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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 10831 volte 07 maggio 2013

7 Il Nobel Robert Mundell, ovvero della scomparsa dell’economia reale e della paranoia monetaria

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Il diciassettesimo DVD della “collezione” de l’Espresso dedicata alla comprensione di  temi e problemi dell’economia contemporanea è affidato al  premio Nobel  per l’economia nel 1999, il canadese  Robert Mundell e ha per titolo “l’invenzione dell’euro”.  La motivazione del ricco premio elargito dalla Banca di Svezia  è  la seguente: “per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali.

In merito alla prima parte della predetta motivazione è lo stesso Mundell a ricordarci come il suo contributo risalente ai primi anni ’60 del XX secolo si distinse per aver mediato tra due correnti di pensiero che si contrapponevano in merito alla ricetta idonea a tirar fuori gli Usa dell’Amministrazione Kennedy dal problema di una recessione accompagnata da un persistente deficit della bilancia dei pagamenti.

Da un lato vi erano i “keynesiani” che proponevano una diminuzione  del saggio d’interesse  e un aumento della spesa pubblica, dall’altro i “conservatori” la cui proposta consisteva nel suggerire un aumento del saggio d’interesse e un aumento dell’imposizione fiscale. Tenuto conto degli ancora vigenti accordi di Bretton Woods e quindi del regime di cambi fissi, Mundell propose un aumento del tasso di interesse e un taglio della pressione fiscale ( vedi motivazione per il Nobel). Insomma un mix tra una misura  usuale  per raffreddare l’attività economica, quella dell’aumento del saggio d’interesse) migliorando la bilancia dei pagamenti ( minori importazioni al calare del reddito nazionale  e aumento dell’afflusso di capitali dall’estero) e una misura usuale per stimolare l’aumento del Pil quale quella del taglio delle tasse.

Data la contraddittorietà delle predette misure di politica monetaria e fiscale solo alla diversa  gradazione delle stesse  dal punto di vista empirico si poteva consegnare il risultato della ricetta,  trattandosi di contrapporre forze di direzione opposta e di intensità incerta. A ben guardare mutatis mutandis Mundell con il vincolo dei cambi fissi non ha fatto altro che  estendere a questo caso la logica del tutto empirica della “condizione Marshall-Lerner” in caso di tassi cambio flessibili ergo con  svalutazione della moneta. In tale ultimo caso  sono implicate due “elasticità” ( incrociate)  dagli effetti opposti: prevarrà la diminuzione delle importazioni o l’aumento delle esportazioni? Insomma risponderà  con maggiore intensità la domanda  dall’estero delle merci a più buon mercato  del paese che svaluta o la rigidità della dipendenza dall’estero   (le importazioni  ) del paese che ha svalutato? Insomma Mundell non ha fatto altro che scopiazzare dalla predetta formula  detta “Marshall-Lerner”, solo con qualche variabile e complicazione di calcolo  in più: al certo aumento dell’afflusso di capitali a fronte dell’aumento del saggio d’interesse,  gli effetti  di ciò sulla bilancia dei pagamenti via la bilancia commerciale dipenderanno dall’elasticità delle  domanda di importazioni conseguente l’aumento del Pil,  conseguente  a sua volta i tagli delle tasse e dalla diminuzione del Pil connessa all’aumento del saggio d’interesse che porterà una diminuzione degli investimenti. Insomma dato un certo aumento del flusso di capitali, sarà  la domanda dei  beni di consumo o  la diminuzione di quella dei beni di investimento a mostrare una maggiore o minore elasticità a seguito  rispettivamente dell’aumento  reddito disponibile conseguente il taglio delle tasse, o la diminuzione delle importazioni legate alla caduta dei beni di investimento e quindi del Pil conseguente l’aumento del saggio d’interesse? Tenuto anche presente che gli investimenti indotti sono funzione del previsto aumento della domanda. Questo rileva in relazione alla bilancia dei pagamenti. Circa la recessione  tutto dipenderà dall’aumento della domanda e dal calo/aumento  degli investimenti ovvero dalle elastìcità incrociate della domanda in risposta alla diminuzione del carico fiscale e dal calo/aumento degli investimenti rispettivamente per l’aumento del saggio d’interesse e dalla diminuzione della tassazione. Un risultato decidibile solo ex post e su basi assolutamente empiriche. Con un aspetto trascurato sia da Mundell che dal Comitato dei Nobel per l’economia circa gli effetti sul Pil sul più lungo periodo. Nel caso che la componente consumi prevalga o meno su quella su i beni di investimento. Nel breve le due poste si equivalgono come componenti del reddito nazionale,certamente non è così a più lungo andare.

 Per quanto attiene il contributo di Mundell sulle “aree valutarie ottimali” ( seconda parte della motivazione del ricevuto Nobel),  la cosa ove mai possibile è scientificamente  ancor più miserella del precedente “contributo”. Dopo una ricostruzione non poco autocelebrativa  ( dove si tirano  in ballo relazione altololocate con De Gaulle e dissensi circa le prime formulazioni in proposito da parte di James Meade e Milton Friedman vis-à-vis il giovane Mundell) questi  ci riferisce di essere pervenuto alla sua formulazione definendo “area valutaria ottimale”  quella che in presenza di una sola valuta sottenda un territorio ove sia massima la mobilità dei fattori, segnatamente del lavoro. Infatti se nelle prime  esercitazioni di Meade e Friedman sollecitate dalla nascita del Comunità Europea con il trattato di Roma si puntava su cambi flessibili onde avere uno strumento di intervento tramite svalutazione  da parte dei singoli Stati aderenti alla nascente Comunità Europea per riequilibrare eventuali squilibri delle loro bilance dei pagamenti onde salvaguardare la occupazione, per Mundell al mantenimento dei livelli occupazionali   nel contesto predetto  avrebbe sopperito in presenza di una unica valuta la mobilità dei fattori  e del lavoro in particolare ovvero la sua libera circolazione nell’area del libero scambio. Insomma da qui l’embrione essenziale del futuro euro sulle cui attuali disavventure Mundell ci dice che  una più lunga coesistenza di valute nazionali con l’euro nella formazione dei prezzi oltre a una più rigorosa normativa in tale fase in materia di deficit e debito dei singoli Stati sarebbe stata opportuna onde evitare in seno ai Paesi meno virtuosi  di approfittare della moneta comune per aumentare spensieratamente l’aumento della spesa pubblica dando così luogo alle difficoltà in cui sono incorsi poi i PIGS.

 

Non ci sarebbe altro da dire sulla lunga narrazione cui Mundell sottopone i suoi ascoltatori,  che ad altro non si riduce che a una lunga carrellata di ricordi che lo vedono protagonista  o almeno co-artefice  a suo dire  dei maggiori successi in materia di politica monetaria e fiscale almeno sino ai trionfi della  Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan in Usa. La coppia predetta avrebbe infatti risolto i problemi della recessione e dell’inflazione  che in coesistenza  avrebbero caratterizzato l’abbandono dei tassi fissi con la fine del sistema di Bretton Woods   (che ha fatto seguito alla dichiarazione di incontrovertibilità del dollaro il 15 Agosto 1971 da parte di Nixon) lungo tutti gli anni ’70 del secolo scorso a partire dal  1973  a causa del successivo  quadruplicarsi del prezzo del petrolio. Mai che Mundell a tal ultimo proposito parli di stag-flation  come irrisolta sfida teorica  per la “scienza economica ufficiale”  e del connesso dilemma cornuto che lo ha preceduto in riferimento al successivo inclinarsi della “curva di Phillips”  nel tempo a partire dall’insorgere del “male inglese”  annunciatosi verso la fine degli anni ’60:  via via più inflazione per una unità in più di occupazione o aumento  crescente della disoccupazione  per un punto di aumento del livello generale dei prezzi? Nominatosi insieme a Laffer e altri  fondatore della supply  side economics  applicata poi da Reagan  e  dalla Thatcher, Mundell ne prolunga poi i benefici sino all’insorgere della crisi  attuale che egli attribuisce innanzi tutto alla fine dei cambi fissi e al tramonto progressivo del dollaro come moneta universale di riserva.

 Quella delle virtù dei cambi fissi per la stabilità economica mondiale  è una vera fissazione da parte di Mundell che in ciò si rivela una vittima della totale mancanza di comprensione da parte di Keynes dell’ubi consistam della dinamica capitalistica che riposa interamente nella incessante tendenza al mutamento delle tecniche produttive di cui la dinamica dei prezzi è stringente conseguenza,  insieme alla connessa esigenza di esportare tramite il commercio mondiale in senso neomercantilista  la  altrettanto sottesa crisi da squilibrio della dinamica accumulativa all’interno dei Paesi innovatori ( la costante pulsione a tecniche labour saving altera l’interscambio domestico  tra settore dei beni di consumo e beni di investimento) scaricando  la  potenziale crisi sui propri partner commerciali meno innovatori ( da  cui consegue come abbiamo altrove dimostrato la spiegazione possibile del paradosso di Leontief).

 Non meno miope è la sottolineata fiducia verso la concezione cartalista della moneta versus  la sottostante presunta sindrome crisoedonistica  dei regimi a  moneta aurea. Questo è un  altro deletereo  topos ereditato da Keynes. A tal riguardo la visione esclusivamente panmonetaria della intera economics da parte di Mundell  raggiunge livelli inauditi.

   Infatti largamente post festum  il Nobel canadese ci fornisce la sua  stravagante teoria della grande crisi del 1929. La causa di questa tragica esperienza sarebbe consistita nel ritorno all’oro dopo la fine della Prima Guerra Mondiale: da parte della Germania nel 1924, da parte della  Gran Bretagna nel 1925 e della Francia nel 1926 ( gli Stati Uniti avrebbero mantenuto il Gold Standard fino al 1930). Dunque la grande crisi deflazionistica non  sarebbe stato altro che l’altra faccia del rivalutarsi imponente dell’oro a seguito dell’impennarsi della sua domanda!  Una vera barzelletta, che non fa i conti (tra l’altro)  con la  costanza del fenomeno  delle crisi di sovrapproduzione assoluta  in ogni tipo di regime monetario, dove quindi l’oro risulta innocente anche agli occhi di chi non sa nulla di economia. Per non dire dell’”innocenza”  della moneta tout court   nell’ambito del fenomeno delle crisi cicliche, come richiede la soluzione del “paradosso di Mill” secondo cui della importanza della moneta ci si accorge solo in presenza delle predette crisi. Paradosso della cui  esistenza la visione panmonetaria di Mundell neanche  può avere il sospetto . Visione panmoteria, ancora, che ha l’ardire di affidare la soluzione dei problemi economici contemporanei iniziati nel 2008  all’adozione di una unica moneta universale ( dove dunque non si ha variazioni dei tassi di cambio ex definitione)[1]. Soluzione   che Mundell vede con qualche pessimismo in quanto implicante la fine dell’egemonia del dollaro e nella riluttanza da parte delle arre valutarie attuali  a perdere l’autonomia della propria politica monetaria. Peccato originale nei confronti della palingenetica “soluzione” mundelliana ,  storicamente argomentato visti i precedenti  enumerati da Mundell  stesso,  che quindi non può che considerare la sua teoria dell’area valutaria ottimale  alla scala globale come unica panacea percorribile  almeno in linea di principio per la salvazione finale da ogni crisi ciclica.

Come dire après moi, le déluge! Con buona pace di questo  ottuagenario che il tempo  ha reso un clone quasi perfetto di Roger Moore,  non dimenticato 007 la cui saga dovuta allo scrittore Jan Fleming è meno mirabolante delle res gestae scientifiche narrateci  autobiograficamente da Robert Mundell in prima persona. Un’altra “perla” insomma della “collana”  de l’Espresso,   che conferma  uno dei peggiori dogmi della “società dello spettacolo”, decretandone la totale inconsistenza di senso: “ poco importa cosa si dice, risultando importante chi lo dice” .

PS

Ripensandoci solo un po’:  come conciliare l’idea delle l”aree valutarie ottimali”,  dove non si darebbe  ragione di crisi per l’adozione dell’abracadabra “cartalista” mundellian-keynesiano ( senza oro fine delle crisi capitalistiche),  con l’affermazione che in tali aree  le crisi non creerebbero problemi occupazionali grazie alla perfetta “mobilità” dei fattori?  Se ne ricava che la p teoria di Mundell  delle crisi stesse non stia minimamente in piedi potendosi presentare anche in presenza del suo esorcismo risolvente  alla radice la loro causa

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




[1] Dunque  non ci sarebbero stati problemi di occupazione in Occidente, per esempio nella crisi attuale,  in presenza della ricetta di Mundell in termini di  una unica area valutaria  ottimale con una moneta universale: l’importante per i lavoratori  greci, spagnoli ,irlandesi e italiani di trasferirsi in Cina o in  Corea del Sud, o in Brasile o in Sud Africa  cancellando il solo concetto di passaporto!  Mundell,  in verità un autentico cosmopolita,  confonde il suo status di volontario  viaggiatore privilegiato  con quello  dei vecchi e  dei potenzialmente nuovi boat people.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 478

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