Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13591 volte 07 maggio 2013

3-Politiche per la crescita (ovvero, perché schivare Schivardi)

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Il terzo DVD –  il dodicesimo sui 23 previsti da L’Espresso nella collana “Capire l’economia”- che ho preso in considerazione  ha come titolo “Le politiche per la crescita”  e il suo autore è Fabiano Schivardi  professore di Economia Politica della LUISS.

In questo caso è la rilevanza dell’argomento trattato ad avermi indotto alla scelta,  risultandomi ignoto il suo relatore che risulta essere un ex bocconiano  che ha conseguito in USA il suo PHD come da qualche decennio è vogue onde poter aspirare,  come nel suo caso,  a una cattedra nel   Paese d’origine ( e “colonia” USA)  ,  evidentemente ritenuto  non in grado di competere quanto  a prestigio con   titoli accademici rilasciati con marchio a stelle e strisce. Si tratta in realtà  di una fable convenue, un po’  come il certificato antimafia. Guai a non averlo,  ma se lo hai  non  è detto che tu non sia mafioso. Così è per le cattedre universitarie in Italia dove i migliori  aspiranti “mafiosi” sono cooptati da “cupole” intoccate da decenni  di potere incontrastato che alla fine ha condotto l’ex “Bel Paese” alle sogli del precipizio economico ( su quello morale avendo provveduto altri raggruppamenti accademicamente accreditati). Basti pensare ai risultati miserrimi del meglio del campionario made  in Bocconi rappresentato dal  tanto celebrato quanto tecnicamente sguarnito Mario Monti.

 In Usa non si licenzia  affatto migliore “scienza economica” che altrove, avendo la  “scienza triste” molto poco di buono da  disseminare,   per aver raggiunto a dimensione universale  un raro livello di irrilevanza scientifica ancorché pomposamente agghindata con pretenziose vesti matematiche. Notoriamente in grado di permettere agli economisti  di essere molto precisi ( nel migliore dei casi)  non sapendo però  su cosa! E questa montagna di sabbia  più che di facile replicabilità  in sede “scientifica” permetterebbe di parlare di clonazione a mezzo  media, “freddi “ ( McLuhan)   tanto da rendere del tutto indifferente  (per i discenti ) chi la insegni e dove la insegni. Insomma si equivocano i flâneur della scienza con  esploratori  della scienza tramutata ormai  in un  raccolta di mantra  della economics a sua volta posta a pilastro del “pensiero unico”.

Per farla breve il succo delle politiche per la crescita per Schivardi consisterebbe nella (falsa) mediazione tra i  soggetti alternativi  cui affidare la crescita stessa: Stato/mercato. Al primo spetterebbe il compito di provvedere alla migliore cornice entro cui il secondo possa ottimizzare la performance del PIL. Dove la “cornice” o “contesto” consisterebbe nella fornitura delle migliori  infrastrutture, della migliori condizioni per la  formazione del “capitale umano”, nella migliore organizzazione nella gestione della giustizia dove il principio della certezza del diritto  riduca quanto più è possibile la “incertezza” ( inconscio letale residuo del lascito di Keynes) che caratterizza l’operare degli agenti economici e segnatamente di quelli che presiedono all’attività di investimento. Questa ricetta, dal sapore volutamente salomonico,  è fornita a conclusione di una “obiettiva” disamina storicoo-dottrinale sia dei “fallimenti di mercato” che dei “fallimenti dello Stato” nel farsi attore economico in prima persona. Ma questa disamina che si concluderebbe  con il punto di vista “moderno” non è che la sottaciuta  riscoperta  del più vecchio dettame del liberal-liberismo risalente alla sua più vasta formulazione da parte  di Adam Smith  e che la stessa tradizione liberale  condensa,  in riferimento ai compiti dello Stato, nel bon mot: “to hold the ring[1]

 

Per il resto il facile didascalismo  cui si affida Schivardi nasconde i peggiori pericoli di uno stato dell’arte dato per scientificamente evoluto nel mentre esso è  di fatto fallimentare. Dove il fallimento  si maschera dietro la presunta neutralità di  definizioni e strumenti  invece pregni di nascosti o rimossi contenuti.

L’inizio è invero esemplare in tal senso,  dove si scinde immediatamente la crisi attuale definita “congiunturale”  – con l’ausilio grafico dei cicli economici e della loro tassonomia recepita esplicitamente dallo Schumpeter dei Business Cycles – dai problemi  “strutturali” di più lungo periodo di cui invece si interesserebbe  la teoria delle politiche della crescita. Quindi si  autorizza scientificamente a derubricare la peste attuale  in quanto crisi della Globalizzazione, a sua volta posta a proscenio permanente dell’economia mondiale,  a malanno endemico curabile con  quel po’ di interventismo a tutti noto e consistente nella “socializzazione delle perdite” a cui i liberisti son pronti in caso di bisogno a  fare appello  facendo  “interferire” lo  Stato nel “mercato”  ad usum delphini.

 

Nonostante la citazione di Schumpeter a proposito delle crisi cicliche si fa strame della sua eredità  e di tutti gli studiosi che si sono a lungo interrogati su una tale problematica che esaurisce per gran parte lo stesso ubi consistam della “scienza economica”  esaurendone il mai fondato capitolo di patologia economica. Si liquida infatti il problema ricorrendo  a quanto si è imposto alla fine alla “scienza triste” in materia,  che a mo’ di resa implicita  sul piano scientifico ha “risolto” la questione rimuovendola,  attribuendo a “shock”  esterni ( “autonomi”,  di cui è vano chiedersi causa e origine)  ogni momento di crisi  dell’altrimenti armonico svolgersi della logica dei mercati.[2] Naturalmente senza che  ci si chieda come si possa  attribuire a un fenomeno casuale  ( random )  un  suo atteggiarsi ciclico  ( poco importa quanto  più o meno regolare) che nega alla radice ogni sua possibile causa  interveniente con modalità asistematica  e casuale. [3]

Non v’è chi non veda  come dietro la  impostasi non-teoria  degli shock  si sia celebrato il trionfo della fallacia logica dell’ipotesi ad hoc, trionfo che dovrebbe indignare qualunque debuttante nel mondo dell’homo sapiens. Peraltro,  se avendo fatto cenno acriticamente  alla tesi dell’esistenza di cicli economici secolari ( sulla cui esistenza  peraltro Schumpeter si è non poco compromesso) e si è detto che solo a livello anticiclico è ammissibile un intervento statale a sostegno della domanda e del reddito nel mentre sul lungo periodo provvederebbero i soli mercati con lo Stato solo tenuto a “to hold the ring”,  ci vuol spiegare Schivardi se  per  caso egli non suggerisca che  per giudicare  della fondatezza dell’armonia dei mercati self adjusting  e relativi “miracoli” si debbano attendere i millenni? Visti gli esiti del capitalismo sin qui non si può escludere che una sua  possibile giustificazione  esiga l’aggiunta,  tra le unità di misura temporale  cui ricorre la economics, di  quella dei “tempi biblici”.

Sia come sia,  Schivardi si libera,  non senza “shockarci”,  con il ricorso agli shocks  di ogni questione legata alla attuale immane crisi  per illustrarci la “moderna” teoria della crescita e delle politiche che ne discendono, consegnando il tutto a un altro scandalo scientifico che la fa da padrone tra gli economisti(ci) prêt –à- porter  sfornati  con caratteristiche da  catena di montaggio e tra loro perfettamente interscambiabili: la (non-)teoria della “produttività totale dei fattori” (TFP) e al connesso “residuo di Solow” a proposito del quale il premio Nobel (1979) Theodore Schultz- con raro esempio di onestà intellettuale  ha detto che esso “gives a name to our ignorance”.[4]

 Senza dire una sola parola sulla letteratura che ha cercato vanamente di dinamizzare il paradigma della “domanda effettiva” con i “modelli di sviluppo” di ispirazione keynesiana del tipo Harrod-Domar  ( probabilmente  in quanto “contaminabili” dal morbo  della “programmazione” )  e quello del Nobel Lewis  di ispirazione “classica” ( con “offerta illimitata di mano d’opera” ). Modelli   che andavano di moda negli anni ’60, non a caso costretti a  ipotizzare ciò che in realtà avrebbero dovuto dimostrare cioè lo sviluppo  onde sfuggire a una insuperata difficoltà di fondamentale importanza sul piano teorico. Schivardi opta decisamente per la falsa soluzione alla predetta difficoltà  passata ormai in giudicato in letteratura e consistente appunto nel far ricorso al  TFP. Vediamo di cosa si tratta.[5]

La “scienza economica” tutta è ferma senza confessarlo a un amebico stadio di elaborazione teorica che non permette di formalizzare  in modo rigoroso un mondo  in equilibrio statico-stazionario con più di una merce. Figuriamoci  se così stanno le cose come possa concepirsi un modello dinamico! Ma ammettiamo pure  che il primo ostacolo sia stato superato e che si voglia passare dalle immote acque di un sistema economico  che è solo in grado di riprodursi a uno che si sviluppi, con il fenomeno misurato dall’aumento nel tempo del reddito pro capite. L’assenza di risparmio caratterizza l’equilibrio statico-riproduttivo; a meno di mediazione con il solo saggio d’interesse consuntivo  tra chi volesse  consumare di più oggi e chi invece lo voglia fare in futuro,  di risparmio ai fini di investimenti netti aggiuntivi non può ammettersi l’esistenza,  mancando un tasso d’interesse produttivo con cui ripagare il risparmio stesso. Ammetterne la esistenza significherebbe dare per conosciuto  l’incognita di cui si vuole dimostrare la realizzabilità: solo con  un tasso positivo di sviluppo si possono mobilitare risorse per ripagare il risparmio. Ma ammettiamo ancora che  un tale risparmio si formi all’improvviso  “in soccorso”  ( metodologicamente scorretto) all’economista. Ebbene ciò comporta  ex definitione una diminuzione del consumo, che tutto può sollecitare meno che un aumento degli investimenti,  che in tale circostanza opererebbero in una prospettiva di suicidio  economico;  venendo a mancare la variabile che solo ne può sollecitare l’aumento. Con una domanda in calo,  eventualmente si disinveste piuttosto che aumentare gli investimenti. Anche un aumento della popolazione che  potrebbe apparire foriero di aumento di domanda nel futuro prossimo non risolve la questione. Senza una innovazione tecnologica generalmente  labour saving  nella logica capitalistica  si potrebbe avere un aumento assoluto del reddito nazionale ( non aumentando la produttività media del sistema)  ma non del reddito pro capite unico parametro che misura lo “sviluppo”. Si avrebbe “crescita” ma non sviluppo, come opportunamente ebbe a segnalare Schumpeter. [6]Ma anche  un investimento innovativo appunto labour saving non farebbe fare un passo in avanti al problema in esame. Una tal sorta di investimento facendo appunto risparmiare lavoro e creando quindi disoccupazione ( a meno di non dare per presupposto lo sviluppo )  farebbe cadere la domanda aggregata e quindi farebbe diminuire il reddito nazionale: recessione invece che sviluppo!

Allo stallo appena descritto la “scienza economica” ha risposto senza spiegare affatto  il passaggio dalla statica alla dinamica dando lo “sviluppo”  per accertato in via di fatto  e attribuendolo solo  ex post attraverso il “residuo di Solow”  che grosso modo può così essere inteso: non sapendo a quale fattore ( lavoro e capitale ) attribuire l’aumento di produttività da un periodo all’altro  tenuto conto  di una data distribuzione del reddito tra lavoro e capitale ( secondo la formula Cobb-Douglas) a un tale indistinto  “residuo”  si attribuisce l’aumento empiricamente accertato del reddito  di un dato plesso socio-economico da un periodo all’altro.[7]

Quel che  occorre sapere  riguarda  la paralisi analitica cui va incontro la teoria ortodossa di stampo neoclassico ( che è quella ufficiale della “scienza economica” tout court)  nel dare conto di ogni mutamento o innovazione che faccia mutare nel tempo la funzione di produzione aggregata. Infatti   tale funzione di produzione,    addirittura nella sua formulazione riferibile a uno stato costante delle tecniche,   risulta analiticamente contraddittoria e quindi graficamente irrappresentabile: in entrambe le circostanze  dovendo assumere come noto e quindi come dato ciò che in realtà per ipotesi ha natura di incognita.[8] Quindi a fortiori  è impensabile avere una teoria neoclassica che dia conto con rigore del fenomeno dello sviluppo in chiave dinamica dove la dinamicità è incentrata sul mutamento delle tecniche produttive.

 

E’ praticamente inutile dire che di tutto quanto appena visto non una sola parola da parte del dell’economista di punta della LUISS, con la “misura della nostra ignoranza” spacciata per  verità rivelata  e implicitamente come quintessenza della più avanzata ricerca nel campo della “scienza economica”. Né veniamo risparmiati dal tragicomico ricorso  a quella mostruosità  concettuale racchiusa nell’horribile dictu  “capitale umano”, subdola operazione  con la  quale si tenta di dare il colpo di grazia a ogni alterità antagonista del lavoro nei confronti  del “capitale”,  suggerendo  subliminalmente che siamo tutti capitalisti,  e che se va male questo è nelle regole del gioco che prevede o il successo o il fallimento individuale. Nel mentre basta andare in banca per smentire questa favola consolatoriamente colpevolizzante e farsi ridere in faccia dal funzionario di turno cui si chiede un finanziamento con la sola garanzia ( nulla ) del  proprio “capitale umano”.

Chiudiamo con altre amenità che caratterizzano nella sua vuotezza teorica la “scienza” di Schivardi.

 Innanzi tutto un topos ricorrente anche ai massimi livelli della “professione”: la permanente  e irrisolta contraddizione tra il dictat della maggiore concorrenza come ricetta ineguagliata pro sviluppo e allo stesso fine  il contemporaneo inneggiare all’innovazione per affrontare in modo vincente  la lotta nella indiscussa e indiscutibile  cornice della “Globalizzazione”. Ebbene,  ogni vera innovazione costituisce ipso facto una condizione di monopolio  rispetto al quale un dispiegato clima di libera concorrenza  tende ad annullare ogni esito positivo  dell’innovazione stessa  in termini di ritmi di  accumulazione del capitale,  trasformando l’aumento di produttività implicato da ogni  investimento innovativo in mero aumento di consumo che al massimo tende semplicemente a riprodursi in termini di reddito nazionale. Inoltre un trionfante clima libero-concorrenziale comporta necessariamente distruzione di risorse nella misura in cui non permette l’ammortamento degli investimenti in capitale (propriamente detto) richiesti da ogni seria innovazione che non può che essere labour saving/capital intensive. Se a ogni innovazione è consustanziale il fenomeno della creative destruction ( Schumpeter docet) è a essa immanente il pericolo che la componente distruttiva prevalga su quella costruttiva![9]

Per ultimo una così chiara mancanza dei “fondamentali” da far sperare in un “disarmo” professionale di Schivardi onde schivarne le tossine professoralmente disseminate.

Nella diagnosi dell’appannarsi nel tempo delle performance di “crescita”[10]  dell’Italia lo Schivardi evoca il concetto di catching-up ( “aggancio”) elaborato da Abramovitz in relazione alla tendenza che caratterizzerebbe i Paesi che come l’Italia hanno sostanzialmente imitato tecniche e innovazioni da altri introdotte. Una volta raggiunti ( agganciati) in termini di reddito pro capite i Paesi innovatori, i Paesi imitatori andrebbero incontro a un destino stagnazionista a meno di non  cambiare pelle puntando essi stessi al ruolo di innovatori. Ebbene,  per esemplificare il concetto  il Nostro fa riflettere sul fatto che man mano che si aggiungono  filatoi  cui un singolo lavoratore tessile dovrebbe intendere,  dopo un certo numero di tali macchine aggiunte  si raggiungerebbe un punto critico  ( “aggancio”)  oltre il quale  non si avrebbe alcun aumento di produttività.

Ebbene oltre un secolo fa Schumpeter ebbe icasticamente a sancire che  “Si aggiungano pure successivamente tante diligenze quante si vogliano, non si otterrà mai una ferrovia”.[11] Il che significa che l’esempio di Schivardi è del tutto fuorviante e sbagliato  nella sostanza: una innovazione, ancorché imitata,  consiste  certamente nell’aumento  del rapporto capitale/lavoro ma attraverso un mutamento qualitativo e tecnologicamente più avanzato della macchina cui applicare lavoro vivo e non già aumentando il numero delle stesse macchine per ogni lavoratore. E per comprendere ciò basta rivedere le scene  chapliniane di “Tempi moderni”. Ma le cose peggiorano se si pensa che in trasparenza Schivardi vuol far passare come accertato una sorta di fatalismo stagnazionista insito nel processo di industrializzazione  che raggiunto un punto critico e non ulteriormente incrementabile  affliggerebbe i paesi appunto industrializzati.  E poiché la “Globalizzazione” non è da mettersi in discussione,  ne discende la cecità conclamata nei confronti della divisione internazionale del lavoro a esso sottesa che ha comportato la immane deindustrializzazione dei paesi ex industrializzati,  e non già industrializzati come vuole il nostro economista dell’università della Confindustria. Ma qui tutta l’impostazione metodologica di Schivardi si imbatterebbe nella natura strutturale e non già congiunturale  della crisi attuale in quanto crisi della “Globalizzazione”  con il compito di doverci quindi parlare di politiche della crescita in questa fase. Politiche  di cui nessuno sembra avere ricetta alcuna. E così si svicola o si schiva il pericolo  lasciando ai congiunturalisti, nello scorno,  la “gatta da pelare”.

 Non crediamo sia necessario andare oltre per suggerire  di schivare Schivardi se si vuole in qualche modo  davvero capire  cause e rimedi per i gravi  problemi economici del mondo.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




[1] A.Bullock-M.Shock ( Editors),  Introduction to The Liberal Tradition, Oxford at Clarendon Press, Oxford, 1967.

 

[2]  Per una critica più puntuale alla “teoria” degli shock a cui si è da tempo affidata la “scienza economica” per (non ) spiegare ogni interruzione dello sviluppo, Vedi, V. Orati, Disoccupazione crescente e crisi della macroeconomia, << Il Ponte>>, anno LV, n.10, Ottobre,  1999.

 

[3]  Si è avuto il coraggio di battezzare come ”teoria”  quella del “real business cycle” che intenderebbe  spiegare crisi e ciclo  attraverso l’intervento di shock  “esogeni”.

 

[4] T.W.Schultz, Investiment in Human Capital, <<American Economic Review>>, 1961, Vol.51, pp.1-17.

 

[5] Semplificheremo molto l’argomento  “sviluppo”che può fondarsi su una trattazione formale basata sull’empasse cui mette capo l’approccio marginalista  attraverso i suoi capisaldi  analitici relativi alle funzioni matematiche  riguardanti la produttività decrescente del capitale e del lavoro a tecniche date. Circa il mutamento delle tecniche  le difficoltà si mostrano negli stessi termini della nostra trattazione,  ancorché si ricorra alla formalizzazione matematica.

 

[6] Un aumento proporzionale di tutte le grandezze economiche in valore assoluto, segnatamente del reddito nazionale e della popolazione,  che lasci immutato  il valore relativo  del reddito pro capite  configura per Schumpeter mera “crescita”  o falso sviluppo  ( come un cambio di scala di una carta geografica non implica affatto mutamento dimensionale  del territorio rappresentato). Lo sviluppo,  di contro,  si misura solo attraverso il parametro del reddito pro capite.

[7]  Sempre con dati empirici ex post  è poi evidentemente possibile inferire a  quali intervenuti mutamenti quali-quantitativi nella forza lavoro e/o  negli investimenti  rispettivamente sia da attribuire e in quale misura il contributo alla dimensione del “residuo di Solow”. Per una trattazione formale  dei problemi  sottesi al “residuo di Solow” Vedi, V.Orati, Introduction, in  G.A. Frois, About Schumpeter Innovation and Irrilevance of Solow Residual,  VII Schumpeter Lecture ( V.Orati , Editor), IIAESS, Unindustria, J.Hopkins University, Viterbo, 2005.

 

[8] Con sintesi estrema: se nella funzione di produzione si assume come dato lo stock di capitale e si fa variare la quantità di lavoro   combinato con quel capitale, la produttività marginale decrescente del lavoro posta eguale al salario d’equilibrio  determina come residuo un ammontare  di risorse disponibili per remunerare il capitale sotto forma di saggio del profitto (interesse)  che assume valore incognito in funzione appunto del livello di impiego del lavoro. Dunque come si fa ad avere come dato lo stock di capitale se questa grandezza dipende evidentemente dal saggio del profitto che è una variabile incognita?

[9] Sulla irrisolta  e contraddittoria fede nella libera concorrenza e nelle innovazioni come fattori di sviluppo, vedi V.Orati, The Scientific Groundlessness of  Deregulatin and Antitrust Polocies: Beyond the Second Best Theory,<<Internationa Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Vol. 17, n. 4 October-December, 2009; e Idem, Ancora sull’infondatezza di deregulation a antitrust, <<Il Ponte>>,m Anno LXIII, n. 2, febbraio, 2007.

 

[10]  Schivardi, riprende la distinzione analiticamente non dirimente  tra “crescita” e “sviluppo”, assumendo che la prima riguardi mutamenti quantitativi del Pil e il secondo aspetti qualitativi ( ambientali, equitativi ecc.)  della crescita.,

 

[11] J.A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Sansoni Firenze, 1971, p.74. nota 6.

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 285

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: