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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 31217 volte 11 novembre 2013

CORREGGERE L’EUROPA O USCIRE DALL’EURO

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Europa, Planisfero, Primo Piano

di Roberto Melchiorre

“Uno Stato non si può dire ricco e felice che in un solo caso, allorché ogni cittadino con un lavoro discreto d’alcune ore può comodamente supplire ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia”.

Una frase come questa può sembrare il programma, abbastanza utopistico, di un partito socialdemocratico degli anni Cinquanta o Sessanta del Novecento, di quelli del “boom” economico e del più intenso sviluppo nella recente storia del mondo occidentale.

Se fosse stato scritto oggi, assomiglierebbe più ad una beffa crudele, uno schiaffo ai milioni di disoccupati, giovani e anziani, un’incitazione al suicidio di massa per quelle famiglie che si sforzano di sopravvivere con il loro reddito inferiore ai 1.400,00 euro mensili, che costituiscono la maggior parte della popolazione italiana.

Sembra incredibile, ma essa è stata scritta circa il 1780 da Gaetano Filangieri, nell’Introduzione alla sua Scienza della Legislazione.

L’averla pensata e scritta non significa, naturalmente, che già in quel periodo corrispondesse alla comune condizione del popolo.

Sicuramente, però, vuol dire che era una situazione non solo ipotizzabile ma ritenuta realizzabile in un futuro non troppo lontano.

Molta acqua è passata sotto i ponti della Storia da quegli anni a oggi.

La sensibilità per i problemi sociali è cresciuta dopo la rivoluzione francese, la nascita dei socialismi, l’organizzazione dei sindacati, la dottrina sociale della chiesa cattolica.

Il prodotto globale e quello capitario sono enormemente cresciuti in seguito alla rivoluzione industriale e al continuo progresso della scienza e della tecnica.

La capacità produttiva mondiale è aumentata molti milioni di volte, anche rispetto alla più numerosa popolazione.

La scienza dell’economia e la storia economica offrono numerosi modelli ed esempi per affrontare le crisi più varie.

Perché, allora, l’attuale crisi, soprattutto in Italia e nella maggior parte dell’Unione Europea, perdura da tanti anni e, nonostante il governo italiano e le autorità comunitarie lo neghino, gli stati membri della Comunità europea, eccezion fatta per la Germania, continuano a recedere? Aumenta, infatti, la disoccupazione, cresce la povertà, diminuisce il reddito disponibile delle famiglie, le imprese chiudono o si trasferiscono altrove, la produzione crolla, il welfare si riduce, la ricchezza si accumula sempre più nelle mani di pochi individui? Perché la gente è sempre più disperata? Perché nessuno riesce a imboccare la strada giusta che inverta la rotta?

La risposta è complessa, perché richiede una giusta diagnosi, una terapia appropriata, la predisposizione degli strumenti adatti alla cura, ove questi manchino o siano carenti, la ricerca del pubblico bene, l’anteposizione del bene comune a quello individuale.

A proposito della diagnosi, esaminiamo se nella situazione attuale manchi qualche presupposto perché la produzione cresca; in altre parole, quale sia o quali siano i c.d. “fattori della produzione” carenti. Mancano forse le risorse naturali? Non c’è offerta di lavoro? L’organizzazione imprenditoriale è inadeguata? Il capitale si è dissolto?

Nulla di tutto questo.

Per quanto riguarda le risorse naturali (terra, fonti energetiche, acqua, aria pulita, materie prime), la larga disponibilità di fonti energetiche dovuta alla recente scoperta d’immensi giacimenti petroliferi e di gas naturali ci consente il lusso di accantonare una fonte importantissima, quella nucleare, che incute atavico terrore, ma che molti ritengono meno pericolosa, meno inquinante e più efficace di tante altre, e di sostituire largamente le fonti tradizionali con quelle rinnovabili, molto più difficili da sfruttare.

Quelle adesso più facilmente usufruibili (petrolio, gas, forza di gravità) sono in grado di fornire anche i mezzi per sovvenire all’eventuale mancanza degli altri beni naturali: ad esempio permette di dissodare e di spianare terreni, di dissalare l’acqua marina, di disinquinare l’atmosfera, l’acqua e il suolo, di scavare sotto le montagne per estrarne minerali utili….

Per quanto riguarda l’offerta di lavoro, essa certo non manca in una situazione di disoccupazione a due cifre, qual è quella attuale.

Riguardo all’organizzazione aziendale, numerosi sono i validi imprenditori che hanno chiuso le aziende per motivi diversi dalla loro volontà o dalla loro capacità.

Del capitale trattiamo in ultimo, non perché esso sia carente, ma perché nell’uso distorto che se ne fa risiede proprio il fulcro delle questione, la causa principale della crisi.

I capitali direttamente utilizzabili per incrementare la produzione, quelli accumulati con il possesso della moneta, possono essere utilizzati o per la produzione, o per la speculazione o per la tesaurizzazione.

Se la produzione non è redditizia (es.: a causa di una tassazione e/o di un costo del lavoro troppo elevato), si sceglie la speculazione (uso del denaro per guadagnarne una somma maggiore). Sono forme di speculazione le scommesse, le lotterie, il gioco di borsa, il prestito a interesse, il cambio di valuta, tutte attività che non producono alcun bene, ma che si risolvono nella sottrazione di denaro dalle tasche di tanti sprovveduti scommettitori per consegnarlo nelle mani di uno o pochi individui, che creano le regole  o che conoscono meglio il gioco e ne approfittano a loro vantaggio.

Se anche la speculazione non è conveniente (perché vietata, tartassata, confiscata), si ricorre alla tesaurizzazione. 

Con il termine tesaurizzazione in economia s’indica sia la sterile accumulazione di moneta e di metalli preziosi da parte dei privati, sia l’aumento delle riserve bancarie, sia la costituzione di riserve per emergenze da parte degli Stati. Rientra nella nozione di tesaurizzazione anche il rallentamento della velocità di circolazione della moneta.

Essa è tanto più accentuata quanto è più alta la paura dello stato rapinatore o delle banche ingorde.

In realtà, nell’attuale situazione italiana e in quella europea in genere, non manca nessuno degli strumenti materiali necessari per aumentare la produzione e per innescare la ripresa economica. Al contrario, gran parte di quelli esistenti (fonti energetiche, forza lavoro, imprese e imprenditori, capitali) è lasciata da parte, inutilizzata o avvizzita.

Da dove cominciare per sbloccare il giocattolo?

L’occupazione non può aumentare perché il lavoro è troppo costoso per il cuneo fiscale.

La speculazione non demorde perché la legge non solo la consente, ma addirittura la favorisce per assicurare la vendita dei titoli del debito pubblico, sempre elevato a causa di una dissennata e irraggiungibile spesa pubblica.

La tendenza alla tesaurizzazione non si attenua infiammata da un crescente terrore fiscale, imposto da uno stato sempre più spendaccione e necessariamente sempre più autoritario.

La velocità di circolazione della moneta a sua volta diminuisce perché i consumatori sono tartassati, hanno paura del domani, e anche se possiedono risparmi, li nascondono nel materasso, sotto il mattone o all’estero.

Lo stato a sua volta con i suoi divieti, le sue imposizioni e i suoi aguzzini (divieto dell’uso del contante, obbligo della tracciabilità, redditometro, delazione fiscale, sanzioni draconiane, Equitalia, sequestri cautelari, pignoramenti) non fa altro che alimentare il terrore e spingere alla tesaurizzazione o alla fuga all’estero.

In definitiva, diminuisce sempre più il capitale disponibile per la produzione, che è assorbito dalla speculazione e dalla tesaurizzazione.

La via giusta in Europa sembra averla sussurrata solo Draghi, che ha fatto tutto quanto in suo potere riducendo più volte e fino al limite estremo i tassi d’interesse della BCE e mettendo a disposizione dei sistemi bancari nazionali quanta maggiore liquidità è possibile.

Senonché, a questo punto finisce il suo compito e subentra quello dei politici, dell’Europa e degli Stati nazionali, i quali tardano a disciplinare il settore secondo le attuali esigenze.

I soldi prestati dalla BCE alle banche nazionali finiscono  per alimentare ancora la speculazione, in quanto per le banche nazionali è più conveniente investirli in acquisti dei titoli del debito pubblico invece che finanziare le imprese nuove o quelle esistenti che vorrebbero espandersi.

Purtroppo la normativa attuale non prevede limiti efficaci all’espandersi della speculazione, né sui mercati nazionali, né su quelli esteri.

La distinzione tra banche d’affari e banche commerciali non è netta.

La Tobin Tax è fermamente ostacolata; la responsabilità dei banchieri che perdono avventatamente i  soldi altrui in ardite speculazioni non garantisce ai risparmiatori adeguati risarcimenti.

Se la diagnosi fatta è giusta, la terapia è consequenziale.

Occorre creare o ripristinare gli strumenti giuridici che rendono più vantaggioso indirizzare gli investimenti dalla speculazione alla produzione, i risparmi dalla tesaurizzazione al consumo.

Occorre pertanto l’introduzione della Tobin Tax, la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, ridurre le tasse sul lavoro, sulle imprese, sui consumi, sulla casa; aumentare le retribuzioni dei pubblici dipendenti, gli assegni dei pensionati, le indennità di disoccupazione; pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese.

Per fare tutto questo occorre trovare i soldi, senza aumentare le tasse.

Ma all’Europa e all’Italia glielo ha ordinato il medico di fare debiti a tassi elevati invece che aumentare la moneta in circolazione a tasso zero fino a coprire le esigenze per i innescare gli investimenti e i consumi necessari?

Niente paura: stampare la moneta necessaria per rilanciare l’economia, aumentare le retribuzioni, le pensioni, le indennità di disoccupazione, pagare i crediti delle imprese, abbassare il debito pubblico, alleggerire le imposte, riprendere i lavori pubblici.

Dopo questo forte impulso agli investimenti e al consumo, per paura dell’inflazione rientreranno in circolazione per la produzione e il consumo anche i capitali che avevano preferito la speculazione e la tesaurizzazione. L’inflazione non salirà finché tutti i fattori della produzione non saranno nuovamente impiegati. Allora il PIL sarà aumentato, saranno cresciute le entrate fiscali contestualmente all’abbassamento della pressione fiscale, sarà diminuito il debito pubblico per interessi e se l’inflazione sarà leggermente salita, tanto di guadagnato per la svalutazione del debito primario dello stato e per i debiti contratti dai cittadini per stipulare mutui.

Una volta aumentato il PIL, i singoli Stati o l’Europa potranno ritirare dalla circolazione la moneta eventualmente ancora esorbitante.

Ma vedrete che non sarà necessario. 

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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 284

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