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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 28610 volte 24 gennaio 2013

Cameron, l’Inghilterra e la UE: “se no vado via…”

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Geopolitica, Planisfero, Primo Piano

L’annuncio del premier inglese David Cameron di un referendum entro il 2015 sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha sollevato vasta eco, una serie di dichiarazioni ufficiali e una valanga di commenti  nei siti e nei blog di internet, come se fosse cosa nuova e inattesa.

Non lo è stata certo per i nostri lettori. Già più di un anno fa, nel dicembre del 2011, commentando il vertice europeo di Bruxelles dell’8 e 9 dicembre, in cui Cameron  - solo contro gli altri 26 Paesi dell’Unione – si opponeva al coordinamento delle politiche fiscali, ad accettare regole europee per la City e all’eventuale adozione della Tobin tax sulle transazioni finanziarie, titolavamo “Goodbye England”; ricordando in quell’editoriale che l’Inghilterra ha aderito, tardivamente, alla Comunità Europea per entrare nel mercato comune, ma opponendosi sempre e tenacemente alla federazione politica, traguardo finale che ha rallentato in tutti i modi,  e riportavamo la previsione del direttore di un importante Centro Studi inglese che ad un Convegno internazionale aveva dichiarato: “Non vorrei allarmarvi, ma noi crediamo che al massimo entro un decennio l’Inghilterra sarà fuori dell’Unione Europea”. Molto prima di un decennio, osservavamo da parte nostra.

Due mesi dopo, a febbraio dello scorso anno, siamo tornati sull’argomento, (L’Inghilterra e l’Europa: De Gaulle aveva ragione?) riportando le previsioni (o gli auspici?) della stampa anglosassone su un inevitabile e prossima disintegrazione dell’euro, e commentando alcune esplicite dichiarazioni del premier britannico, il  quale già allora aveva detto chiaro e tondo: “Noi non rinunceremo mai alla nostra sovranità”, aggiungendo che “se non si riesce a cambiare gli eccessi all’interno di un Trattato, meglio restarne fuori”, e quanto alla Tobin tax : ”nemmeno a parlarne”.

Concetti che David Cameron ha ulteriormente chiosato e ribadito in un’intervista al Sunday Telegraph  (vedi lafinanzasulweb 2 luglio 2012:L’Inghilterra fuori dall’ Europa: la rivincita di De Gaulle ) in cui affermava chiaro e tondo: “dobbiamo portare avanti i nostri interessi, salvaguardando il mercato unico ma restando fuori dall’Europa federale”, e già allora prospettava un referendum con il quale gli inglesi avrebbero dovuto decidere se abbandonare o meno l’Europa “ma quando i tempi saranno maturi”, ed intanto “conviene essere strategicamente e tatticamente pazienti”.

E riportavamo in quella nota de lafinanzasulweb gli esiti di due sondaggi: uno del Mail on Sunday e l’altro del Times. Secondo il primo il 62% degli inglesi approvava il rifiuto di Cameron  di accettare il “fiscal compact” e  due inglesi su tre chiedevano il referendum sui rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea; ancor più interessanti i risultati del secondo, da cui emergeva che  il 64% degli inglesi è contrario a restare nell’Unione Europea alle attuali condizioni, ma davanti alla prospettiva di uscire definitivamente dall’Unione Europea quella netta maggioranza si scindeva in due: il 34% decisi a tagliare i ponti con l’Europa; un 22% esitanti di fronte a questa scelta radicale.

Ebbene: cosa ha detto di nuovo ora Cameron nel discorso che ha suscitato così vasta eco? Sostanzialmente nulla, tranne qualche precisazione e qualche dettaglio. Il suo è quello che nel gergo giornalistico si chiama “un cavallo di ritorno”, cioè una vecchia notizia che riappare e fa rumore, e ad alcuni sembra nuova.

Ma vediamo dunque cosa ha detto ora Cameron, e cosa questa sua nuova uscita può significare.

Il premier inglese è stato più preciso e dettagliato sul referendum. Ha ammonito che la scelta è molto semplice: restare nell’Unione o uscirne, tenendo presente però che “il biglietto è di sola andata”. Se si esce cioè non si rientra più. Questo referendum, ha poi aggiunto, verrà convocato nel 2015, se i conservatori (cioè lui stesso) vincono le prossime elezioni.

Ma perché ancora questi tre anni di (eventuale) attesa? Perché, afferma Cameron “sarebbe sbagliato chiedere ai cittadini se vogliono restare o uscire prima di aver avuto la possibilità di correggere i nostri rapporti con la UE”.

Ma correggere in che senso?  Cameron sostiene che  c’è una crisi di competitività dell’Europa e che se non si risponde a queste sfide “il rischio è che l’Europa si incagli e che i britannici si orientino verso l’uscita”.

Il discorso resta generico, ma conoscendo l’ideologia economica anglosassone e dei conservatori in particolare, sembra di capire che il premier inglese vorrebbe dall’Europa ancora più liberalizzazioni, meno regole, più mercato. O quantomeno un’esenzione per l’Inghilterra di tutti i tentativi europei di regolamentazione comune del mercato bancario e di quello borsistico, niente Tobin tax, niente “fiscal compact”, e naturalmente nessun passo avanti verso l’unità politica. Nello stesso tempo però  vorrebbe restare comunque nel mercato comune. “Se pure lasciassimo l’Unione Europea – ha detto – non potremmo certo lasciare l’Europa; sarebbe comunque il nostro mercato di riferimento al quale siamo legati da una complessa rete di impegni giuridici”.

Fin qui le dichiarazioni di Cameron, che possono avere varie chiavi di lettura. Evocando ed annunciando un referendum “se i conservatori avranno la maggioranza alle prossime elezioni”, strizza l’occhio agli euroscettici, anche laburisti, che se vogliono il referendum per uscire dall’Unione Europea dovranno votare conservatore. Ed incidentalmente  lancia anche un messaggio ai sempre più numerosi euroscettici degli altri Paesi, tant’è che quest’idea di un referendum, quantomeno per uscire dall’euro, comincia a serpeggiare.

Sarebbe  un modo per far regredire l’Unione verso il vecchio mercato unico, che è, da sempre, il sogno dell’Inghilterra.

Una seconda chiave di lettura è quella del solito tentativo di condizionamento, per non dire di ricatto. Cioè, in sostanza, Cameron lascia intendere: accettate quel che chiedo, “se non me ne vado”. Tentativo che o è un bluff, o altrimenti sarebbe il classico dispetto del marito. Perché la classe dirigente inglese e la stessa opinione pubblica  sanno benissimo:

1)      Che tagliando i ponti con l’Europa  il ruolo politico dell’Inghilterra si ridurrebbe a poco o niente, poiché agli occhi altrui e degli Stati Uniti in particolare essa pesa in quanto può condizionare, stando all’interno, le politiche e l’evoluzione dell’Unione Europea, o quantomeno incidere sensibilmente su di esse.

2)      Che fuori dall’Unione Europea l’economia inglese, che già non è gran cosa, si ridurrebbe ancora di più. Londra è un grande centro finanziario, è vero. Ma non si vive di sola finanza, e metà delle operazioni finanziarie trattate a Londra riguardano Paesi europei. Potrebbe durare questo flusso se l’Inghilterra uscisse dall’Unione?

Resta da dire degli ultimi commenti suscitati dalle dichiarazioni di Cameron. Scontati e di circostanza quelli di alcuni politici. “L’UE vuole che la Gran Bretagna resti in Europa”, ha dichiarato Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea. “La Germania vuole che la Gran Bretagna resti parte attiva e costruttiva della UE”, gli ha fatto eco il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle.

Ad andare al cuore del problema e dire pane al pane, solo il ministro degli esteri francese Laurent Fabius, il quale pur augurandosi che il Regno Unito svolga in Europa un ruolo positivo, ha ricordato che non è possibile avere una Europa “à la carte”. E che non si può accettare che gli Stati membri siano autorizzati a scegliere a quali politiche aderire.

Il commento più inglese di tutti, quello dell’ex ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, il quale ha auspicato che gli inglesi decidano di restare nell’Unione Europea, aggiungendo “ma tutto dipende dalle capacità dei leader dell’Europa di portare avanti misure coraggiose”.

Frattini  replica in sostanza le parole di Cameron, e sembra quasi dire: se gli inglesi escono è colpa dell’Europa, che non porta avanti misure coraggiose.

Ma quali sarebbero queste misure coraggiose? Ha risposto con rude ironia un lettore dell’edizione elettronica de La Repubblica che ha scritto: “le misure coraggiose sono che torni a fare il tuo lavoro, caro Frattini: il maestro di sci”.

Già: i commenti della gente al discorso di Cameron. Abbiamo scelto tra i tanti le decine e decine di risposte pubblicate proprio dall’edizione elettronica de La Repubblica. Un giornale che di tutto può essere accusato tranne che di coltivare pregiudizi verso “la perfida Albione”.

Ed invece, ecco una prima sorpresa. I favorevole all’Inghilterra sono come le mosche bianche. La stragrande maggioranza dei commenti sono del tipo: “Che se ne vadano, finalmente!”.

Qualche esempio, scegliendo fior da fiore? “Fosse per me, li farei uscire subito. Non hanno l’euro, non aderiscono al trattato di Schengen, ecc., ecc. Per me sono già fuori”, commenta un lettore.

Ed un altro: “Si sono tenuti la loro sterlina, sono gli unici a non essersi impegnati sui vincoli di bilancio. Ebbene, tanti saluti in maniera definitiva”. Un altro ancora : “Si potrebbe dire: finalmente! La presenza dell’Inghilterra ha frenato l’integrazione politica e quindi anche economica dell’Europa: Gli inglesi volevano e vogliono solo un mercato più aperto, una circolazione più facile dei capitali per ingrossare le rendite della Borsa londinese niente più”. Lo stesso lettore osserva però che  tutto sommato una parte di ragione ce l’hanno. Non si può lasciare tutto a Commissioni, sottocommissioni, Consigli. Anche noi dovremmo porci queste domande”.

Ed ancora: “Lasciamoli andar via: non accettiamo compromessi” ; “Vadano pure:faremo una lacrimuccia, ma poi ci consoleremo alla svelta”; “Cari inglesi, è finito il periodo della moglie ubriaca e della botte piena”;  “Se ne vadano pure. Saluti” ; “Se ne vadano, io non piango di sicuro…”.

Qualcuno è anche più drastico: “ A mio avviso dovremmo cacciare via la Gran Bretagna, non aspettare il loro referendum. La Gran Bretagna non è mai stata a favore dell’UE: Se ne fanno parte, è perché gli conveniva”: “Meglio subito, che male accompagnati”.

Potremmo continuare a lungo con commenti di questo tipo. Naturalmente tra le decine e decine di risposte ce ne sono alcune più argomentate e pacate, in cui emergono problemi reali o un non celato euroscetticismo. Un lettore ad esempio ricorda che le posizioni che gli inglesi debbono scegliere non riguardano solo la moneta unica, ma un ministero degli esteri europeo ed un seggio comune all’Onu (quindi un’unica comune politica estera) una gestione ed un controllo centralizzato delle banche e delle Borse, la Tobin tax, ecc, ed ironizza. “Si possono tenere solo la guida dal lato sbagliato ed i pesi basati sui chicci d’orzo. Un po’ troppo per loro”.

Ed un altro: “E’ vero, questa Europa così com’è non va. Però si può lavorarci”.

Persino qualche vecchio anglofilo comincia a ripensarci. “L’Inghilterra è essenziale;però è importante che ne siano convinti. Altrimenti restassero a casa propria”. Ed un secondo: “Adoro il regno Unito, e non dimentico che Hitler non vinse grazie a loro. Però ogni debito prima o poi si chiude. E non dimentico che la loro entrata nell’Unione Europea fu voluta soprattutto dagli Usa per rallentarne la crescita. Non saremo un grande Club di cui far parte, ma in tal caso, please, la porta è in fondo a destra. Senza rancore, buona fortuna a tutti. Noi sopravviveremo”.

La rete è importante anche per questo: riflette i sentimenti e le opinioni della gente senza il filtro della politica o della stampa tradizionale. A giudicare da questi commenti, ci sono voluti più di quarant’anni, ma anche l’opinione pubblica italiana s’è convinta: riguardo all’Inghilterra in Europa ( e non solo su questo) De Gaulle aveva ragione.

Giorgio Vitangeli

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