Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 18722 volte 09 dicembre 2013

Antonio Fazio: cambiamenti demografici e conseguenze economiche

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Ricerche e Studi

In un suo recente pamphlet , dal titolo “sviluppo e declino demografico in Italia e nel mondo” Antonio Fazio tornato  alla sua prima passione (la tesi con cui si laureò in Economia e Commercio  era dedicata al rapporto tra struttura della popolazione e sviluppo economico in Italia), ossia l’interazione tra la demografia e l’economia espone e analizza dati tanto noti quanto scientificamente incontestabili, sulla portentosa crescita della popolazione mondiale degli ultimi due secoli e sulle prospettive di crescita futura, ponendoli tuttavia in una luce nuova e originale che suggerisce riflessioni talvolta antitetiche rispetto a quelle, di norma allarmistiche, connesse con questo fenomeno.

Fazio utilizza i dati delle nuove proiezioni sulla popolazione mondiale fino all’anno 2100, elaborati dalla Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite e pubblicati nel 2011, che prevedono che la popolazione del pianeta, che nel 2012 ha superato i 7 miliardi di unità, raggiunga i 9,3 miliardi nel 2050 per superare i 10 miliardi nel 2100.

La forte crescita della popolazione porta con se alcuni interrogativi di natura economica e sociale, ma il catastrofismo di chi sostiene che una simile aumento demografico non sarebbe sostenibile da un punto di vista delle risorse e che, vista anche la ripartizione geografica dei tassi di natalità, si assisterà a masse sempre crescenti di diseredati costretti a migrare e a un aumento della povertà e della fame vera e propria, viene smontato da una serie di considerazioni che, da economista, Fazio inserisce nel discorso più propriamente demografico.

Per farlo l’ex governatore della Banca d’Italia parte dalle apocalittiche, quanto fallaci, previsioni espresse da Malthus all’alba del XIX secolo, sull’impossibilità, in prospettiva, di sfamare la popolazione dell’Inghilterra; impossibilità  che sarebbe stata dovuta all’aumento secondo lui  lineare della crescita economica, a fronte di un aumento  invece esponenziale della popolazione.

Oggi, due secoli più tardi, gli inglesi godono di condizioni di vita incommensurabilmente superiori di quelle dei loro antenati nell’800, e ciò nonostante il loro fortissimo aumento numerico, anzi, in qualche misura proprio grazie a quello.  Appare infatti come una costante storica la correlazione tra sviluppo demografico ed economico, per cui l’aumento della natalità, e dunque della percentuale della popolazione in giovane età, consegue un aumento delle capacità produttive. Alla base di questa correlazione ci sono diverse ragioni; in primis il fatto che lo sviluppo economico è in buona sostanza dipendente dallo sviluppo tecnologico e dall’innovazione, e non alla disponibilità di materie prime come petrolio o terra, (si pensi al caso del Giappone o della stessa Italia, paesi privi di risorse petrolifere, di minerali preziosi o di vasti territori coltivabili, che pure sono enormemente più prosperi dei Paesi africani o mediorientali che vantano immense disponibilità di importanti materie prime).

Una popolazione giovane e in crescita è al contempo produttrice di innovazioni tecnologiche e stimolo per queste ultime, essendo di norma i giovani a stimolare la domanda di prodotti tecnologicamente avanzati, mentre le popolazioni anziane risultano molto meno capaci di innovare e molto meno propense a consumare prodotti “hi-tech”, essendo piuttosto orientati alla fruizione di servizi a basso valore aggiunto, in particolare assistenziali, il che peraltro  comporta, con l’aumento dell’età media,  un forte aumento dei costi del welfare.

Ma al di là della questione puramente economica, (che caso mai si pone nei termini di tensioni per una redistribuzione, sia a livello interno che internazionale, del surplus di beni prodotti dall’aumento della produttività connesso con l’aumento della popolazione in genere e dei giovani in particolare) si è argomentato, da parte di numerosi pensatori, non solo appartenenti alla scuola neomaltusiana, che deciso  aumento della popolazione mondiale non sarebbe sostenibile da un punto di vista ambientale e della disponibilità di risorse. A questa questione l’autore obbietta la considerazione che, per citare le sue parole “L’inventiva e l’ingegno dell’uomo rimuovono e spostano in avanti i limiti fisici che tendono a comprimere l’aumento numerico della popolazione”. Ciò appare vero anche dal punto di vista dell’impatto ambientale, e non solo della possibilità di reperire risorse sufficienti per tutti. (A costituire un vincolo rispetto a questo processo di evoluzione tecnologica riteniamo semmai possa essere la scarsa volontà politica di investire e impegnare risorse nell’evoluzione di tecnologie non inquinanti o, addirittura, di sistemi in grado di eliminare o ridurre l’inquinamento già presente. Questa mancanza di determinazione può dipendere sia da interessi economici legati ai grandi gruppi che hanno investito enormi capitali nelle attuali tecnologie e che li vedrebbero danneggiati da una loro improvvisa obsolescenza, sia dalla necessità sempre più impellente, da parte del sistema economico privato, di generare un immediato plusvalore per gli investitori piuttosto che a porre le condizioni per un miglioramento globale del sistema in un futuro meno prossimo).

Sgomberato dunque il campo dalle previsioni apocalittiche sulle possibilità di tenuta, a livello economico, sociale e ambientale, di un incremento demografico esponenziale resta da capire se e quanto, in base ai numeri e all’analisi scientifica degli stessi, assisteremo all’ipotizzata esplosione demografica.

Anche in questo senso le riflessioni che il testo esprime risultano piuttosto rassicuranti.

A livello demografico, infatti, l’andamento della crescita tende a seguire la curva logistica che vede a una fase di  crescita moderata seguirne una di forte accelerazione per poi arrivare alla terza fase di progressiva diminuzione. A livello europeo i dati empirici confermano in pieno tale ipotesi, abbiamo infatti assistito, dopo secoli di sostanziale stasi, a un aumento netto della crescita tra il 1700 e il 1800, cui ha fatto seguito un’impennata fino alla prima metà del ‘900 e quindi una forte contrazione del tasso di natalità fino a raggiungere, nella maggior parte dei Paesi, tassi largamente inferiori a quello necessari all’equilibrio demografico, che è di 2,1 nati per donna. Se dunque in Europa, e in particolare in Italia, non solo la popolazione non aumenta ma diminuisce (il numero totale risulta sostanzialmente costante solo grazie ai saldi migratori positivi), a livello globale assistiamo già ora a un rallentamento dei tassi di crescita percentuali che, secondo le previsioni, e tale rallentamento dovrebbe aumentare ulteriormente nella seconda metà del XXI secolo per arrivare verosimilmente a una situazione di equilibrio nell’ultimo decennio considerato.

Se tuttavia, a livello globale, il testo di Antonio Fazio mostri che, numeri alla mano, non c’è motivo di pensare che nei prossimi decenni ci troveremo incapaci di affrontare le conseguenze economiche e ambientali dell’aumento demografico e che è molto probabile che alla fine del secolo in corso, quando secondo le proiezioni la popolazione mondiale raggiungerà quota 10 miliardi, tale aumento si arresterà, la situazione appare ben più preoccupante se ci si concentra sull’Europa e specificamente sull’Italia.

Le ragioni di tale allarme non riguardano certo un’eventuale crescita incontrollata della popolazione del Vecchio Continente e del Bel Paese ma al contrario, un suo progressivo spopolamento (essendo il tasso di natalità largamente insufficiente a garantire l’equilibrio demografico) e un suo conseguente arretramento a livello economico e tecnologico, con gravi ripercussioni, dovute all’invecchiamento della popolazione, sulla sostenibilità del suo welfare.

Antonio Fazio indica come possibili soluzioni di questo problema centrale per il nostro futuro due elementi, l’immigrazione (e la conseguente attenzione a una politica di integrazione dei migranti) e una più efficace politica di supporto economico alla famiglia. La possibilità di un’autentica integrazione però è connessa a due fattori: la ridotta percentuale dei nuovi arrivati sulla popolazione totale ( e dunque la loro lenta e graduale immissione nel sistema sociale di arrivo) e la forza culturale e identitaria della società in cui essi giungono. Una società di anziani, priva di valori e identità forti, come quella attuale dell’Europa non è in grado di assorbire, a livello culturale, l’arrivo di milioni e milioni di giovani islamici o appartenenti ad altri gruppi fortemente integrati e coesi (come ad esempio i cinesi) senza esserne radicalmente snaturata fino a scomparire da un punto di vista culturale come soggetto. Inoltre se è vero come appare empiricamente che all’aumento della popolazione segue un aumento della ricchezza e viceversa alla sua diminuzione segue un impoverimento generale dobbiamo aspettarci che nei Paesi da cui provengono i migranti si assisterà a una forte crescita laddove l’Europa sarà afflitta da una costante perdita di competitività e di ricchezza, (e anche questo processo ci sembra evidentemente in atto) e dunque i flussi migratori tenderanno a diminuire fino a scomparire o, addirittura, ad invertirsi, come è avvenuto per l’Italia dal dopoguerra in poi con Paesi come l’Argentina o il Brasile. Anche l’idea di poter intervenire con sussidi e sovvenzioni per la famiglia ci appare per certi versi troppo ottimistica, in quanto la scelta di mettere al mondo dei figli non dipende dalla possibilità di garantirgli i beni primari (possibilità che nella ricca Europa, anche dopo la crisi è sostanzialmente data) ma dal sistema di valori e dal modello sociale presente. In un sistema individualista e materialista come quello occidentale si tende a spostare sempre più in là la soglia di soddisfazione soggettiva dei propri bisogni, e a considerare “irrinunciabili” una serie crescente di merci e servizi che, fino a pochi anni prima, non erano neppure presi in considerazione dalla maggioranza delle persone. Dunque se la famiglia non è percepita come un fine ultimo irrinunciabile, cui sacrificare, se necessario, la soddisfazione di bisogni secondari, non si potrà assistere a un’inversione di tendenza e dovremo prepararci a invecchiare sempre di più e regredire sul piano economico e sociale.

A pensarci bene in tutto questo c’è qualcosa di paradossale, che ricorda la legge del contrappasso della Divina Commedia secondo cui un desiderio smodato di qualcosa si trasforma nel suo contrario.

Infatti  il materialismo e l’individualismo, che si sono imposti nella cultura europea, portano a una diminuzione progressiva della ricchezza al posto della crescita economica che è l’obbiettivo ultimo della società stessa nella visione materiale dell’esistenza, e a una sostanziale frustrazione dell’individuo stesso,  (mostrata dal livello epidemico delle patologie psicologiche e sociali, dell’abuso di sostanze stupefacenti, e di suicidi delle società occidentali) laddove la felicità dell’individuo, a prescindere da ogni altra cosa, è il presupposto valoriale dell’individualismo.

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 126 | Commenti: 311

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: