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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 24003 volte 23 gennaio 2013

Bye Bye Bibì: crisi economica e isolamento internazionale spingono gli israeliani al centro

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Asia, Europa, Geopolitica, Planisfero, Uncategorized

Secondo la stampa israeliana il Likud e il suo premier, Benjamin Netanyahu, sono sotto shock. Le elezioni anticipate, volute dal capo del governo israeliano per rafforzare sua maggioranza parlamentare si sono rivelate  un boomerang e ora maggioranza e opposizione sono praticamente alla pari, potendo contare entrambi su una metà circa dei seggi alla Knesset.

A questo punto “ Bibì”  Netanyahu dovrà accettare di governare in una larga coalizione con i centristi, veri vincitori di queste elezioni  grazie soprattutto all’exploit del partito Yesh Atid (C’è un futuro) del volto noto della TV Yair Lapid. A ottenere un buon risultato anche se molto al disotto delle aspettative è stato anche il partito di estrema destra Focolare Ebraico, del milionario e religioso Naftali Bennett. In sostanza, anche grazie a un’altissima affluenza, è accaduto l’esatto opposto di quello che la maggior parte dei commentatori si aspettava. Non solo non c’è stato il temuto (ulteriore) spostamento a destra dello Stato Ebraico, ma al contrario c’è stato un deciso riposizionamento al centro.

Israele, uno stato sempre più composito

Le ragioni di questo risultato inaspettato vanno probabilmente cercate nei profondi cambiamenti che hanno investito Israele, il Medio Oriente e il mondo in questi ultimi anni.

In Israele la leadership della sinistra laburista, supportata dalla borghesia laica e askenazita, è ormai un ricordo. L’infinita guerra con i palestinesi, combattuta principalmente sul fonte demografico, ha portato a un profondo cambiamento della composizione della popolazione israeliana. I coloni e i religiosi in genere, grazie ad aiuti generosi da parte dello Stato e a tassi di natalità altissimi hanno accresciuto fortemente il loro peso statistico, trasformando Israele in una Paese sostanzialmente diviso in tre. Da un lato c’è la popolazione ebraica laica, nazionalista ma moderna e di cultura europea, poi c’è la popolazione religiosa, che forte dei suoi numeri in crescita vorrebbe trasformare Israele in una specie di teocrazia (basti pensare alle richieste di autobus separati, agli incidenti con le donne vestite in modo “non modesto” o alle pretese di blocco totale delle attività durante il sabato nelle zone a maggioranza ortodossa) e, infine, c’è quel 20% di israeliani musulmano/palestinesi che, per ora, ha scelto un basso profilo e un sostanziale disinteresse rispetto alla vita politica del Paese ma che, inevitabilmente, presto o tardi chiederà un peso politico pari al suo peso demografico.

La paura di questi imprevedibili cambiamenti, il risveglio e la crescita di peso internazionale degli Stati arabi e islamici e il nuovo assetto mondiale, sempre più multipolare, hanno fino ad oggi spinto Israele a chiudersi in una politica da forte sotto assedio, a votare sempre più a destra, a rispondere picche ad ogni richiesta di buon senso da parte dei suoi alleati americani e europei (ultima la decisione di Netanyahu di edificare nella zona E1, che secondo molti renderebbe virtualmente impossibile la nascita di uno Stato palestinese), ha portato Israele a una situazione insostenibile.

Da un lato il Paese è spaccato al suo interno, con una divisione sempre più netta tra laici e religiosi e con la numerosa popolazione araba per nulla integrata nelle Istituzioni, dall’altro i nemici dello Stato ebraico sono più forti, armati, influenti internazionalmente e determinati che mai, mentre i suoi alleati, USA e UE sono più deboli e meno influenti sullo scacchiere mediorientale. Ma l’elemento più problematico per lo Stato ebraico è il suo pressoché totale isolamento internazionale.

La politica ultranazionalista dell’utlimo governo e l’isolamento internazionale

Il voto all’Onu ha mostrato come, se si escludono USA, Canada, Repubblica Ceca e un pugno di isolette del Pacifico, nessuno Stato occidentale ha votato a favore di Tel Aviv, il che per un Paese che vorrebbe rappresentare la punta di diamante della lotta dell’Occidente contro l’Islam è un risultato devastante.

Gli Usa di Obama poi, dopo aver supportato all’ONU le richieste israeliane contro la nascita di uno Stato Palestinese (probabilmente per puro atto formale, sapendo che la maggioranza assoluta sarebbe stata per i palestinesi e forse senza avere esercitato la minima pressione per modificare questo dato) hanno avuto come ringraziamento  l’annuncio di nuove colonie in Cisgiordania, annuncio che ha mandato su tutte le furie le cancellerie europee ed Obama (che era stato pesantemente attaccato in campagna elettorale da Israele, apertamente schierato con il candidato repubblicano, in una scandalosa quanto inutile ingerenza dello Stato Ebraico nella politica interna della prima potenza mondiale).

Il vaso a questo punto era colmo e, evidentemente, gli elettori israeliani lo hanno capito.

Israele è un piccolissimo Paese, demograficamente e politicamente molto composito, circondato da nemici agguerriti, che ha raggiunto lo status di potenza militare e politica grazie all’appoggio incondizionato degli Usa e a quello, meno aprioristico, dell’Europa.

Il rifiuto della destra (e spesso anche della sinistra) israeliana di risolvere la questione palestinese sulla base del diritto internazionale e della autodeterminazione dei popoli e l’ipocrisia di chiedere eterne trattative senza condizioni, durante le quali continuare a edificare in ogni angolo della Cisgiordania, rendendo di fatto impossibile la nascita di uno Stato palestinese, non hanno solo reso Israele un Paese mal visto dall’opinione pubblica occidentale, hanno anche danneggiato gli interessi strategici di Usa e Ue che, appoggiando Israele, sono entrati in rotta di collisione con  Stati arabi importantissimi per risorse energetiche, posizione strategica e peso demografico.

Recentemente è trapelata la notizia che l’UE si farà portatrice di una proposta di pace che preveda in tempi molto stretti (entro il 2013) la nascita di uno Stato palestinese entro i confini del 67 con capitale Gerusalemme Est. In pratica l’Europa chiederà, ne più ne meno, di applicare finalmente quella che è da sempre la soluzione che la comunità internazionale chiede e che l’Onu ha recentemente sancito con il voto. Un governo di estrema destra con ogni probabilità si sarebbe ferocemente opposto a tale richiesta, ampliando ulteriormente il fossato che ormai divide Israele dal resto del mondo, e costringendo i suoi (ex?) alleati a prendere provvedimenti per non perdere la faccia. Probabilmente la paura di una simile catastrofica possibilità ha spinto molti israeliani ad andare a votare contro la radicalizzazione dello scontro, e il successo del moderato e accattivante Yapid sembra dimostrare questa volontà di normalità del Paese.

La situazione economica dello Stato ebraico

Naturalmente a pesare sul voto sono state anche questioni di carattere economico, come sempre avviene nelle elezioni libere. In Israele infatti la crisi economica comincia a mordere, sia perché le spese militari assorbono una quota molto consistente del PIL (7% contro il 4 degli Usa, il 2,9 dell’UE e il 2 della Cina) sia perché i sostegni economici ai religiosi stanno diventando insostenibili. In questo contesto la politica di destra economica applicata dal governo Netanyahu ha contribuito a aumentare le distanze tra ricchi e poveri (come peraltro sta avvenendo in tutto l’Occidente) e a creare un forte malcontento nelle classi meno agiate, schiacciate tra il sostegno dello Stato alle classi abbienti e il sovvenzionamento del crescente numero di religiosi ortodossi, che ricevono generosi sussidi, nonché ai coloni, che tra sovvenzioni abitative e spese ingenti per la loro difesa costano moltissimo ai contribuenti israeliani.

Israele è peraltro uno stato con un’economia efficiente e sviluppata, che brilla per innovazione e inventiva, all’avanguardia in moltissimi settori, come l’industria militare, l’agroalimentare e l’alta tecnologia. Uno stato che si basa sulle “start-up” e che, se si arrivasse alla pace, potrebbe reinvestire in maniera molto proficua le ingenti risorse spese per l’esercito, per le colonie e per sovvenzionare la “guerra demografica”, aumentando la sua già alta competitività a livello internazionale.

Gli interessi strategici ed economici dell’Europa

Restando in tema economico è importante capire che per l’economia europea la stabilità del Medio Oriente è essenziale, sia perché quest’area rappresenta il forziere delle risorse energetiche di cui l’industria europea ha bisogno, sia perché le centinaia di milioni di abitanti di questi Paesi costituiscono un prezioso mercato di sbocco per le merci prodotte nel Vecchio Continente.

Oltre a questo la pace nel Mediterraneo e la sicurezza dell’area sono interessi strategici vitali, per l’Europa in genere e per l’Italia in particolare.

E’ dunque prevedibile che il nuovo e più fragile governo israeliano sarà sottoposto a una pressione diplomatica senza precedenti perché decida finalmente di raggiungere un accordo di pace con i palestinesi che porti in tempi brevi alla nascita di uno Stato Palestinese sovrano. A questa ipotesi si sono sempre opposti tanto Netanyahu quanto la destra religiosa, parlando di possibile pace economica il primo e negando qualsiasi possibilità di pace i secondi. Forse il responso delle urne e la pressione internazionale spingeranno il capo del Likud a prendere atto che ormai la pace non è più procrastinabile e che la nascita dello Stato di Palestina è un’ interesse vitale per Israele. Probabilmente Bibì restarà premier anche nel prossimo governo, supportato da una grande coalizione,  ma di sicuro il voto di oggi ha mandato in soffitta la sua politica di scontro frontale con il mondo.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 113 | Commenti: 456

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