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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 16348 volte 27 novembre 2013

Banche “too big to fail”, giganti sempre più fuori controllo

Ora registrano utili da capogiro, ma essi provengono da speculazioni finanziarie, mentre l’economia reale continua a ristagnare

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Le grandi banche americane nuoterebbero nell’oro. Bisogna però vedere se il ritorno ai livelli di profitto del 2007 significhi l’uscita dal tunnel della grande crisi oppure se si stiano ricostituendo le condizioni magari per una bolla più grande pronta ad esplodere alla prima occasione.

La JP Morgan Chase con 6,1 miliardi di dollari di profitti conseguiti nel secondo trimestre 2013 sarebbe proiettata a raggiungere a fine anno i 25 miliardi. La Wells Fargo ha guadagnato 5,3 miliardi superando del 20% il livello dello stesso periodo dell’anno precedente. La Goldman Sachs ha raddoppiato i profitti trimestrali portandoli a 2 miliardi di dollari.

La Citi Group ha incassato 4,2 miliardi, cioè il 42% in più del secondo trimestre 2012. Lo stesso vale per la Bank of America. Si ricordi che per salvare entrambe le banche dalla bancarotta, il governo Usa fu costretto a sborsare 90 miliardi. Sorprendentemente le loro azioni in borsa negli ultimi 12 mesi sono aumentate rispettivamente del 95 e del 78%!

Secondo certi analisti le 5-6 banche americane “too big to fail”, quelle troppo grandi per essere lasciate fallire, quest’anno marcerebbero verso i 100 miliardi di profitti! Di conseguenza la macchina bancaria ha ripreso a sfornare anche bonus milionari per i grandi manager.

 

E le banche locali finiscono nella loro rete

 

Con questa loro impressionante liquidità le grandi banche stanno devastando il sistema delle banche locali e regionali indipendenti che finiscono nella loro rete. Ciò non è un bene perché così si fa crescere spropositatamente la concentrazione bancaria con i relativi accresciuti rischi sistemici. Inoltre, esse usano questi profitti per chiudere l’enorme contenzioso insorto per i loro comportamenti illegittimi avuti prima e durante la crisi. Pagano per rifarsi un’improbabile nuova verginità.

Esse stanno addirittura rispondendo con molto anticipo ai dettami di aumento di capitale previsto nella riforma bancaria di Basilea 3. Ovviamente in questo modo mettono sotto pressione il sistema bancario europeo che ha così maggiori difficoltà competitive sui mercati.

È più che legittimo chiedersi però da dove provengano tanti profitti: da investimenti produttivi o da operazioni speculative? Il fallimento di una grande città industriale come Detroit è una risposta più che lapalissiana. Anche altre città, come Chicago e New York, sono malate e piene di debiti, trasformandosi ogni giorno sempre di più in centri post-industriali.

 

Riprese alla grande le operazioni in derivati

 

I dati ci dicono, invece, che sono riprese alla grande le operazioni in asset-backed-securities (derivati finanziari che hanno come sottostante flussi di cassa, quali i pagamenti delle rate di mutui o di carte di debito). Si riprende cioè a giocare sul rischio con l’unico intento di ottenere alti profitti.

Le abs speculative furono determinanti nello scatenamento della crisi. Negli Usa nel 2008 ne erano state emesse per 1.500 miliardi di dollari rispetto ai 440 complessivi dell’Europa. Dopo avere registrato una drastica flessione nel 2009, nella prima metà del 2013 hanno superato i 332 miliardi di dollari. A confronto, per lo stesso periodo, l’Europa ne conta 36 miliardi. Quasi 10 volte meno di quelle americane.

 

Ed ora traboccano nelle attività commerciali

 

Ma c’è di più. Invece di essere sottoposte ad un processo di riorganizzazione e di ridimensionamento, le banche americane “too big to fail” hanno oltrepassato tutte le limitazioni e i controlli, che separavano il sistema bancario da quello commerciale, per invadere e impossessarsi di ampi settori dell’economia reale.

Esse stanno penetrando le sfere commerciali non finanziarie, allargando i loro business nei settori di produzione e di distribuzione dell’energia, delle materie prime e delle imprese di pubblici servizi. Una recente indagine fatta da parlamentari americani, concentrata in particolare sulle nuove attività commerciali svolte dalla JP Morgan Chase, dalla Goldman Sachs e dalla Morgan Stanley, ha portato ad una richiesta di intervento e di controllo da parte della Federal Reserve. Anche se però la stessa Fed è messa sotto osservazione per il suo coinvolgimento in simili processi.

E’ sempre più evidente che le banche in questione si stanno trasformando in grandi corporation e multinazionali. Gli effetti dirompenti per l’economia industriale potrebbero essere imprevedibili e incalcolabili.

 

Dalla speculazione sui metalli alla gestione di autostrade

 

La JP Morgan Chase, per esempio, gestisce in California la distribuzione dell’energia che è prodotta da impianti da essa posseduti. In atto c’è un’indagine per provare se abbia anche manipolato i prezzi delle bollette di energia. Si ricordi che in passato la Enron, la multinazionale dell’energia, fallì per aver giocato con la speculazione in derivati. La JP Morgan ora sembra percorrere la strada al contrario, dalla finanza alla produzione e ai servizi legati all’energia.

La Goldman Sachs starebbe facendo incetta di grandissime quantità di alluminio accumulate in attesa che il mercato lieviti. In merito, la Coca Cola, grande utilizzatore di lattine in alluminio, avrebbe presentato uno specifico esposto presso il London Metal Exchange, la borsa delle materie prime di Londra.

La Goldman Sachs  starebbe anche espandendo le sue attività alla gestione dei porti, degli aeroporti e delle autostrade a pedaggio, nonché alla commercializzazione di materie prime strategiche, compreso l’uranio, e di altre risorse energetiche.

La Morgan Stanley starebbe diventando sempre più una multinazionale del petrolio. Nel giugno 2012 avrebbe importato negli Usa 4 milioni di barili. Anch’essa è impegnata nella produzione e nel commercio di materie prime, metalli e materiali preziosi. Possiede centri di produzione e di distribuzione di energia elettrica e di gas anche in Europa. E’ coinvolta anche nei settori dei trasporti e della logistica.

 

Crescono i rischi

 

Più volte è stato evidenziato che le tre suddette banche sono coinvolte nelle operazioni internazionali in derivati finanziari, anche in quelli sulle commodity, sulle materie prime e sui prodotti alimentari. Ciò oggettivamente rivela un evidente conflitto di interessi.

In questo modo le grandi banche americane dettano legge e comportamenti all’intero mondo bancario globale, spostandolo dai servizi finanziari alle attività commerciali e a quelle di gestione e di produzione industriale. Di conseguenza i rischi vengono accresciuti, sia per la possibilità di manipolazione dei prezzi, sia per le inevitabili ricadute di eventuali crisi bancarie sui rifornimenti industriali.

Dopo la crisi finanziaria le 5 maggiori banche americane, la JP Morgan Chase, la Bank of America, la Citigroup, la Wells Fargo e la Goldman Sachs, hanno ingigantito i loro bilanci e i loro business. Nel 2007 possedevano asset pari al 43% del Pil americano. Alla fine del 2011 gli asset erano pari al 56% del Pil, raggiungendo un ammontare di ben 8,5 trilioni di dollari.

Più volte e in varie sedi si è affermato la necessità di riformare le istituzioni finanziarie “too big to fail”. Ma nulla si è fatto.

di Paolo Raimondi

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