

D. E certamente il cambiamento prefigurato  avrà conseguenze non secondarie  sulle caratteristiche dei dipendenti?

R. Su questo punto non c’è alcun dubbio. Aumenterà infatti il fabbisogno di personale qualificato, e sarà imprescindibile un elevato grado di mobilità all’interno dell’organizzazione, per rendere adeguati  i cambiamenti tecnologici nei modelli distributivi. Cambieranno anche le caratteristiche della retribuzione, specie per quanto riguarda la riduzione o la eliminazione di aumenti automatici legati all’inflazione, come già accade in numerosi Paesi europei.

D. Voltiamo decisamente pagina e soffermiamoci su un tema caldo di questa fase congiunturale del Paese: la riforma del sistema pensionistico.  Quali ricadute sulle banche è legittimo attendersi da questa riforma?

 

Le ricadute sulle banche della riforma pensionistica

 

R. Si tratta di un argomento assai complesso e dalle molteplici sfaccettature . Sarò quindi costretto a procedere per punti di sintesi .

Le banche italiane devono gestire gli addetti in eccedenza – con una vita media lavorativa che si è nel frattempo allungata per effetto della riforma delle pensioni – le cui competenze e professionalità non risultano in alcuni casi coerenti con un modo diverso di fare banca.

 Il personale, anche per effetto della contrattazione aziendale, risulta peraltro addensato nei livelli di  inquadramento  più elevati. Si registra poi una marcata problematicità sui temi della riconversione e della riqualificazione professionale, che sono divenuti, invece, ormai imprescindibili. Le nuove esigenze organizzative e produttive non sono compatibili con la stabilità dei posti di lavoro e la scarsa fungibilità delle risorse umane.

Le imprese, a fronte di nuove e imprescindibili necessità di riorganizzazione, e in assenza di un contesto normativo compiutamente definito e capace di fornire soluzioni economicamente sostenibili, saranno probabilmente costrette a individuare soluzioni in linea con le disposizioni di legge e contrattuali vigenti in tema di licenziamenti collettivi e ad adottare sistemi di solidarietà difensiva.

E, ancora, non si possono sottacere le forti criticità legate alla progressiva insostenibilità degli oneri del Fondo esuberi; su questa situazione si innesta la nota questione dei c.d. “esodati” o salvaguardati.

Infine, gli aumenti tabellari derivanti dal rinnovo contrattuale del gennaio 2012 “andranno a regime” dal luglio 2014 e da quel momento non saranno più compensati da “recuperi”, previsti invece nel periodo temporale di vigenza del contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). Imprescindibile sarà , pertanto , la ricerca di nuovi equilibri tra livello dei salari e occupazione sostenibile.

 

L’accordo sulla produttività

 

D. Una situazione veramente complessa nella quale si inserisce il tema dell’Accordo sulla produttività .

R. Mi sia consentito di svolgere alcune considerazioni preliminari. La recente riforma del mercato del lavoro non contiene, come ABI ha rilevato in tutte le sedi istituzionali, misure sufficienti per la flessibilità all’ingresso dei lavoratori e non agevola i meccanismi di uscita, non essendo state accolte numerose istanze dell’ABI, sia con riguardo all’apprendistato, sia alle procedure per i licenziamenti collettivi, sia alla solidarietà generazionale.

In sostanza, le aziende non hanno trovato nella riforma le risposte che attendevano per far fronte alle loro esigenze. Appare a questo punto crescente il ricorso alla contrattazione di secondo livello in sede aziendale o di gruppo, per adeguare le discipline collettive alle reali necessità delle imprese. Non più, dunque, il riferimento alla tradizionale contrattazione integrativa aziendale, quanto piuttosto a una regolamentazione anche derogatoria o sostitutiva rispetto a quella prevista dal contratto nazionale: ciò richiede un sempre più alto livello di qualità nelle relazioni industriali.

D. Tutto ciò premesso veniamo allora al tema dell’Accordo sulla produttività .

R. Nel contesto che ho appena sinteticamente delineato si inserisce l’Accordo in tema di “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia” che le Parti sociali, tra cui ABI, hanno formalizzato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 novembre scorso. Un contributo significativo per uscire dalla crisi e riavviare un processo di sviluppo e di crescita del nostro Paese. Unico elemento di criticità, del quale è doveroso dar conto, è la mancata sottoscrizione dell’Accordo da parte della CGIL, a fronte del giudizio positivo del Governo. 

L’importanza del tema produttività scaturisce da un’attenta e condivisa disamina della situazione economica del Paese che è stata caratterizzata, negli ultimi anni,  come ho già detto, da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto e da una crescente perdita di competitività a favore di altri Paesi. Muovendo da tale impostazione, l’Intesa definisce i principi e i criteri cui deve uniformarsi il sistema di relazioni industriali e della contrattazione collettiva, che va orientata nel senso della “regolarizzazione dei rapporti di lavoro, dell’emersione del sommerso, della produzione del valore aggiunto che possa essere distribuito tra i fattori che hanno contribuito a determinarlo”: tra questi, particolare rilievo rivestono i temi della rappresentanza, della partecipazione dei lavoratori nell’impresa, della bilateralità, della formazione.

Mi piace ricordare che il tema della c.d. “solidarietà espansiva” ha già formato oggetto di espressa previsione nell’ambito dell’Accordo 8 luglio 2011 sul Fondo di solidarietà di settore (recepito in via provvisoria con DM 3 agosto 2012), sebbene la sua attuazione pratica non sia ancora possibile non avendo ad oggi trovato soluzione il nodo relativo alla possibilità per le aziende di versare la contribuzione correlata a favore dei lavoratori che riducano l’orario di lavoro.

In conclusione, l’Intesa sulla produttività in larga misura conferma e rafforza la posizione che l’Associazione ha adottato con l’Accordo del 19 gennaio 2012, di rinnovo del CCNL, sia con riguardo alla definizione di politiche salariali sostenibili, sia con riferimento al recupero della redditività delle aziende e al sostegno dell’occupazione, con particolare attenzione a quella giovanile.

D. E infine, dottor Durante, per concludere questa conversazione una battuta su cosa attendersi in questo scenario di cambiamento  per il prossimo futuro .

R. Per gestire questa delicata fase di cambiamento le banche hanno a loro disposizione un’ampia strumentazione contenuta nell’Accordo quadro di settore sugli assetti contrattuali, nei contratti collettivi nazionali del credito, per i quadri direttivi e le aree professionali e per i dirigenti, rinnovati nel 2012, e nell’Accordo sulla produttività: per sfruttarne al meglio tutte le potenzialità, gli addetti ai lavori – sia dal lato aziendale, sia da quello sindacale – saranno chiamati a mettere in campo un più alto livello di qualità delle relazioni industriali, che richiede ancor più affinate competenze specifiche e professionalità.

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