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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 14214 volte 07 maggio 2013

6 Il Nobel Michael Spence su “Il modello economico dei Paesi emergenti” , o della “crème” di una “scienza” in disarmo

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Senza appunti in mano e con professionalità patentata adatta  a uditori elitari, Il Nobel Michael Spence  prima ancora di entrare nell’argomento della sua “lecture”  fornisce le notizie riguardanti la materia per la quale è stato insignito del massimo riconoscimento scientifico che corona la carriera di un economista, il Premio Nobel,  appunto.  Premio Nobel che,  non previsto dal fondatore dell’omonimo  alloro,  è stato istituito motu proprio  dalla Banca di Svezia con fondi propri,  ancorché  una tale iniziativa  sia stata contestata in sede giudiziaria  ( circostanza costantemente censurata in ambito accademico e mass-mediale) e  sin qui inutilmente dall’unico legittimo erede dell’inventore della dinamite.

 La circostanza è rilevante perché  Spence fa parte di una lunga schiera di economisti impalmati con il Nobel grazie ai loro contributi su quel  filone di ricerca che,  senza averne coscienza alcuna,   continua ad alimentare  la rovinosa china  inaugurata dal ruolo delle  “aspettative “ e dalla conseguente ”incertezza”  nella teoresi della economics  a opera di John Maynard Keynes con la sua fin troppo  celebrata General Theory ( GT ).

 Chi ha la bontà di leggermi sa di cosa parlo a tal ultimo proposito, risultando l’argomento  di imprescindibile rilevanza nella mia annosa  e radicale critica a Keynes e alla Macroeconomia  e quindi alla stragrande parte della   letteratura che  si ritiene abbia “arricchito” la “scienza economica”  negli ultimi ottanta anni. Per non volermi ripetere riassumo i termini  essenziali della questione.

Dinanzi all’ennesima crisi ciclica a  cui  è soggetto  il capitalismo sin dal suo sorgere  e  che nella circostanza raggiunse intensità  e durata   da record  a partire dal 1929  per risolversi in buona sostanza solo con  la logica delle economie di guerra   con il deflagrare del  Secondo Conflitto Mondiale, Keynes  si sentì chiamato a  far uscire la “scienza economica” dal non più sopportabile scandalo  scientifico che  vedeva la dottrina ufficiale  negare la possibilità stessa delle crisi e di quel loro  corollario che Keynes stesso ebbe a definire “lo scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”, ovvero,  la ciclica  disoccupazione involontaria di massa. Il fulcro  della predetta dottrina consisteva, inter alia,  nell’inammissibilità dal punto di vista analitico di un risultato “irrazionale” sul piano dell’intero sistema economico,  una volta ipotizzata la “razionalità” massimizzante dei soggetti economici ( rational choice),  segnatamente nella configurazione funzionale dei singoli  imprenditori,  che comporta la ottimizzazione dal punto di vista della produzione solo e soltanto in coincidenza con il pieno utilizzo delle risorse ( tra cui il lavoro)  disponibili.  Infatti,  se ogni unità produttiva dà luogo alla massima occupazione,  questo risultato non può che confermarsi a livello di sommatoria delle singole  imprese. Insomma  all’ottimo atomistico  e alla sua sottostante “razionalità” ottimizzante non può che corrispondere la “razionalità” ottimizzante a livello dell’intera economia.

Keynes nell’accettare il postulato di “razionalità”  nel senso visto e  posto a base della condotta della singola impresa e a caposaldo della “Microeconomia”  ne rifiuta però il corollario a livello dell’intero sistema economico  o a livello “macroeconomico”,  facendo della “Macroeconomia” una disciplina a sé stante i cui equilibri e performances  verngono quindi indagati con approccio e metodologie autonome rispetto a  quelle  implicanti la massimizzazione dei risultati e delle relazioni funzionali che intercorrono tra  i “grandi aggregati” che la definiscono ( Risparmi/Consumi, Investimenti,Domanda globale, Offerta globale,  con  esplicito risalto  analitico alle variabili che presiedono all’Offerta/Domanda di moneta e altezza del saggio d’interesse ecc.).

In sintesi estrema con Keynes prende vita lo schizofrenico e irriducibile dualismo tra Microeconomia e Macroeconomia fondato sul così detto “errore di composizione”  per il quale il “tutto” ( a livello macroeconomico) è diverso e in generale inferiore alla somma delle sue parti ( quali si danno a livello microeconomico ).

La si metta come si vuole,  con l’autonomizzarsi della Macroeconomia  come disciplina economica a sé, Keynes rinuncia al  postulato di “razionalità” su cui è fondata la Microeconomia. E poiché  l’” errore di composizione” che ne prende l’equivalente valore di posizione  di postulato fondativo della Macroeconomia equivale a quello di “non razionalità” o  “irrazionalità” ( a ciò dovendosi assimilare il concetto logico di “errore”)  a sua volta sotteso al concetto di “aspettative” e al loro manifestarsi in generale in termini di “incertezza”  - da far risalire al comportamento  non ottimizzante degli agenti economici,  rilevabile solo  ex post il manifestarsi di un generale equilibrio di non piena occupazione –  è del tutto evidente come l’intero impianto epistemologico della Macroeconomia venga  a  riposare sull’assunto di una delle più  banali  “fallacie” della logica formale ( o matematica): l’ipotesi ad hoc. Ipotesi ad hoc che per la sua valenza logico-matematica di ipotesi falsa comporta la “falsità” delle tesi che da tale ipotesi discendono,  incorrendo nella scure della “legge di Duns Scotus” per la quale “ex falso sequitur quodlibet”: da ipotesi false si può far discendere qualunque conclusione; ergo tali conclusioni non sono logicamente sostenibili.

 Ora,  poiché il concetto di “razionalità” non è  logicamente divisibile,  ogni sua attenuazione  (al ribasso)  equivalendo  a” irrazionalità”;  e se inoltre  alla “razionalità” si assimilano,  come è lecitamente  d’uso nella scienza economica,  nozioni come quella di “informazione perfetta” e,  implicitamente,   informazione simmetricamente distribuita tra  i soggetti economici; allora  appare ovvio come l’intero filone di pensiero che ha fatto seguito alla GT (   anche dopo il suo “ufficiale” superamento come teoria mainstream)  che di volta in volta si è basato sull’assunto di “informazione imperfetta”, “informazione asimmetrica”, “razionalità limitata” et hoc  genus omne, ha finito per contaminare in senso fallimentare sul piano logico la teoria economica  fino ai nostri giorni, teoria  la cui stragrande parte  è appunto caratterizzata dal filone di pensiero appena visto.

 

Tutto ciò era da premettere per comprendere come la pomposa presentazione di Michael Spence,  che inaugura il suo DVD -   tesa a ricordarci che il suo Nobel per l’economia ( premio  condiviso nel 2001 con George Akerlof e Joseph Stiglitz) lo si deve al suo contributo alla “teoria dell’informazione”  (asimmetrica ) e alla sua teoria della “segnalazione” –  non sia proprio materia per giganti del pensiero. E come il Gotha della “scienza economica” – il Premio Nobel in tale disciplina è per grandissima parte determinato attraverso il  giudizio cooptante dei precedenti premiati – riveli lo stato di pessima salute del relativo “stato dell’arte”.

 D’altronde anche la semplice mobilitazione delle cellule grigie che dovrebbero caratterizzare il giudizio critico  accoppiata a una qualche dose di  humor potrebbero supplire al più  “informato” discorso del tipo del tutto eroicamente  appena ricordato per sommi capi.

Sempre nella lecture in esame   si vuole esemplificare  a proposito del contributo di Spence che gli è valso il Nobel. Si prende a tal proposito in prestito il mercato delle automobili usate “immortalato” dal co-vincitore ( sullo stesso filone di ricerca ) del Nobel a Spence, George   Akerlof nel celebre articolo The Market of Lemons ( Il mercato dei bidoni). Qui come è lapalissiano v’è definitoriamente “asimmetria informativa” tra venditore e compratore. Il primo sa sullo stato di usura, incidenti pregressi,  affidabilità, sicurezza, chilometraggio vero e infine “speranza di vita” della vettura da vendere  tutto ciò che il potenziale compratore ignora.  Un  mercato siffatto è sempre definitoriamente un mercato imperfetto  che non può massimizzare l’utilità dei suoi agenti contrapposti lontano come è a tal ultimo fine dall’assetto di perfetta concorrenza che per funzionare in modo efficiente richiede la perfetta conoscenza dal lato della offerta e della domanda.  Ebbene, il “geniale” contributo di Spence  consisterebbe nella formulazione del concetto di “segnalazione” che nello specifico del mercato delle auto usate di Akerlof definisce “segnalazione” ogni input informativo trasferito dal venditore al compratore. Il “sorprendente” corollario di una tale nozione comporterebbe  che se la “segnalazione” raggiungesse il suo massimo valore con il trasferimento dalla parte più informata all’altra meno informata di tutti i dati tesi a colmare il gap di informazione iniziale,  allora si passerebbe dall’”informazione asimmetrica”  a quella simmetrica o perfetta, con tanto di ottimizzazione da ambo i lati del mercato.

Vediamo un po’ a cosa può assimilarsi il “contributo” della teoria in discorso e per estensione all’intero suo filone di ricerca che continua negli anni a seminare Premi Nobel a gògò.

Si darebbe un  supposto Nobel in geometria a chi ritenesse che in realtà il mondo non è bidimensionale come si suppone nello spazio euclideo   e che quindi non si dà   nella realtà un immenso e unico deserto senza spessore alcuno, aggiungendo a un tale contributo la “segnalazione” di elementi orografici che raggiungerebbero la perfetta rappresentazione della realtà attraverso l’aereofrotogrammetria o altra tecnica fondata sulla presenza di satelliti geostazionari? La domanda è retorica e come tale contiene in sé la risposta.

Vediamo cosa ci riserva Spence sul tema centrale  della sua lecture. Una sostanziale apologia della Globalizzazione,  non priva di una sottesa contraddizione che suggella anfibiolicamente  la conclusione del DVD  in esame. La apologia consiste nella constatazione meramente statistica dell’inclusione  dopo la Seconda Guerra Mondiale di molti Paesi – con il loro retroterra di miliardi di abitanti –  tra cui spiccano i Brics dopo l’affermarsi delle “Tigri asiatiche”,  nel fenomeno dello sviluppo economico ( specie dopo gli anni ’80 del secolo scorso )   con ritmi di crescita che preludono a un più o meno prossimo aggancio  (catching up ) dei Paesi di più antica industrializzazione che hanno nel contempo assunto ritmi di crescita  decisamente bassi quando non anche stagnazionistici. Si cita a tal proposito la recessione in area euro di alcune nazioni a seguito della crisi che ha colpito l’intero Occidente a partire dal 2008,  non andando oltre la indicazione del fatto che lo sviluppo capitalistico è marcato da sempre da una morfologia ciclica.

Nulla viene detto a tal ultimo  proposito,  così come non si apre neanche alla possibilità che  la peste che ha colpito   i più antichi Paesi ex industrializzati sia l’altra faccia  del successo  degli ex Paesi in via di sviluppo. E ciò non senza sottolineare il pericolo che il “miracolo economico” di questi ultimi troverà un sicuro limite nella “trappola del reddito medio”: il fatale elevarsi dei salari in ragione delle crescenti e durature performances  dei “Paesi emergenti”  fondate sui bassi salari. Il modello di sviluppo  di tali nazioni  fondato sulle esportazioni,  ci viene detto,  non può durare per sempre,  specie alla luce  della caduta della domanda mondiale da parte delle ex “metropoli” capitalistiche afflitte dalla sindrome stagnazionista. A quel punto di stallo dello sviluppo a livello globale è l’intera assenza di teoria che Spence denuncia con candore,  comprese  le  gravi conseguenze sul futuro sia delle ex potenze industriali che dei Paesi che ne avranno successivamente condiviso la fatale dinamica. Eppure lo stesso Spence non manca di lanciare l’allarme sull’insostenibilità per la Terra di un indefinita logica di crescita: uno stock limitato di risorse non può alimentare un processo che ne richieda una quantità infinita nel tempo. Ma anche qui  si tratta di allarmi slegati tra loro,  ancorché il nesso sia indissolubile e ponga all’ordine del giorno il  non più rimandabile problema di un diverso modello economico che non sia evidentemente il capitalismo,  per il quale ogni moderazione  per non dire  ogni fermata della sua logica accumulativa è letteralmente inconcepibile;  come è inconcepibibile ogni  mediazione tra quella logica e le leggi della termodinamica che governano la irriproducibilità della quantità  definitoriamente limitata delle risorse su cui può contare la “navicella Terra”.

 Ma Spence conclude fiducioso che la “scienza economica” finirà per trovare il paradigma necessario per conciliare l’inconciliabile. Ne invidieremmo l’ottimismo,   qualora non fosse talmente infondato da ignorare che la stessa teoria economica,  sin qui basandosi sulla superstizione di un mondo retto dalle leggi della  fisica newtoniana con la reversibilità  quindi di ogni processo materiale ( da qui l’ebete e prescientifico  principio dell’ “inquinatore pagatore” ),  non sia stata neanche capace di venire a capo dell’unica sfida che da sempre la vede perdente: la spiegazione e quindi la vera cura   del ciclico  “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”. Su cui sappiamo non c’è Nobel che salvi gli economisti dal rimuovere  plausibilmente la questione. E Spence naturalmente non manca  su ciò a sua volta di fare lo gnorri.

Come sperare  che un giorno la “scienza triste” troverà ricette opportune per i problemi appena visti quando dinanzi all’evidente  e sonoro fallimento della Globalizzazione si è  paralizzati in modo fideistico   sulla base della teoria ricardiana del presunto  reciproco guadagno fra partner che scambino sul mercato mondiale  in regime di free trade , un falso teorema vero architrave e alibi scientifico della Globalizzazione  divenuto nel tempo un intoccabile dogma?  E questo è vero anche per la libertà di movimento delle persone in epoca di Globalizzazione: siamo proprio certi che il presumibile   lauto salario del professor Spence arrualato nel corpo docente della italica Bocconi sia un affare oltre che per lui per gli studenti italiani che beneficeranno dei suoi insegnamenti? Anche questa è una domanda retorica  a cui per eleganza stilistica non si risponde,  risultando fragoroso e inequivoco  il silenzio  che ne consegue  alla luce di quanto abbiamo in questa occasione  avuto modo di argomentare.  

Anche nel caso di Michael   Spence   infatti , come ho avuto modo di proporre per altri economisti insigniti del presunto  massimo riconoscimento  scientifico internazionale,  sottoporrei  a sottoscrizione l’appellativo di “SNOB”,  acronimo che sta per “Sine Nobelitate”,  teso a sollecitare,  almeno  simbolicamente,  la restituzione della somma resa disponibile dalla Banca di Svezia con modalità poco cristalline in sede di diritto e sicuramente ancor meno giustificata  per quanto riguarda i contenuti scientifici accreditati  attraverso il premio intestato allo scienziato norvegese . Le cattive teorie economiche a livello sociale non sono  infatti meno pericolose della dinamite utilizzata a fini bellici. Come i fatti,  per l’ennesima ciclica volta, dimostrano dinanzi allo tsunami della grande crisi contemporanea.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 313

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