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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 15248 volte 28 novembre 2013

Caos Italia: uno sguardo sui meccanismi elettoali più complicati d’Europa

Di Redazione  •  Inserito in: Ricerche e Studi

di Roberto Melchiorre

 

Alessandro Manzoni, nell’ode Marzo 1821, auspicava che l’Italia potesse divenire, una volta liberata dal dominio straniero,

“Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”.

 

A distanza di oltre centocinquanta anni dalla proclamazione del regno d’Italia, l’unità materiale e spirituale vaticinata dal poeta appare lontana più che mai.

Troppo vasto sarebbe il problema se si volesse affrontarlo da ogni punto di vista (storico, culturale, ideologico, etnico …) e sicuramente insufficiente lo spazio ammesso per un singolo articolo.

Si possono prendere le mosse, però, da un tema di grande attualità e di capitale importanza, quello del sistema elettorale e della rappresentanza parlamentare, che è un ottimo indicatore del grado di democraticità di un popolo, vale a dire proprio della sua unità e compattezza materiale e spirituale.

Lo affrontiamo in questa rivista di natura finanziaria perché la validità del sistema elettorale è uno dei presupposti (non il solo) per affrontare con la necessaria autorità e coerenza e con qualche probabilità di successo i nodi finanziari ed economici che ostacolano la risoluzione dell’attuale crisi italiana.

Vale la pena, quindi, di considerarlo, e non solo dal punto di vista del territorio, prendendo cioè in esame le diverse leggi per le elezioni statali, regionali, provinciali e comunali, ma, almeno riguardo a quelle statali, anche dal punto di vista temporale, di successione delle principali norme, senza la necessità di risalire prima del 1946, anno di fondazione della repubblica.

Le connessioni tra processo decisionale e benessere finanziario ed economico appaiono evidenti ove si raffrontino le spese di una famiglia abbastanza numerosa decise da uno o da entrambi i genitori in perfetto accordo, con quelle di un’altra famiglia, altrettanto numerosa, ove le decisioni assunte dal padre siano stravolte prima dalla madre, poi da ciascun figlio, senza alcun coordinamento.

La prima famiglia si potrebbe permettere, ad esempio, una vacanza di un mese sulle Dolomiti o una crociera nel Mediterraneo, mentre i membri della seconda famiglia, divisi in molteplici iniziative individuali, spenderebbero molto di più e con risultati certamente più deludenti.

Ben più tragica di quest’ultima è l’attuale situazione dello stato italiano, le cui decisioni più importanti, costituite dalle leggi ordinarie (volendo limitare a queste il discorso), nascono casualmente, caoticamente o ciecamente, regolate come sono da una normativa costituzionale e ordinaria assolutamente folle.

Il nostro ordinamento costituzionale, infatti, distingue nell’iter di formazione della legge tre fasi principali, una dell’iniziativa, una deliberativa e una terza integrativa dell’efficacia, talmente complicate, da disorientare qualunque persona dotata di normale razionalità.

L’iniziativa, che per logica dovrebbe spettare al governo, oltre che a esso spetta a ciascuno dei quasi mille parlamentari, a cinquantamila elettori firmatari di una proposta unitaria, ai consigli regionali, al consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL).

La fase deliberativa consta a sua volta di una sede referente, nella quale una commissione specializzata ha il compito di redigere il progetto di legge sul quale decideranno poi le due assemblee di camera e senato, una sede legislativa, nella quale la commissione  approva il progetto di legge, che viene rimesso alle assemblee solo dietro specifica richiesta, una sede redigente, in cui la commissione decide un testo, che sarà votato dalle assemblee nella sua interezza.

All’attività delle commissioni seguono, ove previste, le votazioni delle due camere (dei deputati e dei senatori), che votano articolo per articolo e quindi sull’intero progetto di legge, tante volte quante occorrono per definire un testo identico.

Segue la fase integrativa dell’efficacia, che consta a sua volta della promulgazione e della pubblicazione. Il presidente della repubblica cui spetta la promulgazione può negarla (una sola volta) con veto sospensivo, che può essere superato da una seconda approvazione da parte delle camere.

Questo percorso ordinario può essere complicato, seguendo le formalità previste, dalla richiesta di referendum, perché la legge sia abrogata, o con ricorso alla corte costituzionale, perché la legge sia dichiarata contraria alla costituzione e, quindi, invalidata.

Diniego della promulgazione da parte del presidente della repubblica, richiesta di referendum da parte dei partiti di opposizione e ricorso alla corte costituzionale sono fasi straordinarie, ma utilizzate con maggiore frequenza nei tempi più recenti, nei quali la lotta politica si è fatta particolarmente aspra.

Questo iter parlamentare, così farraginoso, è di per sé ostacolo al formarsi di una volontà univoca, chiara ed efficace, vale a dire di una politica che abbia qualche probabilità di procurare il bene pubblico.

Il quadro generale diviene ancora più fosco se si considera il procedimento di selezione dei creatori delle leggi, i Legislatori appunto. Si tratta della legge elettorale, o meglio del groviglio di leggi elettorali, quelle che si sono susseguite nel tempo e quelle che convivono, per lo più in contrasto, nei vari spazi territoriali: stato, regione, provincia, comune.

Cominciando dalle leggi che riguardano le elezioni politiche (del Senato e della Camera dei Deputati), si sono susseguite, dal 1946 a oggi, in ordine cronologico:

1)      La legge elettorale del 1946 (L. 23 febbraio 1946), in vigore dal 1946 al 1993: concepita per gestire le elezioni dell’assemblea costituente, fu recepita come legge elettorale per la camera dei deputati con legge n. 6 del 20 gennaio 1948 e conteneva una formula totalmente proporzionale; questa fu alterata dalla legge n. 148 del 1953, fatta approvare dal governo De Gasperi, che tentò di introdurre un premio di maggioranza per la coalizione che avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei consensi; tale legge, bollata dalle opposizioni di sinistra come legge truffa, non produsse mai effetti perché nessun partito raggiunse più la maggioranza assoluta dei voti; il premio fu abolito ancor prima della risistemazione dell’intera materia operata col T.U. n. 361 del 1957; per quanto riguarda il senato della repubblica, i criteri di elezione, stabiliti con l. n. 29 del 6 febbraio  1948, conteneva rispetto ai criteri della camera alcuni piccoli correttivi in senso maggioritario, ma si mantenne anch’essa in un quadro larghissimamente proporzionale; anche questa legge trovò la sua sistemazione nel T.U. del 1957. Rimasto in vigore per quasi un cinquantennio, il sistema elettorale proporzionale puro fu oggetto sempre di pesanti critiche in quanto causa di parcellizzazione  dei partiti e di instabilità governativa, finché fu abolito con referendum del 18 aprile 1993 (ammesso dalla corte costituzionale con sentenza n. 47 del 1991 e con sentenza n. 32 del 1993 solo sulle norme che abolivano il voto di preferenza e mantenevano applicativa la norma di risulta).

2)      La legge Mattarella, detta Mattarellum (L. 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277), in vigore dal 1993 al 2005; in seguito al referendum del 1993, favorevole all’introduzione del sistema maggioritario, le leggi n. 276 e 277 del 1993 introdussero in Italia per l’elezione del senato e della camera dei deputati un sistema elettorale misto. Per il senato prevedeva il maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari unito per il rimanente 25% dei seggi assegnati al recupero proporzionale dei più votati non eletti attraverso un meccanismo di calcolo denominato “scorporo”; per la camera unito al proporzionale con liste bloccate e sbarramento del 4%; riassumendo: quota maggioritaria di camera e senato, quota proporzionale alla camera, recupero proporzionale al senato. Un vero e proprio rompicapo.

3)      La legge Calderoli del 21 dicembre 2005 n. 270, in vigore ancora oggi, formulata nella sua versione originaria dal ministro Calderoli, è uscita stravolta in seguito alle numerose modifiche introdotte durante il tormentato suo iter parlamentare, tanto che  è stata definita dallo stesso promotore come una porcata. Si tratta di un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza, che non dà la possibilità di indicare le preferenze. Alla camera i seggi sono assegnati alle liste o alle coalizioni mediante una distribuzione proporzionale a livello nazionale. Alla lista o coalizione che ottiene più voti spettano un minimo di 340 seggi (pari al 54% della camera). I seggi restanti sono distribuiti proporzionalmente alle altre liste o coalizioni. Sono previste soglie di sbarramento con possibilità di ripescaggio. Al senato la distribuzione dei seggi alle liste o alle coalizioni avviene a livello regionale.  Il sistema elettorale del senato si configura come una vera e propria lotteria e non assicura che la maggioranza dei seggi vada alla coalizione che ha vinto le elezioni alla camera. La corte costituzionale ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità delle norme di questa legge elettorale concernenti l’attribuzione del premio di maggioranza e l’esclusione del voto di preferenza.

Uno sguardo alle diverse leggi che regolano la rappresentanza dei cittadini nei diversi ambiti territoriali nei quali la repubblica si divide (Regioni speciali e ordinarie, province, comuni) consentirà di costatare che neppure in questi mancano l’estro e la fantasia, a tutto discapito della coerenza e dell’efficacia, con enorme dispendio di energie e risorse.          

Le elezioni comunali e provinciali sono regolate fondamentalmente dalla legge n. 81/93, che ha stabilito l’elezione diretta del sindaco e del presidente del consiglio provinciale.

Nei comuni fino a 15.000 abitanti l’elezione dei consiglieri comunali si compie con il sistema maggioritario contestualmente all’elezione del sindaco. Ciascuna candidatura alla carica di sindaco è collegata a una lista di consiglieri comunali. A ciascuna lista sono attribuiti tanti voti quanti sono quelli ottenuti dal candidato sindaco a essa collegato. Alla lista collegata alla carica di sindaco che ha riportato il maggior numero di voti sono attribuiti 2/3 dei seggi assegnati al consiglio. I restanti seggi sono ripartiti proporzionalmente fra le altre liste.

Nei comuni con più di 15.000 abitanti si applica il sistema proporzionale, ma è previsto il premio di maggioranza (60% dei seggi) per la lista vincente collegata al candidato sindaco che abbia raggiunto al primo o al secondo turno la maggioranza assoluta dei voti.

 L’elezione dei consiglieri provinciali è effettuata sulla base di collegi uninominali.

 Le elezioni regionali sono regolate sostanzialmente dalla legge Tatarella,  (Legge n°43 del 23 febbraio 1995) concepita per regolare il sistema elettorale delle Regioni italiane a statuto ordinario, ed in seguito recepita anche da tre Regioni autonome. Prende il nome dal suo primo firmatario, il deputato di Alleanza Nazionale Pinuccio Tatarella, e fu ideata per imprimere una svolta in senso maggioritario e presidenziale al sistema di governo regionale in Italia. Integrata da successive revisioni costituzionali, prevede l’elezione diretta e congiunta del Presidente della Regione e del Consiglio Regionale. Strutturata su un turno unico di votazioni, pone in essere un sistema elettorale misto che attribuisce l’80% dei seggi consiliari con un meccanismo proporzionale con voto di preferenza, e il 20% con un metodo maggioritario plurinominale.

Allo stato attuale i sistemi in vigore in Italia sono differenti per ogni tipo di elezione. Abbiamo un sistema maggioritario a turno unico per l’elezione a sindaco e del consiglio comunale nei paesi fino a 15.000 abitanti, un sistema maggioritario a doppio turno per l’elezione a sindaco nei paesi con più di 15.000 abitanti, con premio di maggioranza al secondo turno nell’elezione del consiglio comunale e possibilità di voto disgiunto, analogo sistema nella provincia ma senza voto disgiunto, ancora analogo per le elezioni regionali, sistema misto per la camera dei deputati e del senato, con sostanziali differenze fra i due, per non parlare del sistema proporzionale nelle elezioni circoscrizionali e del sistema proporzionale con voto di preferenza per il parlamento europeo.

Questo rapido sguardo è sufficiente per comprendere come i sistemi vigenti, quasi tutti nati dopo il referendum del 18 aprile 1993 dalla costatazione della impossibilità per  quelli esclusivamente proporzionali di assicurare la stabilità del governo e l’efficacia delle sue decisioni, non abbiano raggiunto nessuno dei risultati perseguiti, nonostante l’introduzione di criteri più o meno maggioritari, di premi di maggioranza, di doppi turni, di soglie di esclusione, di liste bloccate e di liste collegate.

La governabilità è minata dalla possibilità di tradire in qualsiasi momento le proprie coalizioni elettorali, dalla tentazione di frantumare i grandi partiti usciti dalle elezioni in piccoli gruppi parlamentari per ottenere maggiori finanziamenti, dall’uso politico dei senatori a vita da parte dei presidenti della repubblica, dalle maggioranze diverse, se non opposte, che i diversi sistemi elettorali (Camera, Senato, Regioni, Province, Comuni, per non parlare dell’Europa e delle circoscrizioni comunali) producono nei centri decisionali situati a diversi livelli, dalla possibilità di dare voti disgiunti, dal sopravvento dell’ordine giudiziario sul potere legislativo e su quello esecutivo.

Nei due momenti cruciali (il 1946 e il 1993) che nella storia della Repubblica Italiana si sono verificate le condizioni per la creazione di un sistema elettorale valido, sono mancati Legislatori all’altezza di questo nome. Il caos ha avuto il sopravvento entrambe le volte e nel caos siamo entrati, fragili cristalli in mezzo ai sassi, in un’Europa, già da parte sua inadeguata ad affrontare la crisi economica mondiale.

La mancanza di una sapienza e di una preveggenza giuridica delle classi politiche del 1946 e del 1993 è solo una causa dell’attuale situazione.

La mancata unità materiale e spirituale del popolo italiano è un problema più vasto, ma gli altri aspetti della questione meritano considerazioni specifiche, che vanno considerate a parte.

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