Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 23303 volte 13 giugno 2013

Bankitalia: fotografie e messaggi nelle “Considerazioni”di Visco

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

Sul filo del “pensiero unico”

 

Vi è stato un tempo in cui l’annuale assemblea della Banca d’Italia  non solo era uno degli eventi centrali nella cronaca economica italiana ma anche occasione ghiotta per i giornalisti, certi che nelle “Considerazioni finali” vi sarebbe stata una frase, un’immagine, su cui “sparare” il titolo, e che sarebbe stata oggetto di commenti per giorni e giorni. Frasi come “si è rotto il pennino del sismografico”, con cui Guido Carli sottolineò la gravità del terremoto economico che aveva investito l’Italia, o l’altra in cui , prima del “divorzio” tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, definì come “atto di sedizione” l’eventuale decisione della Banca d’Italia di non sottoscrivere i Buoni che il Tesoro emetteva in preoccupante abbondanza.

Sarebbe vano cercare nelle Considerazioni del governatore Visco, lette il 31 maggio scorso, qualche traccia di quel linguaggio un po’ immaginifico.

La relazione di Visco sul piano formale scorre infatti pacatamente sul filo del politicamente corretto, e su quello sostanziale su quello dell’ortodossia economica. Cioè dell’economia neo-classica, divenuta  oggi “pensiero unico”.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che manchino spunti interessanti  e notazioni, magari implicite, su cui riflettere. Anzi: la Relazione ne abbonda, e sarebbero materia di dibattito e di polemiche, se in questo nostro Paese il gusto dell’approfondimento sulla stampa non si fosse quasi completamente perduto, e  le polemiche, riservate a futilità, non fossero destinate, più che altro, a spettacolizzare e involgarire i “talk show”.

 

La vigilanza e il Monte dei Paschi

 

Le prime pagine delle sue “Considerazioni finali” Visco le ha dedicate all’attività istituzionale della Banca d’Italia. Gli spunti più interessanti di questa parte riguardano l’attività di vigilanza. Quella per le banche maggiori, com’è noto, passerà alla Banca Centrale Europea. Una innovazione istituzionale profonda che, avverte Visco, “richiederà un adattamento organizzativo perfino più complesso di quello che condusse alla moneta unica.

Parlando di vigilanza, un totale silenzio sulla vicenda del Monte dei Paschi sarebbe stato assordante. E Visco se ne è reso conto, per cui ha reso noto che “sulle vicende che hanno riguardato il Monte dei Paschi di Siena è disponibile dalla fine di gennaio sul sito Internet della Banca d’Italia un dettagliato resoconto delle iniziative di vigilanza e dei provvedimenti assunti nel tempo”, e che “si è provveduto ad aggiornarlo”.

Ha aggiunto che l’azione di supervisione sul Monte dei Paschi “negli ultimi anni è stata continua e di intensità crescente”; che dal 2010 al 2012 sono stati imposti interventi per riequilibrare le condizioni di liquidità, “sventando pericoli gravi”; che è stato richiesto un deciso rafforzamento patrimoniale e promosso il ricambio radicale del management”.

Peccheremmo di ipocrisia se dicessimo che queste parole hanno proiettato sulla vicenda una luce chiarificatrice definitiva.

 

Il bilancio d’esercizio della Banca d’Italia

 

Un’ultima notazione riguardo all’attività istituzionale della Banca d’Italia merita attenzione. Visco ha sottolineato infatti come “partecipando agli interventi eccezionali della politica monetaria europea, in particolare all’espansione del rifinanziamento delle banche”,  la Banca d’Italia abbia conseguito più alti utili, per cui, sulla base dello Statuto, dopo l’approvazione del bilancio saranno riversati al Tesoro 1,5 miliardi di euro, che si aggiungono ai due miliardi di imposte a carico della Banca centrale sul reddito e sulle attività produttive dell’esercizio 2012.

Per quel che ricordiamo, è la prima volta che nelle Considerazioni finali si fa cenno, pur vagamente, al risultato dell’esercizio.  La relazione sul bilancio infatti – come accade d’altronde in tutte le assemblee societarie –  vien data per letta, e su di essa non c’è discussione. L’assemblea della Banca d’Italia consiste in sostanza nella lettura delle “Considerazioni finali” da parte del governatore, cui segue un brevissimo intervento, una sorta di armonico “controcanto” di un rappresentante dei “partecipanti”, che infine, per alzata di mano, approvano il bilancio.

L’ultimo capitolo della Relazione, che nessuno legge e commenta, è il vero e proprio bilancio della Banca d’Italia. Che invece di numeri interessanti ne contiene non pochi. Naturalmente non è il caso qui di analizzare tale bilancio; ci limitiamo a notare come le riserve auree che nel 2008 valevano 48,9 miliardi di euro, quattro anni dopo, nel 2012, sono iscritte in bilancio per più del doppio, cioè 99,4 miliardi; che il totale di bilancio di Bankitalia sfiora i 610 miliardi: 71 miliardi circa in più rispetto al 2011, e che l’esercizio 2012 si è chiuso con un utile netto di due miliardi e 501 milioni: più del doppio  rispetto al miliardo e 129 milioni registrati nel 2011, per non parlare dei soli 175 milioni  di avanzo del 2008, anno che aveva dovuto sopportare il peso di un miliardo e 458 milioni di svalutazioni.

 

Lo scenario macroeconomico e la politica monetaria

 

Ma torniamo alle “Considerazioni finali” di Ignazio Visco. “Abbiamo mirato prima di tutto a sostenere la liquidità delle banche, che nell’area dell’euro, più che altrove, svolgono un ruolo preminente nel finanziamento dell’economia”, egli ha riconosciuto. Ha citato poi la decisione presa ad agosto dalla BCE di acquisto sul mercato secondario di titoli di Stato “senza limiti quantitativi”, rilevando infine come gli interventi attuati dall’euro-sistema negli ultimi due anni abbiano contribuito in Italia a sostenere il prodotto per almeno due punti e mezzo, senza considerare  il collasso finanziario che senza di essi avrebbe potuto verificarsi.

Negli ultimi mesi, ha aggiunto ”i timori sulla tenuta della moneta unica si sono  ulteriormente attenuati”, ma a questi progressi non ha ancora corrisposto un miglioramento dell’economia reale e conseguentemente la BCE all’inizio di maggio ha ridotto ulteriormente il tasso di sconto sulle principali operazioni di rifinanziamento, portandolo al minimo storico dello 0,5%, ed ha confermato sino a luglio,  e finché sarà necessario, l’offerta illimitata di liquidità

Interessante l’accenno alla possibilità, che la BCE sta esaminando, di promuovere anche l’emissione di titoli garantiti da prestiti alle imprese.

 

In Europa: o avanti o indietro

 

Ma – e qui non si può non essere d’accordo con Visco -  più di ogni intervento e condizione preliminare volta a scongiurare i “rischi di reversibilità” dell’euro, cioè di ritorno a monete nazionali, “è essenziale la comune determinazione a procedere verso una piena Unione Europea: monetaria, bancaria, di bilancio, e infine politica”. Appare infatti sempre più evidente a chi abbia intelletto per intendere, che o  l’Unione Europea  riesce ad accelerare l’evoluzione verso l’unità federale, o  per alcuni Paesi l’uscita dall’euro diventa una via segnata.

Quel che certo non si può fare è restare indefinitamente a metà del guado. Anche perché in molti Paesi dell’Unione le resistenze ad avviarsi sulla  strada dell’unità politica europea crescono, e l’attuale Unione Europea in strati crescenti della popolazione è  percepita oggi come un’oligarchia tecnocratica diretta responsabile delle feroci politiche di austerità. In questo scenario in cui crisi economiche devastanti hanno già travolto alcuni Paesi medi dell’eurozona, in cui crescono in altri Paesi egoismi, incomprensioni e diffidenze, un bilancio comune europeo e titoli di debito congiunti, cui Visco accenna, appaiono più  speranze teoriche che concrete prospettive prossime.

 

L’economia italiana

 

Ed eccoci  alla parte delle “Considerazioni finali” che tratta dell’economia italiana. La parte in cui più emerge la chiave d’interpretazione ortodossa, nel senso di aderente al ”pensiero unico” neoclassico dominante seguita da Visco.

Inizia con una fotografia oggettiva: “nella seconda metà del 2011, quando le tensioni hanno investito il nostro mercato  dei titoli di Stato, si è innescato un circolo vizioso tra le condizioni del debito pubblico, delle banche e del credito, dell’economia reale. L’anno scorso l’attività economica si è contratta del 2,4%. Anche quest’anno si chiuderà con un forte calo dell’attività produttiva e dell’occupazione”.

Ancora: “La recessione sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia di ripercuotersi sulla coesione sociale. Il prodotto interno lordo del 2012 è stato inferiore del 7% a quello del 2007, il reddito disponibile delle famiglie di oltre il 9, la produzione industriale di un quarto. Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto al 2007, e pari all’11,5% lo scorso marzo, si è avvicinato al 40% tra i più giovani,  ha superato questa percentuale per quelli residenti nel Mezzogiorno”.

 Fin qui la fotografia, che evita qualunque approfondimento sulle cause di un simile disastro. E sulle manovre che hanno enfatizzato la crisi del nostro debito sovrano, con le manipolazioni sullo “spread”.

 Ed ecco la  diagnosi e la terapia. Visco osserva anzitutto che le origini finanziarie della crisi non devono far dimenticare che in Italia al ciclo negativo si sovrappongono debolezze strutturali , tant’è che nei dieci anni antecedenti la crisi internazionale del 2008 l’evoluzione complessiva della nostra economia èstata peggiore di quella di quasi tutti i principali Paesi sviluppati.

Verità che necessitano, ci sembra, di qualche integrazione.

 Che a questa crisi l’Italia aggiunga sue debolezze strutturali, è indubbio. Ma è pur vero, come ha ricordato recentemente il prof. Guarino (vedi articolo a parte) che per tutti i quarant’anni che vanno dagli anni cinquanta agli anni novanta l’Italia è stata al primo posto in Europa per tasso di sviluppo, davanti a Inghilterra, Francia e Germania. Poi, grossomodo dall’inizio di questo secolo, è passata all’ultimo posto, ed ora ha un tasso di sviluppo negativo.

Prima di questo “giro di boa” gli eventi più rilevanti sono stati l’adozione di una politica liberista senza più vincoli, le privatizzazioni, con la svendita della quasi totalità della nostra industria pubblica,  l’introduzione dell’euro, con la rinuncia alla nostra sovranità monetaria.

E’ vero: argomentare “post hoc, ergo propter hoc” è una tipica fallacia logica che scambia una successione temporale con un nesso causale. Ma si è proprio sicuri che quelle scelte traumatiche non siano la causa vera del progressivo collasso dell’economia italiana, che sia tutto ascrivibile all’eccessivo disavanzo pubblico ed ai “ritardi strutturali” che l’Italia non è riuscita ancora a colmare? Quei “ritardi” non c’erano, ancor più gravi, anche prima, quando l’economia italiana marciava a velocità record?

 

La globalizzazione e le riforme che l’Italia ha mancato

 

E’ pur vero che i tempi sono cambiati, sotto la spinta della globalizzazione e della rivoluzione informatica e telematica. Cambiamenti “geopolitici, tecnologici e demografici”, come precisa Visco. Ma è anche vero che se  lo sviluppo  crescente dei rapporti e dei commerci internazionali , supportati da un sistema di trasporti e di comunicazioni sempre più avanzato è un dato di fatto ineliminabile ed un progresso oggettivo, l’attuale modello di globalizzazione è invece una scelta politica, largamente imposta, anche sul piano culturale.

Il governatore Visco, come d’altronde la quasi totalità degli economisti, sembra invece considerarla come il responso di un oracolo, una scelta ineluttabile del Fato, che è manifestazione di un Progresso evolutivo, il quale crea, è vero, problemi e lacerazioni economiche e sociali, che però si possono superare adeguandosi più rapidamente e più completamente alla logica della globalizzazione.

Nascono da questa convinzione tutte le terapie suggerite, alcune delle quali, per la verità, tonificano un apparato produttivo quale che sia lo scenario, e non possono non essere condivisibili. Così il puntare sull’innovazione, spostare l’attività dai settori declinanti a quelli in espansione, creare condizioni favorevoli all’attività d’impresa, ridurre selettivamente nel medio termine le imposte, privilegiando il lavoro e la produzione, un uso efficiente delle risorse pubbliche, eliminando ridondanze e sovrapposizioni nei livelli di governo, la lotta all’evasione fiscale. Altre invece sono dolorose o preoccupanti. Così i “profondi cambiamenti” nei rapporti di lavoro, che sembrano includere una continua riduzione del lavoro a tempo indeterminato, cioè del lavoro stabile; i “cambiamenti nel sistema d’istruzione”, che sembrano privilegiare un’istruzione funzionale all’impresa volta ai mercati internazionali; una” formazione professionale continua”, funzionale alla mobilità del lavoro ed al cambiamento, “tutelando i periodi intermedi di disoccupazione con assicurazioni pubbliche e private” (pagate queste ultime da chi?); la “l’individuazione delle priorità nell’allocazione delle risorse a fronte delle pressioni demografiche su importanti poste di spesa” (che sembra alludere alla necessità di ulteriori riduzioni nella spesa pensionistica. Ma non “avevamo già dato” con le reiterate riforme sulle pensioni, a cominciare da quella di Dini per finire con quella della Fornero?).

 

Le banche ed il credito

 

L’ultimo capitolo delle Considerazioni  è dedicato ai problemi del sistema bancario e dell’attività creditizia. Inizia anch’esso con una fotografia impietosa. I prestiti alle imprese  hanno rallentato nettamente ad iniziare dalla seconda metà del 2011, contraendosi di circa 60 miliardi di euro da dicembre di quell’anno, per le difficoltà delle banche di raccogliere liquidità sui mercati internazionali, mentre il nostro “rischio sovrano” pareva inasprirsi. Nei primi quattro mesi di quest’anno la riduzione dei flussi di credito alle imprese si è inasprita nuovamente.

Sono diminuiti, pur se in misura minore, anche i prestiti alle famiglie. I tassi bancari attivi restano superiori a quelli medi dell’area: un punto in più per le imprese, mezzo punto per le famiglie. La congiuntura sfavorevole deprime anche la domanda di credito; flettono infatti  gli investimenti delle imprese e gli acquisti delle famiglie.

Ma il dato più allarmante, che irrigidisce l’offerta di credito da parte delle banche è  l’aumento del rischio d’insolvenza e delle sofferenze, che spinge al rialzo i tassi.

La consistenza dei prestiti in sofferenza è salita dal 2007 (inizio della crisi) al 2012 dal 3,4% al 7,2% degli impieghi complessivi; quella degli altri crediti deteriorati dall’1,9 al 6,3%.

Poi, finalmente, una constatazione positiva: “ muovendo da condizioni di partenza solide, il sistema bancario italiano ha comunque resistito, nell’ultimo quinquennio, alla crisi finanziaria globale, all’instabilità del mercato del debito sovrano, a due profonde recessioni”. E il divario di capitalizzazione rispetto alla media europea riflette, in misura massiccia, le ricapitalizzazioni bancarie effettuate con fondi pubblici in altri Paesi.

 

La caduta della redditività

 

C’è però un rischio che incombe  sul nostro sistema bancario, ed è la caduta della redditività. Dal 2007 al 2012 il rendimento delle banche è peggiorato e nel 2012, al netto delle poste straordinarie riguardanti la svalutazione dell’avviamento, è stato pari ad appena lo 0,4%.

E qui vengono altre note dolenti. Secondo il governatore della Banca d’Italia questa evoluzione negativa nei prossimi anni deve essere contrastata con una incisiva riduzione dei costi. Ed in una attività come quella bancaria, ad alta intensità di lavoro, bisognerà ridurre, le spese per il personale, sfruttando anche le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.

Non manca a questo punto l’accenno rituale all’eccessiva dipendenza delle imprese italiane dal capitale bancario, allo scarso sviluppo dei nostri mercati obbligazionari ed azionari, alla necessità che le banche spingano di più le imprese ad avvicinarsi al mercato finanziario, e l’augurio che in Italia si ampli il ruolo dei fondi pensione e degli investitori istituzionali.

Tutte cose che sentiamo ripetere in Italia da almeno vent’anni. E nessuno ha mai chiarito come e perché la Germania, ove  le imprese hanno un solidissimo rapporto con la banca di riferimento, è la maggiore potenza economia d’Europa, mentre l’Inghilterra, che ha in Londra uno dei maggiori centri finanziari del mondo, ha da decenni un’economia industriale sempre più declinante.

Il capitolo delle “Considerazioni finali” dedicato alle banche si conclude con un accenno alle Banche popolari. Ritornano in esso le critiche  alla persistente struttura cooperativistica delle grandi banche popolari quotate in Borsa e “partecipate da investitori istituzionali rappresentativi di una moltitudine di risparmiatori che hanno finalità e interessi diversi da quelli cooperativi”.

Il suggerimento di Visco è quello di rendere più agevole  la trasformazione in società per azioni delle Banche popolari quotate. Anche questo è un argomento che si dibatte da quasi venti anni. Vi è stato anche un disegno di legge, che proponeva di rendere obbligatoria la trasformazione delle Banche popolari quotate in società per azioni. La conseguenza più rilevante di tale “mutazione genetica” sarebbe quella di rendere contendibili tali banche, la cui scalata oggi è resa impossibile dal voto capitario, per cui ogni socio “pesa” per un voto, quante siano le quote che possiede.

E le grandi banche popolari sono un boccone ghiotto.

Le Considerazioni si concludono con un appello a trovare nel rafforzamento dell’Europa una ragione d’identità, e la consapevolezza che se ne possono trarre benefici per tutti, perché “il mercato unico, l’unione economica e monetaria, hanno costituito per i Paesi che li hanno realizzati una grande opportunità di sviluppo e stabilità che andava, che va, riconosciuta e colta. Taluni non lo hanno fatto appieno, l’Italia tra questi”.

Il rafforzamento dell’Europa, inteso anche come motivazione e ragione identitaria, è un accenno interessante, che andrebbe  approfondito. L’identità infatti sembra un concetto che confligge con quello  di globalizzazione, inevitabilmente omologante, cui sembrano ispirarsi le Considerazioni finali di Visco.

Sulla funzione di sviluppo e stabilità del mercato unico, nulla da dire. Sull’unione monetaria, così come è stata realizzata e gestita, molti dubbi appaiono legittimi. Non solo in Italia, ma ancor più in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Irlanda, a Cipro.

L’appello finale ad impegnarci tutti nelle riforme: imprese, lavoratori, banche, istituzioni, sarebbe pienamente condivisibile, se “riforme”, specie per chi lavora, non fosse divenuto sinonimo di “sacrifici”. E  “un  bilancio pubblico in equilibrio, e con una composizione favorevole al lavoro e allo sviluppo, è il presupposto di ogni politica efficace ed equa”, è un’affermazione che coniugando l’equilibrio (il pareggio imposto dal “Fiscal Compact” cioè una severissima austerità?) con lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia, sembra una contraddizione in termini. Come dire: un’acqua gelida da cui nasca qualche fiamma.

 

di Giorgio Vitangeli

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Redazione » Articoli 676 | Commenti: 311

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: