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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 34556 volte 07 maggio 2013

1- Gli improbabili Ricardo e Marx di Lunghini

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

Il gruppo  editoriale l’Espresso propone da qualche tempo una  collana di  23 DVD dal titolo  “Capire l’economia“, affidata ad altrettanti  “autorevoli esperti”  al fine di “ spiegare in modo semplice  ( corsivo mio)  la storia,  le teorie e i meccanismi economici”. Al di là del tono accattivante  e suadente, al fine di catturare clienti che credono ancora nel mito della comunicazione universale, si tratta di vere e proprie “lectures” dove una poltrona sostituisce la più tradizionale e “scostante” cattedra.

 Vado raccogliendo settimana per settimana le singole uscite  – sia detto per inciso,  dovendo riacquistare il settimanale fondato da Scalfari  a cui sono abbonato,  che si adegua all’illegittimità della “vendita a scatola chiusa” non “potendosi” (?) vendere  il DVD senza il rotocalco – sapendo di non dovermi aspettare alcuna fulminazione alla luce del “piano dell’opera” -  o meglio dai suoi autori  - annunciatomi,  con sconto, quale fedele lettore.

 Qualcuno potrebbe chiedersi : perché acquistare ciò che si  prospetta non propriamente come opera edificante? Per la stessa ragione per cui  dopo aver letto Dante, Shakespeare, Mann e via dicendo non si smette per questo di leggere letteratura, e dopo Marx, Ricardo, etc. non si deve smettere da studioso  di attingere  eventualmente qualcosa anche dai “minori”, ancorché particolarmente pigmei come  gli economisti(ci) contemporanei,  in salsa italiota in modo particolare.  Il tutto  poi solletica una sana e preoccupata curiosità,  visto il perdurare della crisi contemporanea e l’annuncio che  l’iniziativa editoriale  de l’Espresso servirà  a “ comprendere meglio il mondo di oggi”. Inoltre,  modestia impone di vedere se da qualche parte ci  fosse  sfuggita,  a noi e al mondo tutto, la ricetta giusta per la bisogna;  o, ipotesi minore, se  vi è coscienza della crisi di sempre della “scienza triste” dinanzi al secolare e irrisolto problema della ciclica tragedia della “miseria nel mezzo dell’abbondanza” che,  appunto,  da sempre affligge il capitalismo. Ultima ragione, ancorché tenuissima,  la speranza: hai visto mai che con la necessaria  deontologia qualcuno oltre ad avermi letto  negli ultimi sei lustri sia pronto a  mettere in valore  i frutti della mia “research” su questo lancinante problema della ricorrente  disoccupazione di massa,  che richiede un autentico cambio di paradigma quale  quello da me prospettato in questo ampio arco di tempo nelle  opportune sedi del mondo scientifico?

Notato innanzi tutto che,  sempre nel piano dell’opera, non v’è cenno a Schumpeter che pur è stato un critico puntuale  della allora  appena concepita Macroeconomia keynesiana  e dei suoi corollari terapeutici in materia di crisi economiche -  entrambi ( evidentemente )  falliti  vis-à-vis il paradosso della stag-flation che da esse è scaturito dopo un trentennio almeno di incontrastata egemonia dottrinale e praticamente generale adozione nelle politiche  economiche del mondo capitalistico  - non ho potuto che dare la precedenza nell’applicarmi al “contributo” di Alessandro  Roncaglia  dedicato al tema “Keynes e la funzione dello Stato nell’economia”e a quello di Giorgio Lunghini avente a oggetto “ Ricardo, Marx: la rendita e il profitto”. Il motivo di ciò  sarà di immediata comprensione se si tiene presente che tenuto conto del piano dell’opera –  i temi affrontati   dagli appena citati  “lecturers” (l’appannarsi del profitto a favore della “rendita” è  stigma indiscutibile dello tsunami economico che stiamo vivendo, insieme alla resa dei conti tra Stato e/o  mercato)  sono i più prossimi  per “contaminatio” problematica a quello della  immane crisi economica contemporanea (almeno in Occidente ). Tema che  è –  e non è forse un caso -   il grande assente tra quelli previsti dalla collana. Collana che abbiamo visto pur si riprometteva  di “comprendere meglio il mondo di oggi”!  Assenza e silenzio che  nel caso non possono  dunque non colpire per il loro clamoroso vuoto e  fragore.

Ma non solo i riferimenti sperati al problema dei problemi oggi on the agenda è solo  e molto allusivamente sfiorato dai due accademici appena citati, ma attraverso la loro deludente, come mostreremo  performance scientifica   se ne comprende il motivo di fondo: se il loro grado di comprensione dei temi da loro  stessi  affrontati  è sintomatico ( come in effetti è ) del più generale livello di metabolizzazione delle sottese problematiche nel mondo scientifico tout court  anche ai suoi massimi livelli internazionali, allora è evidente che è la proposizione “7”  che chiude il Tractatus  logico-philosophicus  di Wittgenstein  a  far inquadrare il fenomeno: “Whereof  one cannot speak, thereof  one   must be silent” ( “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” ). Proposizione che spiega altresì il fatto,  altrimenti paradossale,  per cui  pur con la presenza di alcuni  Premi Nobel tra i 23 “esperti” mobilitati,  dalla collana in argomento non  venga affrontato il problema  dei problemi: quello della attuale grande crisi economica al suo quinto anno di vita.

La realtà davvero triste per la “scienza economica” consiste nel fatto da me più volte evidenziato – e a cui si deve la mia scarsa “popolarità”  nell’ambito della  “professione” -  che questa  “scienza” ha sin qui fallito -  nella sua veste accreditata secondo i canoni  “ufficiali”-  su l’unico vero e autentico problema che esaurisce in buona sostanza  il mai  seriamente inaugurato  “Capitolo” della” Patologia Economica”: le ricorrenti crisi di sovrapproduzione assoluta con il connesso “scandalo pubblico” della sottostante disoccupazione involontaria di intere masse di lavoratori. Per cui oltre Wittgenstein,  per andare più a fondo del fenomeno  si deve far appello alla psicopatologia dei fenomeni metaindividuali in cui spesso sfocia la psicologia sociale: una sorta di ” rimozione” collettiva, che lì  assume i contorni specifici della “cognitive dissonance”.[1]

 Ma sta di fatto che tout se tient : se una “scienza” non è in grado di convogliare il suo secolare  accumulo di conoscenze sul vero utinam di ogni scienza, quello di  intervenire sul suo proprio oggetto  onde  “ alleviare le sciagure umane” (Platone), che ha il suo  corollario ottimale nel prevenirle o almeno curarle, allora i singoli “mattoni” e le fondamenta del suo “edificio” son stati posti male.

Se dunque  gli argomenti  che più si prestano ad approcciare il tema delle crisi e quindi di quella  immane contemporanea non esprimessero  una tale valenza, vorrebbe dire che sono stati “mal-trattati”. Ed ecco la  sana voglia di un commentario critico che ne  accerti  i risultati e che valga a  iniziare un controcorso  rispetto  alle  principali “perle” della “collana”  ( de minimis non curat praetor , o se si vuole aquila non capit muscas ) che  intende  fornire  un autorevole collettaneo Virgilio per comprendere il mondo dell’economia ed evidentemente i suoi massimi problemi .

 Iniziamo dal (mal) trattamento (come  annunciato) di Ricardo e Marx da parte di Lunghini.

Verrebbe la voglia di polemizzare sin dall’inizio, ove Lunghini si appoggia a Calvino ( Italo,  e non Jean Cauvin noto da noi come Giovanni Calvino) per definire “classici” Ricardo e Marx : “un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso” : definizione  che è certamente la meno felice delle definizioni di “classico” proposte dallo scrittore sanremese.[2]

 Ma passiamo ad altro e di più sostantivo. Subito dopo l’argomento della “classicità” si passa al più promettente tema della netta e inconciliabile  contrapposizione tra la “scuola” classico-marxiana ( Ricardo rappresenta la vetta di quella “classica”) e la teoria  “neoclassica” dominante oggi e quindi dottrinalmente responsabile della incapacità diagnostica ergo terapeutica  relativamente alla crisi contemporanea. Crisi che  appunto i neoclassici negano come impossibile a concepirsi  in generale come fenomeno in nome della più radicale  teoria delle armonie autoregolative dei mercati retti dal laissez-faire di cui sarebbero i massimi teorici e propugnatori. Teoria la  cui architrave è la “legge di Say” o “legge degli sbocchi” ( “ l’offerta crea da sé la propria domanda” )  che escluderebbe per definizione ogni squilibrio tra offerta e domanda aggregate.

Ora, come si fa a contrapporre Ricardo ai neoclassici assumendo la accettazione della “legge di Say” come discriminante, se  lo stesso  Ricardo in una lunga polemica con Malthus ne è stato uno strenuo difensore insieme al corollario della impossibilità delle crisi ? [3] E circa le virtù della libera concorrenza e del laissez-.faire, come sorvolare sul fatto che Ricardo è il padre riconosciuto della dottrina del free trade  ( libero scambio), che altro non rappresenta che l’estensione sul mercato internazionale ( “economia aperta”)  delle virtù  della libera concorrenza e del laissez-faire in una “economia chiusa” ( agli scambi con l’estero )? Inoltre non è una parodia della “legge degli sbocchi” quella di ridurne la validità al solo caso in cui tutti i redditi sono consumati,  contemporaneamente assumendo, come fa Lunghini,  che quella legge verrebbe  meno in presenza di risparmio? Come se l’aumento degli investimenti non fosse ritenuto idoneo a compensare il risparmio, visto che classici e neoclassici ( insieme!)  assumono che al crescere del risparmio diminuisce il saggio d’interesse stimolando così gli investimenti  che sono funzione inversa  di tale saggio?

La verità è che Lunghini da buon “marxista-keynesian-sraffiano  non  è mai andato oltre la vecchia e protestata tesi che attribuisce al tesoreggiamento la causa della crisi, ancorché tale tesi sia stata inutilmente riagghindata da Lord Keynes attraverso  la ridefinizione del “tesoreggiamento”  ribattezzato “preferenza per la liquidità” e una revisione della dottrina del saggio d’interesse,  non più visto come “premio per la rinuncia al consumo” bensì come “premio per la rinuncia alla liquidità”. Tutti inutili   travestimenti teorici che alla fine, come ho innumerevoli volte dimostrato, si riducono a mettere  da subito in gioco la moneta  (di cui  classici e neoclassici applicando il “rasoio di Ockam”  fanno “elegantemente” a meno, ancorché, messi alle strette dinanzi alla fattualità delle crisi, son pronti a riconoscere – molto meno “elegantemente” -  nella sua insufficiente offerta la causa delle crisi ).  Moneta che  anche  per Keynes,  riducendo la crisi a un improvviso aumento della preferenza per la liquidità, la si vuole alla fin fine causata  da una insufficiente offerta di moneta. Dunque, come si vede,  differenza solo descrittiva, quella sostanziale  riducendosi a  zero tra classici, neoclassici, e keynesiani di ogni orientamento e grado di fede[4]

Tutto ciò acclarato, come  sia possibile accoppiare su una linea comune Marx e Ricardo rispetto alle crisi e al laissez-faire   e alle  “armonie spontanee dei mercati” resta un mistero. Vista l’irrisione con cui Marx tratta Say ( economista francese, ricardiano di stretta osservanza ) e la sua “legge”,  e pur elencando Lunghini le usuali  e molteplici cause di crisi  prese in considerazione dal “Moro” che non è mai pervenuto a una sistematizzazione soddisfacente della materia premorendo al compimento del suo progetto di ricerca che comprendeva  le crisi,  insieme al commercio internazionale,  a sua conclusione.[5]  Commercio internazionale a sua volta testimone di prese di posizione da parte di Marx assolutamente critiche circa i supposti  benefici reciproci  tra scambisti  che la dottrina  ricardiana  del libero scambio intende sancire. Ben al contrario per Marx restava  aperto il compito scientifico  di indagare l’indiscussa realtà che vede come attraverso il commercio internazionale si realizzi lo sfruttamento di una nazione su un’altra.[6] Inoltre come non indicare la insostenibilità  della pur esposta causa di crisi attribuibile alla marxiana “legge della caduta tendenziale del profitto”  . “Legge” che – lo  si manca di sottolineare – la si deve proprio a una “caduta  ricardiana”  di Marx,  che con essa intendeva   respingere e sostituire il “pessimismo” ricardiano” in termini di superamento del capitalismo verso il socialismo.  “Pessimismo ricardiano” consistente nella teoria della tendenza  storica verso uno stato stazionario da parte del capitalismo.” Pessimismo ricardiano”, ancora,  che, come in tutta la sua opera, Ricardo basa su una  irriducibile contrapposizione tra  rendita e profitto (con la vittoria finale della  prima sul secondo). Dove il salario resta  dietro le quinte del proscenio della storia,  ancorato come lo vuole l’economista di origine portoghese  alla mera sussistenza,  aderendo egli alla teoria del “fondo salari” che così lo dimensiona nella sua  dimensione di equilibrio. Dimensione sancita dall’adesione di Ricardo  alla teoria  semimaltusiana della popolazione che tenderebbe  a crescere più  di quanto  lo consentirebbe  la crescita del fondo salari  ( quantità di risorse) di volta in volta reso disponibile dai capitalisti nel susseguirsi delle fasi dell’accumulazione. Per cui il trade-off tra saggio del profitto e saggio del salario  - che Lunghini ravvisa  come un punto centrale in Ricardo  - è invero  totalmente fuori dall’analisi di  questi, così come lo stesso proletariato resta fuori dai soggetti artefici della “storia”,  come si evince dalla dimostrazione cui egli affida il suo “pessimismo”. Dove il salario è una costante data dal suo livello di sussistenza  che finisce per  rimanere nel back stage del proscenio per  mancanza di  rilevanza. Il che ricorda l’operare matematico di una funzione differenziale dove le costanti si annullano. Come se la storia, insomma, per Ricardo si  riducesse  alla lotta tra proprietari terrieri e capitalisti,  con  i primi  però che alla fine si riprendono ciò che la rivoluzione borghese  avrebbe pro tempore loro levato sia sul piano economico che su quello politico-sociale.[7]

 Si dovrà attendere la nascita della  setta dei neoricardiani nella seconda metà del  XX secolo per stabilire con Sraffa  l’irriducibile contrapposizione tra salario e profitto decisa in ambito extraeconomico e in assenza di rendita. Questo probabilmente  l’equivoco nel tempo del Lunghini che confonde Ricardo e i neoricardiani ( che nascono due secoli e mezzo dopo ) che,  va sottolineato – e non ci pare che ciò sia mai avvenuto – su questo centrale punto divergono profondamente dal loro lontano caposcuola. Neoricardiani che per questo hanno forse tratto in inganno i marxisti da bancarella  che molto distrattamente hanno posto in coerente continuità la linea di pensiero che va da  Ricardo a Sraffa via Marx.Se è infatti vero che in Sraffa scompare la rendita esaurendosi la distribuzione del surplus ( dato per ipotesi come in Ricardo, dunque anche qui  non spiegato quanto alla sua origine) tra profitti e salari, la contrapposizione irriducibile tra queste variabili e le classi che le sottendono si stabilisce  necessariamente in modo extraeconomico come in una economia precapitalistica, cui d’altronde  corrisponde l’intera struttura analitica del sistema economico sraffiano.  Incapace in modo irrimediabile a dare conto di un pur minimo disancoraggio in chiave dinamica  del suo  “modello”,   vincolato all’iperstatico equilibrio di mera riproduzione ( “ riproduzione semplice”, in netta opposizione a quella “allargata” del capitalismo, in Marx ). E’ questo infatti l’immane prezzo scientifico  che l’italiano di Cambridge ha pagato ( nel silenzio della distratta “letteratura” ) per aver inverato la più grande  e malposta ingenuità scientifica del “grande” Ricardo”: che ha agognato inutilmente di individuare una “misura invariabile dei valori “ nel mondo delle “merci” ( “beni” prodotti nella logica capitalistica). Come può una grandezza fisicamente inalterabile (ma non già nel suo per definizione  mutevole  valore economico )  pretendere  di misurare  gli immanenti  e continui  mutamenti ( concorrenza,  attraverso cambiamento della tecnologia) di prezzo  nel regno delle merci come univocamente determinati dal loro distanziarsi dal mitico numerario ricardiano senza porre quest’ultimo  fuori dal mondo delle merci? Non significa questo far dialogare e rendere reciprocamente traducibili ontologie  sghembe  e su piani epistemologici diversi e dunque  mai tra loro intersecabili  perché  tra loro irriducibili? [8] Questo per quanto riguarda il nesso Ricardo–Sraffa.

Quanto al  legame Marx-Sraffa  siamo al vuoto assoluto,  a parte la semplificazione che esaurisce il capitalismo  alla presenza  delle sole due classi  sottese al profitto e al salario. Cioè  il Marx della supposta ”legge della tendenza alla caduta del saggio del profitto”. Dove però  alla dinamica sottesa a un processo tendenziale (e quindi dinamico ) si contrappone la immodificabile staticità del “modello” neoricardiano. Che nel migliore dei casi è senza riscontro empirico di tempo ( ucronico)  e  di luogo ( utopico ), quindi quanto più lontano si possa  concepire  sul piano epistemico  dalle premesse, dalle analisi, dagli intenti del  fondatore del “socialismo scientifico” votati a cogliere le leggi di movimento sottese al processo di accumulazione del capitale nel tempo.

 Circa poi la omologazione acritica di Marx con Ricardo siamo alla pura blasfemia scientifica. Se è infatti vero che il “Moro” aveva ammirazione per Ricardo,  ciò era dovuto al  suo riconosciuto ruolo di massima espressione e coerenza  nell’ambito della economia classica  la cui massima virtù  era consistita nell’adesione alla teoria del “valore lavoro”  e alla rappresentazione  realistica e cinica del  corrispondente cinismo sociale  ( la struttura classista)  sotteso alla logica del capitalismo. Ma  i cui massimi limiti, nell’ordine, erano consistiti nel fermarsi al di qua della origine del surplus qua plusvalore e quindi qua  frutto dello sfruttamento, e nel concepire il capitalismo sub speciae aeternitatis ( vedi il “pessimismo ricardiano), cioè una prima edizione della  a noi più recente e  plagiara  ( e fuori tempo massimo) teoria della “ fine della storia” ( con il  tardo capitalismo ).

 Vedremo poi più innanzi la netta opposizione di Marx a Ricardo in materia di rendita, sia quella esplicita che quella molto più tranchant  e definitiva che abbiamo avuto modo di derivare dagli  ingredienti stessi del pensiero di Marx. Qui è però il caso di ricordare innanzi tutto la negazione della possibilità stessa delle  crisi  da parte di Ricardo e il fatto che  all’opposto è proprio alle crisi che Marx affida il compito eminente di stigmatizzare senza possibilità di equivoci la contraddizione  insanabile su cui riposa il  modo di produzione  capitalistico : produzione obiettivamente sociale e distribuzione privatistica della “ricchezza”  Crisi che al contempo segnalano l’ineludibile esigenza storica  di superare il  transeunte ( storicamente) modo di produzione ( e distribuzione) capitalistico  con il socialismo.

 E a proposito di “crisi” come  è possibile affermare, come fa Lunghini,  sin dall’inizio a mo’ di intelligente fil rouge  proposto per “leggere” l’intera materia  da lui trattata  e la sua “attualità”, che Marx ( dimenticando la abissale distanza sulla questione da Ricardo) convergerebbe con Keynes ( implicitamente da rilanciare nell’attuale tsunami della crisi contemporanea)  nel ritenere che la crisi rappresenta lo stato normale  o permanente del capitalismo? Se  su  questa autentica sciocchezza, che la falsifica ab imis,si fonda la intera  General Theory e la  conseguente Macroeconomia keynesiane,  è pura rozzezza intellettuale  assimilare su questo centralissimo punto Marx  e Keynes ( rimuovendo, come visto, la liaison – invero dangereuse  – Marx-Ricardo). La crisi è infatti uno squilibrio notevole,  e se esso rappresentasse  la condizione  o stato “normale” ( quindi “generale”  come vuole appunto e assurdamente Keynes)  del processo capitalistico  si tratterebbe di una  scientificamente indefinibile condizione di squilibrio rispetto  a un’altra condizione di squilibrio ( anche  su questo, seppur   molto più  nobilmente,  cade  anche la teoria dello sviluppo capitalistico di Schumpeter )[9]  analiticamente irrappresentabile!

Questo  per quanto attiene al  piano logico-metodologico. Quanto al piano fattuale o empirico, cioè sul piano della storia economica ( unico laboratorio della Economia Politica ) che registra la realtà delle crisi cicliche a partire dalla nascita del capitalismo, come mettere la questione appena vista con il connesso problema  teorico delle cause che determinano appunto  l’andamento ciclico della dinamica capitalistica? Non è la crisi sul piano concettuale il principium individuationis del ciclo? E nel ciclo la fase di “espansione”, interrotta dalla crisi appunto, non nega per definizione la “normalità ( generalità ) dello squilibrio da crisi,  rappresentando a contraris  la prova provata di un virtuoso equilibrio dinamico? Non  rappresenta l’essenza dell’arcano della crisi ( di sovrapproduzione assoluta)  il fatto che la contraddizione permanente tra la  logica della produzione obiettivamente sociale  e la logica privatistica della distribuzione dei frutti di tale produzione  si manifesti non già quotidianamente bensì ciclicamente? Se “lo scandalo pubblico  della miseria nel mezzo dell’abbondanza”  ( Keynes dixit) fosse un dato generale come individuare  gli artefici, le modalità, i luoghi e i tempi  relativi a  quella  “abbondanza”  la cui genesi resterebbe  un inesplicabile mistero?[10]  Last but not least: come mai una causa permanente di crisi  si presenterebbe  solo ciclicamente?  Marx non ha mai esaurito  lo studio delle crisi e della loro ciclica ricorrenza, come già detto,  abbozzando varie ipotesi esplicative[11] che invece Lunghini tratta come tesi parimenti alternative e idonee alla bisogna ( a meno che non pensi del tutto erroneamente  che vi siano più tipi di crisi) ,  compresa  la  più fragilmente ricardiana ( “caduta tendenziale del saggio del profitto” ) accreditando tra tutte la più inconsistente,  nella versione datane da Keynes,  cioè, quella appunto della crisi  “permanente, che corrisponde  alla screditata teoria del sottoconsumo ( che  Keynes finisce per  riproporre sotto mentite spoglie).[12] Posizione  che Marx respinge avendo quella teoria ai suoi tempi già parecchi esponenti  da lui tutti  più o meno aspramente criticati . Così per  esempio, nel caso di Malthus ( che non a caso Keynes  ha inteso riabilitare) ciò facendo con sprezzante ironia,  e solo  con più indulgente simpatia nel caso di Sismondi.[13] 

E tutto ciò  mostra  l’inesistente nesso  con l’acritica assunzione di una qualche compatibilità tra Marx e Keynes  su cui torneremo (  Keynes, che giungerebbe -  Lunghini tiene a sottolinearlo -   a ritenere necessario il ricorso a una  “ certo non piccola socializzazione degli investimenti” ergo – sempre Lunghini deve  crederlo, -  a dar luogo al socialismo,  evidentemente confuso con le mixed economy ). Keynes le cui infondate ricette, frutto di una ancor più infondata  teoria,  hanno condotto piuttosto che a scongiurare le crisi a coniugarle con l’inflazione,  in un  diabolico connubio che la scienza economica a tutt’oggi ritiene paradossale ( stag-flation)   decretando reciprocamente incompatibili ( l’uno esclude l’altro) i due mali dell’ inflazione e  della stagnazione.[14]

 

 

Tornando alla  del tutto problematica omologazione Marx-Ricardo di Lunghini,  ciò che non gli si può perdonare  riguarda, ben all’opposto,  l’aver  sorvolato o peggio ignorato  addirittura  la loro  incommensurabilità. Come d’altronde avviene per tutto il sincretistico e surrealistico  filone dei keynesian-marxisti-sraffiani  ( sraffiani o neoricardiani che dir si voglia ).

 A conferma  di ciò, e in aggiunta a quanto abbiamo sin qui visto ( laissez-faire e free trade, legge di Say), va considerata la non del tutto infondata tesi di Philipp  Wickstead secondo la quale Ricardo potrebbe a buon diritto essere collocato come anticipatore  e capostipite del “marginalismo” ( scuola neoclassica)  facendo perno proprio sul suo noto “modello monomerce” (“ a tutto grano”) che funge da architrave al suo “pessimismo” circa le sorti stagnazionistiche finali  del capitalismo. In tale “modello”,  assunto che si mettano a coltura per solo grano ( che funge da marteria prima e bene di consumo all’un tempo)  terreni via via meno fertili sotto la pressione della  crescita progressiva della popolazione e che il saggio salariale sia costante e pari al mero livello di sussistenza dei lavoratori, l’eccedenza  su tale ultima grandezza sull’ultimo terreno messo a coltura  ( o terra “marginale” )  sarà secondo Ricardo costituito dal solo profitto ( unitario e quindi come massa). Su tale terreno “marginale”, infatti,   non si pagherebbe rendita  secondo il padre del “teorema dei costi comparati” , in quanto se così fosse si metterebbero a coltura  terreni liberi di pari produttività appunto “marginale”.  Ma con il passaggio a terreni via via meno fertili  il saggio del profitto immancabilmente  diminuirebbe,  e  poiché esso è unico in tutto il sistema  farebbe aumentare la rendita come massa  sui terreni inframarginali dove si dà solo rendita “differenziale” rispetto alla terra marginale ( ultima messa a coltura). E così fino al terreno in grado solo di pagare il  solo saggio  di salario, con l’azzeramento del tasso del profitto e la permanenza in stato stazionario dei soli salari e della rendita. Rendita  che esaurirebbe l’intero surplus facendo beneficiare  i proprietari terrieri  a misura della lontananza  della produttività dei loro terreni da quello marginale o se si vuole in proporzione alla loro feracità . A tale stadio   nell’intero sistema economico  si sarebbe raggiunto lo “stato stazionario” ovvero la stagnazione permanente,  per la scomparsa della classe dei capitalisti. Va infatti notato che ciò che accade in agricoltura detta le sue leggi sull’intera economia dove non può che esservi che un solo saggio del profitto di equilibrio.

 Non considerando i difetti irrimediabili del modello “ a tutto grano” appena visto – che non a caso Marx   liquidò  in modo definitivo con la caustica  sentenza per cui Ricardo aveva trattato la chimica organica alla stregua di quella inorganica,  non considerando affatto il progresso tecnico in agricoltura -  non v’ è chi non veda  come tale modello anticipi la teoria neoclassica della produttività decrescente del capitale. Ma vi è molto di più da  mobilitare a favore della tesi di Wickstead, tenuto conto che questi è morto nel 1927. E pertanto non ha potuto estendere la sua proposta  circa la genesi ricardiana del marginalismo a un altro caposaldo del pensiero dell’economista inglese di origine portoghese oltre quello del modello “ a tutto grano” appena sintetizzato.

Sono infatti i neoclassici   Eli Heckscher e Bertil Ohlin  ( Ohlin, premio Nobel per l’economia nel 1977) con l’eponimo loro teorema ( ricordato da qui innanzi con l’indicazione H-O ) a  tentare di risolvere una contraddizione  – tanto eclatante quanto sottaciuta  da tutti e specialmente dai  fan del libero scambio e quindi oggi della “Globalizazione” -  rintracciabile da subito, a ben guardare,   nel teorema ricardiano dei “costi/vantaggi comparati”. Teorema- pilastro  su cui si fonda l’intero edificio dell’Economia  (e del Commercio ) Internazionale e della conseguente dottrina del libero scambio. In tale teorema   una delle ipotesi  di partenza  – riguardanti due Paesi  per i quali si vuole dimostrare  essere conveniente con reciproco vantaggio passare dall’autarchia al free trade -   afferma che nella produzione di  una coppia di due diverse  merci i due Paesi in questione impieghino una omogenea qualità ( e quindi produttività)  di lavoro  applicato alle due merci considerate ( non v’è  capitale, per ovviare a una serie di complicazioni di cui qui non è il caso di parlare) [15] ma che nella comparazione della loro produttività  questa sia diversa nei due contesti in oggetto! Evidentemente  senza questa differente produttività comparata (  che evidenzierebbe l’esigenza della specializzazione nella produzione della merce dove i due Paesi sono relativamente  e comparativamente più produttivi) non avrebbe senso alcuna specializzazione  e quindi alcuno scambio tra i  due  Paesi. Però questa diversa produttività contraddice platealmente l’assunto di partenza che  non vuole  alcuna differente produttività dell’unico fattore produttivo, il lavoro,  considerato  nell’ambito degli stessi  due Paesi.

Nonostante quanto abbiamo visto avrebbe dovuto far cestinare  subito il teorema testé brevemente riepilogato, esso attraverso il suo corollario in materia di “libero scambio” è diventato  nel tempo un  autentico articolo di fede su cui si basano  – ancora scandalosamente nonostante il suo attuale  roboante fallimento -  i supporter della Globalizzazione.

 Ma in sede scientifica  – e in sordina specie  per quanto riguarda il più vasto pubblico,  anche quello   “colto”-  con il teorema H-O si è inteso “sanare” la  oceanica contraddizione  appena descritta  del teorema  dei costi comparati di Ricardo: in chiave del tutto neoclassica:  la diversa produttività comparata, pur con le medesime tecnologie applicate alle due merci,  verrebbe spiegata da una relativamente diversa dotazione di risorse produttive ( lavoro e capitale ) nei due Paesi. Così quello con una relativamente maggiore  dotazione di capitale esporterebbe la merce che richiede una maggiore intensità di capitale  e quello con una  relativamente maggiore  dotazione  di lavoro esporterebbe la merce a più alta intensità di lavoro ( in assenza del vincolo del salario ancorato a livello di sussistenza qui il lavoro costerebbe relativamente meno che nell’altro Paese, e  analogamente lo stesso principio  è valido – mutatis mutandis -  se applicato alla relativamente maggiore dotazione di  capitale in quest’ultimo che esporterà quindi merci a più alta intensità di capitale ).

Sorvoliamo sulla non secondaria circostanza che il teorema H-O  risulta essere un rimedio peggiore del male, amplificando  ulteriormente le aporie di quello dei “costi/vantaggi comparati”, [16] per quel che qui rileva non è possibile negare che esso avrebbe mandato in solluchero Wickestead  confortando ulteriormente  la sua tesi circa la legittima discendenza da Ricardo della successiva scuola neoclassica. E se questa può apparire –  come è –  una  forzatura,  è certamente indubbio che i punti di contatto tra Ricardo e la scuola marginalista sono decisamente maggiori  di quelli tra Marx e Ricardo stesso ( in entrambi i casi si tratta di due paradigmi associabili sotto l’etichetta  recente della Supply Side Economics per la quale quel che conta è la sola offerta senza alcun riguardo per il ruolo della domanda, ennesimo travestimento della teoria neoclassica). E se questo è vero,  altrettanto è vero che configura più un intruglio che un miscuglio e  ancor meno una miscela  omologare in qualche modo Ricardo con  Marx . E quanto all’attualità del primo alla luce della crisi attuale,  come vorrebbe ancora  Lunghini ,  si tratta di una autentica eresia scientifica vista la ricordata posizione “negazionista” verso le crisi  del “grande” Ricardo.

Ben atra cosa è invece l’attualità di Marx, ma non certo quella ricavabile da un atteggiamento dogmatico nei confronti del suo lascito scientifico tal quel, degno invece  di  propensioni teologico-sacerdotali  nascoste dall’alone della  scienza.

 Non parlare dello stallo del “problema della trasformazione dei valori in prezzi” che ha bloccato ( abbiamo implicitamente  accennato a ciò a proposito del teorema ricardiano dei costi comparati )[17] ogni  ulteriore sviluppo della teoria del “valore lavoro”  ( teoria che è l’architrave su cui si regge l’intero edificio dell’opera del  “Marx scienziato” )  anche nella sua   più matura versione a opera del fondatore del “socialismo scientifico”, è più un  tic censorio che una semplificazione a fini  divulgativi. Perché divulgare non significa affatto fare violenza alla verità, che se pur richiedesse strumenti iniziatici per essere compresa fino in fondo  non per questo va sottaciuta nei sui caratteri generali.[18] Divulgare dando accesso a “mezze verità”   alimenta la presunzione di “sapere”  che caratterizza a tutti i livelli la sindrome ( pandemica oggigiorno, ) dell’ idiota  seminformato ( che risulta solitamente presuntuosamente addottorato: come ne sforma da troppo tempo la università italiana, come si può evincere dal basso  livello della sedicente “classe dirigente” dell’ex Bel Paese).

 Il “problema della trasformazione dei valori in prezzi”  sta inoltre  dietro la “legge della caduta tendenziale del profitto” su cui si intrattiene Lunghini  che si guarda bene dal farvi cenno. Poiché abbiamo fatto un fuggevole riferimento  a una “caduta ricardiana” di Marx a tal proposito,   non fosse che per questo,  val la pena di  esplicitare quel giudizio, non mancando di  riflettervi sopra  per ulteriori commenti.

 In cosa consiste la “caduta ricardiana” in discorso è presto detto: Marx  nella circostanza cede al determinismo che lo accomuna al Ricardo del “modello a tutto grano”. Determinismo ( solo apparentemente attenuato da una lunga elencazione di elementi che agirebbero come controtendenze alla “legge” , senza però alla fine negarla) che consiste nell’affidare a  una formula “matematica” ( poco importa se più o meno formalizzata )[19] un giudizio  definitivo sulle sorti storiche del capitalismo. Formulazione matematica che assimila la dimensione sociale a quella della fisica,  trasformando così la scienza economica in “fisica sociale”. Ciò è tanto più rilevante quanto più si tenga presente che lo stesso Marx aveva con finezza intellettuale estrema liquidato il “pessimismo ricardiano” in quanto basato sull’equivoco di trattare un fenomeno storico sociale con  gli strumenti propri del mondo fisico, accusando Ricardo di aver confuso la chimica organica con quella inorganica: avendo Ricardo del tutto trascurato il progresso tecnico in agricoltura .Critica che falsifica ab ovo il “pessimismo ricardiano” ovvero il ragionamento che lo sostiene.

Ma non è solo sul piano della filosofia sociale  che consiste la “caduta ricardiana “,  nel senso visto, di Marx. Come passiamo subito a vedere questi nel formulare la sua  “legge della caduta tendenziale del saggio del profitto” finisce per negare in buona sostanza  anch’egli  il progresso tecnico.

Stabiliamo innanzi tutto che Marx a differenza di Ricardo che opera su un “modello monomerce” al fine di superare le difficoltà irrisolte della “trasformazione dei valori(lavoro) in prezzi” , a questo medesimo scopo  ( altrettanto implicitamente)  fa ricorso ai  “grandi aggregati “anticipandone di gran lunga  il debutto avvenuto con Keynes  solo nel 1936 ( Keynes che però ignora la sottostante cogenza analitica di quel “ricorso”,  cogenza legata alle complicazioni di una coerente teoria del valore: ovvero l’impossibilità di dare rigorosa rappresentazione analitica di un mondo con almeno due diverse merci ). [20] Ciò premesso,  definendo con  C / C+V  = q   lo stato delle tecniche produttive ( il grado di “macchinismo”) dell’intero sistema economico  ( che Marx chiama “composizione organica del capitale”) misurato dunque dal rapporto dei valori(lavoro) delle macchine e degli impianti  ( C ) e  quello della somma  di tutte le risorse impiegate per mettere capo al reddito nazionale,  quindi sommando a C  il totale dei salari,   ovvero del corrispondete numero di lavoratori ( capitale variabile) V, è possibile esprimere il saggio del profitto p attraverso la formula:

 

                                                                       p = s’ ( 1 -  C / C+V ),  ovvero

                                                                       p = s’ ( 1 – q )

dove s’ è il saggio del plusvalore ( o, meno neutralmente  saggio di sfruttamento, e posto, per semplificare, il surplus eguale al plusvalore).

Sottolineato che in re ipsa la formulazione precedente rappresenta un modo per  superare senza risolverlo il problema di un unico saggio del profitto  in un sistema economico con almeno due merci diverse, merci  cioè prodotte con due diverse  e corrispondenti  tecniche ( diversa composizione organica del capitale),  ricorrendo ai “grandi  aggregati”  piuttosto che ( risultando a esso  implicitamente equivalente)  a un mondo esplicitamente  monomerce come fa Ricardo ( la semplificazione di Ricardo  è però apparente:l’”eleganza” ricardiana,  nel caso,  consiste nel considerare che ciò che avviene in agricoltura non può che riguardare  l’intero sistema economico proprio perché qui deve darsi un unico saggio del profitto),  la “caduta tendenziale di p la si evincerebbe dal considerare la tendenza immanente al capitalismo a sostituire il lavoro con macchine (“ macchinismo”) sino al limite dell’automazione totale.

 Ciò nelle formule precedenti significa che la tendenza appena vista comporterebbe  che q tenderebbe a 1  annullando,  al limite, il saggio del profitto.

 Ma tutto ciò sarebbe inconfutabile solo assumendo la costanza di s’ ovvero che questo aumenti ma senza compensare la caduta di p. Ora è proprio l’esigenza di aumentare la produttività del lavoro   - sotto lo stimolo ininterrotto della libera concorrenza -  e quindi il suo sfruttamento che fa sì che q tenda a 1 ;  e solo non tenendo conto di ciò che ha senso formulare la “legge della caduta tendenziale” di p. Legge che non sta pertanto in piedi. Ma questo non è tutto circa la improponibilità di  quest’ultima.

Ricardo nel suo” modello a tutto grano” rappresenta  insieme  al “proletariato” ( il termine  s’impone successivamente)  e ai capitalisti  i proprietari terrieri percettori di rendita. Ciò è molto rilevante in quanto per definizione e accettazione unanime  i percettori di rendita rappresentano “consumo improduttivo”,  anche qui con licenza  fondata rispetto alle complicazioni della teoria del valore lavoro e al connesso problema della “trasformazione dei valori in prezzi” in quanto i proprietari terrieri  in quanto rentier non lavorano  affatto  e dissipano la loro “ricchezza” ex defintione. E una teoria del valore è precondizione essenziale per discriminare tra  lavoro “produttivo” e” improduttivo” con connesso consumo improduttivo.

Marx dal canto suo con la sua “legge” appena illustrata  riduce a solo due le classi del modo di produzione capitalistico, ma omettendo la rendita tra le variabili  implicate da quest’ultimo  si priva eo ipso di tener conto del lavoro “improduttivo” ove questo risulti assimilabile,  quanto a riflessi sul reddito nazionale, ai puri  rentiers. Certo,  anche su questo aspetto gioca lo stallo del “problema della trasformazione dei valori in prezzi”, ma  le conseguenze  sono devastanti sul piano dell’analisi complessiva del  processo capitalistico non solo in termini di previsioni deterministiche circa le sue tendenze storiche finali, ma anche  per lo studio e l’analisi delle crisi e dei cicli economici.

Sul primo dei livelli appena  accennati Marx finisce per connotare il capitalismo di un eccessivo e ottimistico carattere “progressivo” ( oggettiva e potenziale “liberazione” dal lavoro e quindi  tendenziale possibilitàdi attuare il comunismo con la scomparsa delle “classi”)  per l’assenza di ogni figura “improduttiva”. Sull’altro  piano l’assenza definitoria di “ lavoro improduttivo” in senso ampio tra le variabili che determinano gli equilibri del sistema economico capitalistico nel suo ciclico andamento comporta  la impossibilità di individuare ogni forma di possibili interventi  da parte dello  Stato  tesi a attenuare la caduta del saggio del profitto dovuta a insufficiente domanda aggregata;  e più in generale  ad attenuare la gravità delle crisi. Crescente gravità delle crisi nel tempo ( così da lui diagnosticata)  a cui Marx in definitiva assegna il compito essenziale  di segnare il “memento mori del capitalismo stesso ( per la coincidenza dello scoppio della  - altrimenti solo oggettiva  -  contraddizione tra produzione obiettivamente sociale e distribuzione privatistica del reddito, da un lato, e interpretazione soggettiva  e “socialista”della stessa in senso “classista”, d’altro lato).

 Senza dire della possibilità stessa  - che sembra oggi rivelata dalla contemporanea immane  crisi  –  che  il capitalismo almeno in Occidente ( come abbiamo suggerito recentemente)[21] pur di sopravvivere  abbia finito per assestarsi in uno stato di sostanziale stagnazione permanente ( per cause economiche completamente diverse da quelle volute da Ricardo) avendo nel tempo,  con il sempre maggior ricorso al “lavoro improduttivo”, cancellato  il livello critico della tensione antagonistica con il lavoro salariato tout court   ( con la complicità del  crollo del falso socialismo   fatto passare invece per quello autentico), imponendo la “fine della storia”.

Sembrerebbe a questo punto che,  seppure per mera serendipità  -  visto l’imporsi dell’interesse e della rendita sul profitto  e del sempre maggiore ricorso al lavoro “improduttivo” nelle ex cittadelle del capitalismo –  Ricardo  e non Marx abbia colto nel segno circa le sorti  “finali” del capitalismo.   con il suo “pessimismo”  contrapposto all’ “ottimismo  progressista” ( e “operaista” ) di Marx  che di rendita e profitto ritiene di poter fare astrazione  sullo stesso piano delle previsioni circa la  dinamica storica del capitalismo. Ma le cose  non stanno affatto così, perché nonostante il  recente ritorno a Ricardo  nessuno si è accorto che andando oltre quello che Marx a suo tempo ha  esplicitamente opposto a quest’ultimo in materia di rendita e  mettendo insieme  i suoi strumenti analitici  siamo in grado di falsificare  marxianamente  il “modello a tutto grano” facendolo letteralmente crollare.

 Abbiamo visto come per Ricardo  sull’ultima terra messa a coltura  non si paghi rendita (  la “rendita differenziale” si paga solo sui terreni inframarginali ). Ne conosciamo la “ragione” addotta: viene ipotizzato che vi siano sempre “terre libere” di pari produttività di quella “marginale” dove evidentemente non si paga rendita alcuna. Ma la vera ragione è ben altra e una volta disvelata è in grado di evidenziarne la natura: quella di una ipotesi ad hoc.[22]  Se infatti   non vi fossero “terre libere” ciò comporterebbe  la presenza di una rendita “assoluta” in aggiunta a quella “marginale” legata  quest’ultima alla sola rendita “differenziale”  a sua volta (diversamente ) misurata  dalla differenza appunto tra la produttività degli appezzamenti inframarginali  precedentemente messi a coltura  e la terra marginale. Ma la assenza di “terre libere”  e l’esistenza quindi   di una rendita assoluta connoterebbero la terra come un bene scarso in natura  che eo ipso   indicherebbe la rendita assoluta  ex definitione come  un reddito da monopolio ( data la inaumentabilità  e scarsità della terra e quindi dell’offerta dei suoi prodotti  rispetto alla relativa  domanda, nel caso di  (solo)  grano. Grano che evidentemente stabilirebbe il suo prezzo  risentendo della sottesa  logica monopolistica. E così stando le cose piuttosto che derivare il saggio del profitto medio del sistema  economico tutto dal settore agricolo  per l’equilibrio stabilito dalle leggi della perfetta e libera concorrenza, avverrebbe il contrario: sarebbe il settore industriale ove le “macchine” non hanno limiti nell’innalzare la produttività del lavoro a i far sì che si individui  il saggio del profitto medio per l’intera economia. Saggio del profitto che in agricoltura farebbe  formare il prezzo con il metodo del cost plus o mark up ( dato che sia il costo monetario del lavoro): profitto desiderato eguale a quello medio del sistema  tenuto conto dei costi totali comprensivi, evidentemente, della rendita assoluta. Inoltre in un tal quadro verrebbe meno il ricorso implicito alla teoria  “classica” del fondo salari operante nel “modello a tutto grano” di Ricardo: la presenza della rendita assoluta sulla terra marginale  con i suoi riflessi immediati sul prezzo del grano ergo del lavoro  bloccherebbe  il meccanismo che, secondo la teoria  “classica” in discorso, ammette che nel breve periodo il prezzo della forza lavoro possa aumentare, spinto dall’ampliarsi  incessante del processo produttivo  Il quale alimenterebbe  la prolificità della classe lavoratrice fin quando il suo aumentato numero non risultasse eccessivo rispetto all’aumento del fondo salari ( che farebbe crescere sempre nel breve periodo il salario reale attraverso l’aumento della domanda di lavoratori)  nella misura sufficiente a riportare il salario stesso  a  livello della mera sussistenza. Insomma tra una generazione di lavoratori e l’altra il fondo salari crescerebbe più dell’incremento demografico nel mentre quest’ultimo sul più lungo periodo eccederebbe tale incremento sino a ripristinare il salario d’equilibrio a livello della mera sussistenza. Nel mentre se esiste la rendita assoluta questa  costringe    il saggio salariale  sul suo livello di sussistenza facendo aumentare immediatamente il prezzo del grano ad ogni eventuale sollecitazione da parte della domanda a seguito dell’eventuale aumento demografico,  bloccandolo sul nascere.  E se questo è vero  allora lo stesso  meccanismo affidato all’aumento della popolazione, che spingerebbe verso la  progressiva messa a coltura di  terre  incolte  via via meno produttive in grado  in tendenza di ripagare solo il salario di sussistenza, si bloccherebbe  e con esso lo stesso raggiungimento  dello  “stato stazionario”.

 Marx contrappone a Ricardo l’esistenza della rendita assoluta in aggiunta a quella “differenziale” in ragione dell’assetto proprietario e privatistico del capitalismo che in agricoltura esclude la presenza di “terre libere”  ( sotto forma di res nullius). Purtroppo,  riconosciuto il consequenziale profilo monopolistico entro cui inquadrare la produzione nel settore agricolo  porta Marx a concepire un meccanismo di formazione del prezzo in tale ambito che è  inutilmente complicato  e fuorviato dalla errata  metodica  che  egli adotta, sia pure in modo  preliminare e  mai concluso, in materia di “trasformazione dei valori in prezzi”. [23]

Ma  nel primo e unico  volume de Il Capitale  pubblicato in vita,  il centrale e importante capitolo XXIV dal titolo “La così detta accumulazione primitiva” offre spunti che ci permettono di concludere a suo  totale vantaggio e in modo definitivo   la sua  opposizione –  esplicitamente non definitiva -  a Ricardo  sulla materia  implicata dal “modello a tutto grano” .

 Partiamo dalla inesistenza di “terre libere”. Dal predetto capitalo  XXIV de Il Capitale si evince come componente della” accumulazione primitiva” -  che per Marx “  ha nell’economia politica la stessa parte che ha il peccato originale nella teologia” , e che è l’insieme dei fenomeni storici che nei secoli ha portato alla formazione della classe dei capitalisti ( detentori  del capitale),  da un lato,   e del proletariato ( lavoratori deprivati nel tempo di ogni strumento e mezzo di lavoro e quindi in possesso della sola “forza lavoro”), d’altro lato  - non ammette nel  modo di produzione capitalistico  l’esistenza di “terre libere .Segnatamente sul piano storico ciò è la conseguenza  dell’espropriazione della popolazione rurale e la sua espulsione dalle terre, comprese quelle “comuni” a mezzo delle enclosures.  Con il che si può  mettere capo  all’ appena precedente  ragionamento ( dove cost plus e mark up sono modi di formazione del prezzo in condizioni di non pura e perfetta concorrenza   secondo la attuale terminologia economica e qui utilizzati per non entrare nei nebulosi e inedificanti  usuali meandri del “problema della trasformazione dei valori in prezzi”, pur non tradendo direzione e spirito degli argomenti evocati da Marx versus il Ricardo della sola rendita “differenziale”).

 Ma   quello che  permette di  assestare il coup de grâce al “modello” che sostiene il “pessimismo ricardiano ( al di là della micidiale e icastica  metafora della  confusione da parte di Ricardo della “chimica  organica con quella inorganica”), falsificandolo alla radice, è il capitolo XXV  del primo volume de  Il Capitale , capitolo successivo  a quello prima citato, dal titolo “La teoria moderna della colonizzazione”. Capitolo che rappresenta la controprova di quanto è stato possibile dedurre  dal capitolo precedente. Dunque nel Capitolo XXV in parola , tra l’altro, si irride a tale  E.G Wakefield  autore della così detta “ systematic colonization” . Teoria consistente nel suggerire l’’esportazione,  per legge,   nelle colonie di popolamento ( es. America Settentrionale)   del capitalismo,  inviando  colà capitalisti e proletari,  tali in Inghilterra. In estrema sintesi:  in presenza di “terre libere” l’ipostasi  storica di Wakefield si scioglieva letteralmente,  in quanto i proletari si riappropriavano di quanto erano stati spogliati ( in senso storico)  in madrepatria ( nel caso la terra) e i capitalisti non erano per definizione più tali,  venendo meno i termini essenziali del rapporto capitalistico di produzione: il  rapporto capitale/ lavoro ( lavoro,  beninteso“libero”,   cioè spogliato di ogni mezzo di produzione proprio).[24]

Alla luce di quest’ultimo punto il “modello ricardiano a tutto grano” si  può dire che si liquefa  come neve al sole,  in quanto il  modo di produzione capitalistico da esso sotteso è letteralmente inconcepibile: con “terre libere” non  è possibile  supporre né tampoco  riscontrare  empiricamente la esistenza stessa delle due classi che lo definiscono in modo stringente. E se non vi è capitalismo  nel “modello” ricardiano è mero divertissement  da  “club del bridge”  estrapolarne una qualsiasi legge di tendenza!

 

Per concludere sulla performance di Lunghini è il caso di cogliere in riferimento a Marx  molte sue  “perle”,  infilate di seguito in una  impresentabile “collana” .

 Nella chiusa della sua “lezione” l’accademico dei Lincei Lunghini  non manca di  tentare di attualizzare Marx attraverso Keynes e l’implicito suggerimento del necessario ritorno all’economista di Cambridge per venire fuori dalla crisi economica che sta da lungo tempo attanagliando l’Occidente. Riassumendo i tre aspetti essenziali ricavabili dalla General Theory (pur specificando che  Keynes intendeva salvare il capitalismo non essendo affatto marxista),   onde evitare e/o porre rimedio alle crisi capitalistiche, cioè:

a)    la necessaria eutanasia del rentier ( al fine di evitare quello che caratterizza il panorama dell’economia occidentale nell’attuale crisi, ovvero l’eccessivo prevalere della rendita e dell’interesse sul profitto);

b)    il mantenimento di una appropriata distribuzione del reddito ( in modo da evitare deficit di domanda globale sull’offerta globale, discrepanza che costituirebbe   la causa delle crisi);

c)    “una certa non piccola socializzazione degli investimenti”,  (già ricordata,  e ciò in quanto  l’endemicità delle crisi comporterebbe il sistematico intervento dello Stato teso  ad appianare con investimenti pubblici  l’incapacità generale  e  congenita dei mercati  e dei privati ad assicurare  l’equilibrio tra domanda e offerta globali);

 

 

 

Lunghini  pone la ricetta  del cantabrigese,  condensata nei tre punti precedenti,  come  oggettivamente derivabile dalla posizione di Marx sulle crisi.  Un po’ come dire che al di là delle presa di posizione soggettiva a favore del capitalismo da parte di Keynes questi fosse sul piano scientifico e malgré lui même un continuatore dell’opera di Marx. Con ciò   ritenendo di assolvere di fatto il filone  dei keynesian-marxisti ( etc.)  sul piano scientifico dalla accusa,  invero fondata,   di  operare un inammissibile sincretismo scientificamente insostenibile.

 Sappiamo come riposi su fondamenta profondamente errate la conclusione di Lunghini,  che mostra di  ignorare:

1)    che  la teoria delle crisi di Keynes è non solo fallace ma  neanche nuova,  rappresentando una variazione sul tema ricavabile dalla  pur avversata teoria neoclassica e dal filone dei teorici del “sottoconsumo”;

2)    che le molte illustrate spiegazioni delle crisi rintracciabili in Marx sono ben lungi dall’averlo soddisfatto , costituendo parte essenziale del suo incompiuto “research program”,   e dall’aver ricevuto una qualche rigorosa sistematizzazione dalla posteriore scuola  “marxista”;

3)    che Marx ha non solo confutato ma irriso ante litteram la misura keynesiana dell’”eutanasia del rentier” nella formulazione  della “socializzazione” del saggio d’interesse  ovvero della “mutualizzazione” del credito  datane da Pierre-Joseph Proudhon;[25]

4)    che l’”eutanasia del rentier” affidata alla  tendenziale scomparsa del saggio d’interesse una volta prodottasi  in concreto (  recentemente dapprima in Giappone e poi durante la grande crisi attuale  nei Paesi a “capitalismo maturo”) non solo non ha sventato la crisi  ma non ha neanche portato fuori da essa . Per anni il saggio dì interesse reale addirittura negativo non è valso a stimolare investimenti e sviluppo economico in presenza dello “scandalo pubblico  della miseria nel mezzo dell’abbondanza”: La  Borsa si è presa la briga di liquidare l’utopia proudhon-keynesiana di  mantenere in vita il profitto cancellando l’interesse manovrato dallle “autorità centrali”, dimenticando che tali categorie rappresentano due facce della stessa medaglia: Monsieur Le Capital nell’alterno andamento del processo capitalistico, come aveva avvertito Marx con la lapidaria e  icastica espressione   secondo cui in  definitiva “ il capitalista è l’uomo degli scudi”;[26]

5)    che  trent’anni di ricette keynesiane  e di mixed economy – come abbiamo ricordato – hanno clamorosamente smentito diagnosi,  prognosi e terapie  derivate dalla General Theory   tese al mantenimento della piena occupazione, partorendo addirittura l’inconcepibile mostro della stag-flation .  La quale ha combinato insieme i due mali che la “scienza economica”  ( della cui coesistenza ancora non ne è venuta  “ufficialmente a capo) ritiene da sempre  strettamente alterrnativi e reciprocamente escludentesi: inflazione e disoccupazione di massa;

6)    che l’impianto della General Theory non sostiene analiticamente oltre che logicamente  un autentico fenomeno dinamico  lì meramente presupposto in alcune funzioni di comportamento  ( la funzione del consumo/risparmio e quella degli investimenti)  dove il futuro come spazio temporale diverso dal presente è solo congetturalmente presupposto; con l’ingannevole escamotage delle “aspettative”( circa il futuro) .E se questo è vero  ogni possibilità di venire a capo delle crisi e del ciclo da esse determinato è precluso in partenza, non appartenendo ex definitione tali fenomeni a un sistema economico in mero stato statico-riproduttivo.[27]

 

 Il giudizio finale sulla “lecture” di Lunghini non può che essere  a questo punto  pesantemente negativo, aggravato dalla  circostanza dalla persistente sindrome della “dissonanza cognitiva”.  Alla luce delle  armi  analitiche spuntate  e fallimentari della teoria economica ufficiale e  la velletarietà inconcludente di quelle  falsamente più appuntite  delle correnti sedicenti “eterodosse” ( in realtà embedded )  non si  deve  però caricare  il solo Lunghini  delle colpe di un crescente e ormai insopportabile deficit teorico che affligge la “scienza triste” ( la tristezza ha ormai lasciato il posto a un aura lugubre che emana dalla “scienza economica”).Conoscendo lo “stato dell’arte” anche ai suoi massimi livelli “scientifici”  rappresentati nella “collana” dell’Espresso attraverso eminenti studiosi di indubbia fama internazionali ( tra cui alcuni premi Nobel) non c’era in verità  da aspettarsi di meglio.

 Cercheremo  di fornire in altra occasione  adeguata giustificazione  di un tale  pesante verdetto,  proponendone   una conseguente  base dimostrativa,  dando conto a mo’ di un opportuno florilegio  di altri “contributi”  tra quelli annunciati nel “piano dell’opera” suddetta, evidentemente trascurando quelli che a nostro giudizio  riguardano temi e/o  studiosi “minori”.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




[1] L. Festinger, A theory of Cognitive Dissonance, Stanford, CA., Stanford University Press, 1957.

[2] La stessa metafora del “pulviscolo” rimanda a una loro collocazione negli angoli fuligginosi di una biblioteca, e quindi a una loro indubbia  datazione, artatamente tenuta in vita grazie alle numerose conventicole accademiche  per le quali ogni inconcludente occasione per autocommissionarsi presunti  “contributi” su  personaggi  e le loro opere, convenzionalmente istituzionalizzati,  è buona per “tirare quattro paghe per il lesso”. E poi con tale definizione non sono altrettanti “classici” Smith, Malthus’ per non dire ,Walras, Pareto etc.che stanno, ad esempio, a Marx come il diavolo all’acqua santa?.

 

[3] D: Ricardo, Principi dell’economia politica e delle imposte, capitolo sesto, UTET,Torino, 1965, pp.71-84. Vedi anche, C.Napoleoni, Introduzione, in C.Napoleoni – L.Colletti, Il futuro del capitalismo crollo o sviluppo?, Laterza , Roma-Bari, 1970, p..X e sgg.

[4] La estrema fragilità della spiegazione keynesiana, immediatamente rilevata da Schumpeter all’indomani della pubblicazione della General Theory , sta nella cruciale e inevasa domanda:  cosa determina l’improvviso aumento della preferenza per la liquidità? Domanda che sottende la denuncia delle false soluzioni che  consistono nel rimandare  le loro  spiegazioni da “Ponzio a Pilato”.

 

[5] K.Marx, Introduzione (1857) a Per la critica dell’economia politica (1859), in Idem, Per la critica dell’economia politica,  Editori Riuniti, Roma, 1969, pp-196-7.

 

[6] K.Marx,  Discorso sulla questione del libero scambio,  Marx-Engels, Opere Complete, Vol.VI, Editori Riuniti, Roma, 1973, 468-472.

 

[7]  Ricardo eletto negli ultimi anni della sua vita alla Camera dei Comuni ha contrastato in dottrina e in politica i proprietari terrieri (massicciamente rappresentata alla Camera dei Lords ): la sua teoria del commercio internazionale e a favore del libero scambio era il frutto della lunga lotta tra gli industriali liberisti e i landlords protezionisti   circa il mantenimento o la cancellazione del dazio sul grano americano.

 

[8] In V.Orati, Una teoria della teoria economica,  UTET, Torino, 1997,Vol.II, nell’ultimo capitolo si approfondisce la critica  alla “Bibbia” dei neoricardiani ( P.Sraffa , Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino, !960). Dimostrando come la stessa “scoperta” di Sraffa della “misura invariabile dei valori” data per accertata in “letteratura” sia dal punto di vista  scientifico un mero bluff: sottoponendo il modello nearicardiano alla prova dell’equilibrio di mera riproduzione semplice  – con i “prezzi” individuati grazie la “mitica” grandezza  invano ricercata da Ricardo -   il sistema  economico   risulta incapace di riprodursi. In altri termini i “prezzi” così trovati non sono prezzi d’equilibrio. Quindi la  supposta “scoperta” di Sraffa risulta del tutto priva di un  pur minimo significato scientifico.

[9] V.Orati,Il ciclo monofase. Saggio sugli esiti aporetici della “dinamica” di J.A.Schumpeter,Liguori, Napoli, 1988.

 

[10] V.Orati, Una teoria della teoria economica, UTET, Torino, 1997, Capitolo nono, pp.319-419; Idem, All o f Keynes’ Mistakes, ( True and Unknown), <<International journal of Appled Economics and Econometrics>>, Vol.20, n.3, July-September 2012.

 

[11] Le centinaia di pagine  che Marx ha dedicato in modo assoutamente non sistematico e conclusivo  al problema della crisi e del ciclo sono state lodevolmente raccolte in:  R. Dangeville ( a cura di),   Marx Engels . La crise,  Union Géneral  d’Editions, Paris, 1978.

 

[12] Lunghini parla anche di stato di crisi “endemico” nel capitalismo , come  se stato ”normale “ di crisi e crisi endemica fossero la stessa cosa!Ma ciò ammesso ma non concesso, cosa alimenta il generale miracolo che fa sì che tale morbo endemico ( presente  sì  costantemente ma in modalità parziale e non generalizzata )   non si scateni in forma di epidemia e ancor più di pandemia? Naturalmente in tutto il filone sottoconsumista  a questa anfibia ma essenziale  domanda non è dato trovare risposta  di un qualche rilievo. Inoltre la crisi  nel capitalismo, in senso problematicamente proprio,  non è fenomeno  endemicamente circoscritto   ( di settore produttivo o   spazialmente  limitato  ) ancorché costante , ma “generale”  (epidemico, eventualmente,  e pandemico in caso di intensa  e ampia integrazione  nel mercato internazionale): a complicare l’arcano della ciclicità  della crisi si aggiunge  infatti l’ulteriore arcano del suo carattere apparentemente paradossale  di sovrapproduzione assoluta, producendosi troppo di tutto!

 

[13] Le critiche di Marx ai “sottoconsumisti” dei suoi tempi sono raccolte , tra l’altro,  in:  R.Dangeville ( a cura di ),  Karl Marx  Friederich Engels. Critique de Malthus, Maspero, Paris, 1978.

 

[14] V.Orati, L’anomalia della stag-flation e la crisi dei paradigmi economici, Liguori, Naqpoli, 1984.

 

[15] Si tratta di complicazioni  inerenti il così detto “problema della trasformazione dei valori in prezzi” che riguarda la coerenza logico-formale della teoria del “valore lavoro”.

 

[16]  In sede empirica il teorema H-O è stato smentito  dal così’ detto “paradosso di Leontief”. Il futuro Nobel Leontief ha infatti verificato che la divisione del lavoro internazionale  sanciva empiricamente esattamente l’opposto di  quanto  prescritto dal teorema H-O . Una puntuale analisi delle eclatanti contraddizioni cui va incontro il teorema H-O è svolta da V.Orati, Ricardian Comparative Costs and Heck scher Ohlin Theorem, << International Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Vol. 15 n. 4 October-December 2007. La soluzione al “paradosso di Leontief” è offerta dallo stesso Autore  come corollario di una radicalmente nuova teoria   del commercio internazionale; a  tal proposito vedi V.Orati, Globalization Scientifically Unfounded,  Special  Issue  edited by << International Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Bangalore, 2003 l ( ed.it. Editori Riuniti, Roma, 2003 e seconda ed. it.  ampliata, Thyrus, Terni, 2008.

 

[17]  Nei suoi termini generali il “problema della trasformazione dei valori (lavoro) in prezzi” si presenta nella difficoltà  apparentemente insormontabile di  individuare con rigore un unico saggio del profitto  in settori produttivi  ove  assumendosi un eguale massa o valore assoluto  di surplus   questo vada diviso per un ammontare di costi  anticipati dal capitalista ( capitale e lavoro)  diversi ( perché diversi sono i beni prodotti,  ergo le tecniche produttive a ciò occorse. Tecniche diverse definite proprio dal  diverso rapporto tra capitale e lavoro). Con semplice formalizzazione,  posto   p = saggio del profitto;   S =  surplus totale;  c = valore  dei macchinari, impianti e materie prime; v = salari anticipatip sarà  diverso necessariamente   in settori dove  l’intensità capitalistica dei processi produttivi è per definizione diversa: Infatti  se  p = S /c+v  a parità di S risulterà  necessariamente   p  diverso al mutare della somma c+v.Da qui la assurda ipotesi di Ricardo di  far produrre i lavoratori senza “capitale” ( desarmata manu) nel “teorema dei costi comparati” , e la esigenza di far consistere di solo grano  sia il bene capitale ( oltre la terra) che il e bene di consumo nel modello “a tutto grano” che sostanzia il “pessimismo ricardiano”.

 

 

[18] E’ invece un chiaro effetto della sindrome psicologica della “cognitive dissonance” quella che porta Lunghini a ignorare o  a “rimuovere” lo sviluppo del paradigma marxiano a partire da una mai confutata ( in sede scientifica) soluzione al ““problema della trasformazione dei valori in prezzi” attraverso il criterio/teoria  del “valore opportunità. Sviluppo che ha portato nell’arco degli ultimi sei lustri a compimento il “research program” del’autore di Das Kapital.

 Tappe fondamentali di un tale itinerario  scientifico  operato da chi scrive  – nessuna delle quali è stata  “falsificata”nelle sedi opportune anche ai massimi livelli internazionali -  sono: V.Orati, Produziuone di merci a mezzo lavoro, Liguori , Napoli,1984; Idem, L’anomalia della stag-flation e la crisi dei paradigmi economici. Una soluzione neomarxiana, Liguori, Napoli, 1984;Idem, Il ciclo monofase. Saggio sugli esiti aporetici della “dinamica” di J.A.Schumpeter, Liguori, Napoli, 1988;Idem, Il (corto)circuito, ovvero una moneta per l’economia, Isedi, Torino, 1992; Idem,The End of Political Economy the End of Economic Policy, Scandinavian Lectures, Federico Caffè Center, Rearch Report, n.2, 1966, Roskilde University;  Idem, Una teoria della teoria economica (2voll.), UTET, Torino, 1997; Idem, Kreislauf and Great Aggregates: the Missing Link in the Work of Professor Samuelson, , << Intenational Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Vol. I , n.1, January-March 2001 ( è uno dei tre saggi  che inaugura l’intera annata della citata rivista sul tema:  Samuelson and the Foundations of Modern Economics, dove i rimanenti due saggi sono dei premi Nobel Klein e Solow); Idem,  Globalization Scientifically Unfounded,  Special  Issue  edited by << International Journal of Applied Economics and Econometrics>>, Bangalore, 2003,  ( ed.it. Editori Riuniti, Roma, 2003 e seconda ed. it. ampliata, Thyrus, Terni, 2008;Idem, Lavoro “produttivo” e “improduttivo”, Editori Riuniti university press, Roma, 2010;Idem, All  of Keynes’ Mistakes ( True and Unknown), << International Journal od Applied Economics and Econometrics, Vol.20 n. 3  July-September , 2012  ( Special Issue on John Maynard Keynes, Part V).

 

[19]  Mentre Marx dà una versione formale  alla sua “legge” altrettanto non avviene nel caso di Ricardo e il suo “modello a tutto grano”. In quest’ultimo caso  sono stati i posteri a dare veste matematica ( vedi per es. L Pasinetti, Lezioni di teoria della produzione, il Mulino, Bologna, 1975, p11 e sgg.) al ragionamento di Ricardo. Pertanto   quel che rileva è  l’essenza deterministica del suo “modello” in quanto  suscettibile di formalizzazione matematica.

 

[20]  Vedi supra nota  17.

[21] V. Orati, Globalizzazione scientificamente infondata, seconda ed, it. ampliata, Thyrus, Terni, 2008

 

[22]   Qui, come vedremo nel testo , si  annuncia ciò  che faremo toccare con mano  circa il motivo della popolarità verso i moderni economisti di Ricardo   che ne incarna con deciso anticipo il ricorso al mero gioco teorico ( vedi il successo della “teoria dei giochi”)  che avrà con il Nobel  Friedman il massimo successo,  teorizzando questi il “convenzionalismo” . Per il quale  non è rilevante la “falsità”  o meno delle ipotesi a sostegno di una teoria scientifica bensì solo il criterio di verifica previsionale della stessa teoria. Posizione questa che di fatto si pone fuori dalle norme della logica formale per la quale la falsità delle ipotesi rende false tutte le conclusioni che da essa  si possono inferire, come vuole la “legge di Duns Scotus”.

 

[23] E’ nel II volume della Storia delle teorie economiche ( nota anche come Teorie sul plusvalore ) Einaudi, Torino, 1958  - che doveva  in progetto completare  ( IV Vol.) Il capitale  – che Marx tratta a lungo e in modo non conclusivo evidentemente  il pensiero di Ricardo opponendogli, tra l’altro, la esistenza della rendita assoluta.

[24] K.Marx, Il capitale ( Introduzione Maurice Dobb), Vol. I,  Capitoli XXIV e XXV,  Editori Riuniti, Roma, pp. 777-836.

[25]  Vedi, K. Marx, Storia delle teorie economiche, Vol. III, op. cit., p.529 e sgg.

 

[26]  Le Banche Centrali, senza smentire l’assetto classista e il dominio borghese  nel capitalismo,  hanno alimentato e continuano ad alimentare,  con politiche monetarie che hanno fornito denaro illimitato con interessi negativi , i falsi profitti ottenuti dalla speculazione  in Borsa, permettendo che denaro partorisse altro denaro, cioè autentico tasso d’interesse nella sua più pura  forma parassitaria , con effetti  drammatici sull’economia reale.  II tentativo di realizzare idee infondate (utopiche)  tra l’altro  può dar luogo a paradossi: l’”eutanasia del rentier”  ha condotto al suo massimo trionfo :Il rentier!. D’altronde cosa attendersi dalla progressiva “privatizzazione dello Stato”  di cui la privatizzazione  progressiva delle Banche Centrali è la forma più dispiegata ed eclatante?

 

[27] L’assunto di un sistema economico in sostanziale stato  statico -riproduttivo  nella General Theory , pubblicata nel 1936,  è tanto più grave quanto più esso dimostra la ignoranza da parte dell’”isolano” Keynes  dello “stato dell’arte” della  scienza economica in materia di crisi e ciclo. Se è infatti vero che sono passati 24 anni dalla pubblicazione in tedesco ( che pur Keynes conosceva) della Teoria dello sviluppo  (1912) di Schumpeter, che al di là dei suoi esiti positivi o meno denunciava fondatamente e inoppugnabilmente  lo stallo  della “scienza triste” nel risolvere il cruciale passaggio analitico dalla statica alla dinamica economica, anche la traduzione in lingua inglese  pubblicata dalla Harvard University Press (1934) del  predetto contributo schumpeteriano è di due anni precedente  l’uscita della General Theory.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 197

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