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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 14745 volte 07 maggio 2013

4 Adam Smith e la nascita dell’economia moderna (o della favola di Alessandro De Nicola)

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Confesso che solo da poco mi sono accorto che i DVD che vado considerando sono contrassegnati (in corpo minore),  tra l’altro,  dalla dicitura “ racconta” che segue il nome dello studioso di turno. Cattiva scelta editoriale,  in quanto gli argomenti scientifici non si “raccontano” se mai si espongono. Eppure nel caso di Alessandro De Nicola  che tanto insiste nella sua esposizione nell’attribuire ad Adam Smith la scoperta del seminale principio delle “conseguenze inintenzionali”  ( ci chiediamo se De Nicola abbia mai sentito parlare di “eterogenesi dei fini”) –  che costituirebbero   l’imbattibile pilastro della dimostrazione della fallimentarietà  di ogni teoria che volesse sostituire alle meraviglie del laissez-faire le certe macerie di un’economia pianificata -  il verbo “narrare” “inintenzionalmente” dal punto di vista editoriale   si adatta alla perfezione,  risultando semanticamente insostituibile nel caso delle “favole” di cui quella di De Nicola  riguardante Adam Smith è un autentico caso di specie. Della “favola” nel nostro caso vi sono tutti gli ingredienti: l’ “eroe” alias  delegato del “Bene”, Smith e il capitalismo;  il “drago”, il “Male” e Marx il “cattivo” da abbattere con  il socialismo-comunismo; il “lieto fine”, il trionfo del capitalismo e la caduta del “comunismo”, ovvero la “fine della storia” per dirla con Francis Fukuyama. Il tutto evidentemente concepito con la  “licenza letteraria”che fa della “favola”, appunto una favola: il trionfo della fantasia sulla realtà!

Daremo più oltre una bastevole e sommaria  base alla  tesi di una nostra incursione  nella” letteratura per ragazzi”, qui una qualche giustificazione per una tale scelta. Il De Nicola fondatore e presidente della Adam Smith Society da qualche tempo impazza sui media. Scrive sull’Espresso e La Repubblica, è intervistato con assiduità dal TG3 ecc,ecc. Vuoi vedere, mi son detto,  che nella sterminata pubblicistica sull’illustre illuminista scozzese mi son perso l’emergere e l’imporsi  di uno studioso a me sconosciuto? Naturalmente  non ho potuto che trovar conferma al malcostume per cui  i media lanciano e/o  sfoggiano secondo criteri da “società dello spettacolo” ormai decaduti  a criteri da cattivo  avanspettacolo.

Cominciamo da una circostanza che da sola dovrebbe bastare  a fare bocciare  il contributo di De Nicola  quale  studioso di Smith in una tesina di laurea all’università albanese che ha laureato dietro compenso  “Trota” Bossi. Il De Nicola parte subito con il piede in fallo ponendo in lineare continuità la Teoria dei sentimenti morali con  La ricchezza delle nazioni,  pur essendo noto a chi si avvicini pur  per la priva  volta alla materia in oggetto  il così detto “Adam Smith Problem”: nella prima e precedente delle predette opere Smith affiderebbe all’altruismo che sussisterebbe tra gli umani  le meraviglie economiche  conseguenti le loro scelte  nell’ambito dell’operare dei  mercati affidati alla libera concorrenza  e al laissez-faire. Nella seconda e più nota delle due predette opere Smith invece affiderebbe all’egoismo ( self interest) le  conseguenze inintenzionali” che conducono al migliore risultato economico in termini sociali. In tal ultimo caso dovendo evidentemente sostituire all’antropologismo dell’umanità altruista la teologia della “Mano invisibile”,  metafora del concetto di “Provvidenza”. Come può ben intendersi una autentica  e non argomentata radicale  frattura di paradigma  sarebbe alla base dei due libri di Smith.

Il laissez-faire non è di Smith ma della precedente scuola fisiocratica francese. Smith se da un lato mostra le meraviglie della divisione del lavoro non di meno ne mostra i sicuri  pericoli sottesi in termini di istupidimento dei lavoratori. Circostanza quest’ultima neanche sospettata dal De Nicola  che lo  porta evidentemente a fare l’apologia della Globalizzazione. Ponendo peraltro la divisione del lavoro al centro del concetto di scambio e del sotteso processo di  conoscenza implicato negli scambi, il Nostro cantastorie  nell’ignorare il “warning” di Smith a tal proposito ignora completamente il problema dell’oggettivazione e dell’alienazione che prima del facilmente liquidato Marx è sviluppato da Hegel,  non proprio un campione del pensiero rivoluzionario. Alla radice di ciò la evidente confusione tra la divisione del lavoro precapitalistica e quella capitalistica. Dove non solo è lecito  ravvisare nella prima addirittura un  “ingenuo” operare di una economia di piano  insieme a una sana dialettica della conoscenza attraverso gli scambi,   fenomeni stravolti e trasformati nella loro negazione,  anonimità e pericoli di sovrapproduzione/sottoproduzione di merci e alienazione e istupidimento nella estrema  divisione del lavoro  sotto la pressione della libera concorrenza nel capitalismo . Insomma  si ignora totalmente la naturalità del processo economico finalizzato ai valori d’uso e il suo radicalmente opposto processo economico finalizzato alla massimizzazione del valore di scambio ( profitto). Circostanza confermata dall’unico neo che De Nicola riscontra, pour cause, in Smith: l’adesione ( comune a tutti i classici) alla teoria del valore lavoro  matrice del marxismo e dal fallimentare filone del pensiero socialista-comunista, risultando i neoclassici –  i veri eredi dell’economista di Kirkaldy e padre   dell’economia moderna  – con la loro sana teoria del valore utilità : valore d’uso delle merci dove il loro valore di scambio sarebbe affidato alla legge della domanda e dell’offerta.

Con il predominio assoluto della linea di pensiero che da Smith arriva a Hayek e Friedmam-Lucas nel mondo scientifico e la scomparsa del comunismo dal panorama internazionale ci sarebbe poco da aggiungere su questo mondo visto come il migliore  mondo possibile, così  finisce oggettivamente l’apologo di De Nicola.  E con tale  aura festaiola lasciamo il presidente della Adam Smith Society,   semplicemente esterefatti  nella certezza che nel nostro caso la divisione del lavoro intellettuale avrebbe dovuto convincere gli editori  a lasciare il De Nicola alle migliori fortune che lo assistono come avvocato,  bastando nel campo della “scienza economica” le amenità degli economisti di professione. L’inascoltato suo Smith in chiave di virtù connesse alla divisione del lavoro  la dice lunga sulla “profondità” della esegesi  di Smith da parte  del suo malamente accreditato  pontifex maximus  in salsa massmediale italiota. Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 266

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