Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 13137 volte 12 novembre 2012

Un modello di sviluppo che crea disoccupazione

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Planisfero, Primo Piano

Sono passati quasi vent’anni da quando Giorgio Vitangeli, attualmente direttore de “la Finanza” ed all’epoca direttore di “Finanza italiana” pubblicò un breve saggio in cui sosteneva che l’adozione delle misure ultraliberiste avrebbe generato un’aumento della disoccupazione, della povertà, delle disuguaglianze sociali e della spesa pubblica, finendo per creare un modello oligarchico di società e mettendo in discussione i principi stessi della democrazia. Oggi riproponiamo questo contributo, corredandolo con immagini contemporanee, per sottolineare come alcuni dei problemi attuali, che hanno condotto a una crisi di cui non si vede la fine, siano stati identificati e denunciati per tempo, nell’assoluta indifferenza di una classe politica subalterna ai dettami del “Washington Consensus” e di un mondo dei media omologati a un pensiero economico dogmatico che, in quegli anni, stava diventando unico e dominante.

Più di 17 milioni di disoccupati nella CEE. In quel “mitico” 1993 che con l’avvio del mercato unico doveva segnare la data di nascita di un’Europa più unita, più efficiente, più ricca, un lavoratore su otto è disoccupato, ed uno su sette è al disotto della soglia di povertà.

” E’ minacciata la coesione della società europea” avverte allarmato Delors. In altre parole: all’interno dei Paesi della Comunità sta già ticchettando la bomba ad orologeria della protesta e della rivolta sociale.

“Il peggio deve ancora venire”, avverte il commissario CEE Hannig Christophersen. Secondo alcune previsioni, entro la fine di quest’anno i disoccupati in Europa saranno venti milioni.

E in effetti il bollettino di guerra sul fronte dell’occupazione si fa ogni mese più drammatico. Il tasso medio di disoccupazione nella Comunità Europea era un anno fa del 9,4% . E’ salito ora al 10,4%, ma secondo le stime Ocse salirà ancora all’11,4% entro la fine di quest’anno e sfiorerà il 12% l’anno prossimo.

Nella loro aridità asettica le statistiche non danno l’idea dei drammi che sottendono. Aiuta forse di più a capire cosa sta succedendo dire che nella già grassa e potente Germania ci sono oggi tre milioni e mezzo di disoccupati, e che nelle regioni che costituivano la Repubblica Democratica Tedesca la disoccupazione femminile sfiora oggi il 60%. O sottolineare che in Inghilterra, dove i disoccupati superano ampiamente i tre milioni, sta nascendo una nuova classe di “paria”, quella degli “unemployable”. Gente che è stata espulsa dal ciclo produttivo a cinquant’anni, o che non vi è ancora entrato a venticinque, trenta. E che tende ormai ad essere “inimpiegabile”.

In Spagna la disoccupazione tocca ufficilamente il tasso incredibile del 20,7%, che equivale a tre milioni e trecentomila persone senza lavoro. A frenare per ora la protesta sociale è un microassistenzialismo statale diffuso che si somma al lavoro nero. Secondo alcune valutazioni, due milioni e seicentomila lavoratori si sono rifugiati infatti nel “sommerso”: E l’Italia? In Italia il tasso medio di disoccupazione era circa un anno fa attorno al 9,5%. E’ salito in questi ultimi mesi al 10,4. Ma il dato italiano in realtà è la somma di situazioni completamente diverse. Al Nord i disoccupati erano ancora un modesto 5,7%; al Centro si saliva già al 7,6; al Sud e nelle Isole si balzava al 16,3%.

 

 

 

 

 

 

 

Emerge sempre più chiaramente l’emarginazione dei segmenti più deboli della società italiana: meridionali, giovani, donne.

Se questa è la situazione in Italia ed in Europa, non è che nel resto del mondo le cose vadano tanto meglio. Lasciamo stare l’ex Europa dell’est, ove i disoccupati in tre anni sono passati ufficialmente da cento mila a quattro milioni. Negli Stati Uniti “il quadro dell’occupazione rimane sempre nero”, osserva Robert Reich, Ministro del lavoro di Clinton. In questi ultimi due anni la ripresa dell’economia è stata annunciata decine di volte. Ma la disoccupazione è ancora inchiodata ad un ufficiale 7%, calcolando tra gli occupati anche i lavamacchine, gli addetti alle pompe di benzina, e la schiera crescente di coloro che svolgono saltuariamente occupazioni precarie, che è un pò la versione americana del nostro “sommerso”.

E persino nel mitico Giappone del “lavoro a vita” le cose non sono più come prima. Si comincia a licenziare, si incentivano i prepensionamenti. Secondo uno studio della Merril Lynch, nel Paese del Sol Levante ci sono due milioni di lavoratori di troppo, che dovrebbero essere licenziati, se le imprese vogliono “riguadagnare efficienza”. E gli imprenditori giapponesi cominciano a convertirsi alla nuova “filosofia” perchè, dicono, “l’impresa non può permettersi di sovvenzionare una massa di lavoratori improduttivi”.

Tirando le somme: alle soglie del terzo millennio secondo l’Iternational Labor Organization delle Nazioni Unite ci sono nel mondo 110 milioni di disoccupati, e 700 milioni di persone lavorano con salari al disotto del livello minimo di sussistenza.

 

 

 

 

 

 

 

Da dove viene questa peste che ha ormai contagiato tutto il mondo sviluppato? Se non si individuano e non si contrastano e neutralizzano presto le cause di questo virus, non è in gioco solo la coesione sociale, come molti vanno già dicendo; è in gioco il nostro stesso modello di civiltà democratica. E non perché  come è già accaduto negli anni venti e trenta in Europa, la disoccupazione di massa chiama un “salvatore della Patria” cioè un dittatore.

 

 

 

 

 

 

Non è da escludersi che in qualche Paese quella storia possa ripetersi, ma il rischio più immediato è meno plateale e più subdolo. Si è messo in moto cioè un meccanismo che anche e soprattutto nei Paesi sviluppati e “democratici” crea nuovi emarginati. La ricchezza e il potere tendono a concentrarsi. In poche parole: l’oligarchia economica assume forme più vistose e più dure. Ed anche il sistema politico tende a diventare apertamente oligarchico. I segnali di questa evoluzione si cominciano a cogliere anche nel dibattito culturale. Negli Stati Uniti da qualche tempo il concetto di “uguaglianza” nei diritti politici non è più un tabù intoccabile. In nome della meritocrazia, o enfatizzando il concetto di “responsabilità”, si tende a sottolineare che il peso sociale e politico di un professore universitario, di un industriale di successo, di persone cioè ai gradini più alti della scala sociale, non può essere uguale a quello di un modesto semianalfabeta, di un povero e ottuso operaio, di un asociale ubriacone.

In un certo senso è una constatazione ovvia. Ma se si confondono la considerazione e lo “status sociale” (che non possono essere uguali per tutti) con i diritti politici (che invece in democrazia appartengono ad ogni uomo), quell’asserzione diventa un manifesto politico dell’oligarchia. Qualche eco di quel messaggio si comincia a percepire anche in Italia. Il professor Miglio, ideologo della Lega, osservava mesi fa che se in una società vi sono delle persone assistite, almeno non dovrebbero avere il diritto di eleggere coloro che li devono assistere.

Sembrava una bordata abbastanza condivisibile contro il voto di scambio che ha compattato negli anni passati una classe politica dispensatrice di privilegi assistenziali, ed un elettorato che premiava perciò quella classe politica.

Ma il sofisma è evidente. Perché  invece di correggere gli eccessi dell’assistenzialismo, magari anche truffaldino, tende piuttosto a ridurre i diritti politici dei ceti più poveri e più deboli. Facciamo un esempio concreto: un lavoratore di cinquant’anni viene licenziato. Una storia come milioni di altre ormai. A cinquant’anni è troppo giovane per andare in pensione, troppo vecchio per sperare di ritrovare un lavoro. Affonderà inesorabilmente nelle sabbie mobili di piccoli e precari lavori neri. Scivolerà più in basso nella scala sociale. E poiché  la carriera lavorativa interrotta gli ha impedito di versare adeguati contributi previdenziali, da vecchio o non avrà diritto a pensione, o avrà una pensione d’assistenza. E a questo punto, a completamento del capolavoro di politica sociale, secondo il professor Miglio, bisognerebbe anche limitargli i diritti politici.

Se non sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda, su un a linea per certi aspetti simile, anche se intellettualmente più elaborata, sembra muoversi il neoministro dell’industria <Paolo Savona. Parlando a metà giugno a Foligno, al 3° Incontro organizzato da “Nemetria” su etica ed economia, egli infatti ha sottolineato come il suffragio universale, “portando al potere li interessi dei più”, abbia trascinato una forte domanda di garanzie (contro il rischio di disoccupazione, di malattia, ecc.) che hanno dato vita allo “Stato sociale”. Citando Tocqueville, ha stigmatizzato “la tirannia della maggioranza”, ed ha affermato senza mezzi termini che “la democrazia a suffragio universale non tutela le generazioni future che non hanno potere di voto”.

Che vuol dire? Anche in questo caso una constatazione abbastanza condivisibile può diventare una breccia dirompente attraverso cui avanza un nuovo modello di società oligarchica.. Perché se si tocca il suffragio universale, si tocca il principio fondante della democrazia. E a questo riguardo anche la legge elettorale maggioritaria (capace, al limite, in un collegio uninominale di trasformare in maggioranza assoluta un venti per cento degli elettori, cancellando dalla rappresentanza l’altro ottanta per cento) a pensarci bene qualche perplessità e qualche sospetto potrebbe suscitarlo. Più che la democrazia del suffragio universale, fa venire alla mente infatti il sistema di governo delle società per azioni,m ove una minoranza di controllo ha sempre dominato sulla maggioranza di azionariato diffuso.

Ed è anche curioso che, dopo essere stato imposto in Italia sa furor di popolo teleguidato, tale meccanismo elettorale rispunta ora in Giappone, come cavallo di battaglia dei “liberaldemocratici” nipponici.

Ma torniamo all’economia. Savona per la verità esclude che “Il nuovo” possa consistere in una semplice “riduzione delle garanzie” dello Stato sociale, strada seguita dalla Tatcher e da Reagan, e su cui si sono incamminati molti imitatori. Egli si dichiara invece a favore di “un sistema di garanzie diverse, aventi diverso contenuto e diversa distribuzione di vantaggi e di oneri tra i cittadini”.

Questo insistere sulla “diversità” invero non è molto tranquillizzante. Ed ancor meno lo è che teorizzando in un libro di prossima pubblicazione una “nuova società aperta” Savona metta al primo posto, assieme alla diversità delle culture e delle religioni, , la necessità di accettare “la diversità dei ruoli sociali”. E quanto alle libertà da garantire, mette al primo posto la libertà d’impresa, cioè d’iniziativa e di movimento delle persone e dei capitali. Lo Stato invece a suo giudizio deve essere “minimizzato”, dando spazio alla famiglia ed al volontarismo nei compiti di assistenza.

Un modello che per certi versi rimanda all’Ottocento (i vecchi a carico dei figli, e Dame di San Vincenzo e Confraternite per assistere i più poveri ed abbandonati); per altro ricorda certe idee care alla Lega.

 

 

 

 

 

 

 

 

I temi di carattere politico paiono saldarsi dunque con quelli di carattere economico, riconducendo ad una stessa matrice.

Ed è in questo più vasto scenario che si inquadra il fenomeno della disoccupazione di massa.. A interrogarsi sulla sua origine, prende forma infatti un dubbio angoscioso: non siamo davanti ad una semplice crisi economica: stiamo cominciando a vivere una mutazione sociale. Va profilandosi cioè un modello di società che non è più quello tendenzialmente egualitario e democratico in cui eravamo abituati a vivere.

Tralasciamo gli aspetti congiunturali delle crisi economica ed occupazionale, che pur pesano. Al disotto di questi aspetti congiunturali stanno operando più importanti mutamenti strutturali. Alcuni sono conseguenza naturale dell’evoluzione scientifica; altri invece sono il risultato di alcune precise scelte culturali e “politiche” in senso lato. Appartiene al primo gruppo l’immissione nel sistema produttivo di massicce dosi di nuove tecnologie. In quest’ultimo decennio la microelettronica, l’informatica, la telematica ed in certi casi la robotica, si sono diffuse in tutte le attività produttive.

Da che mondo è mondo, macchine e tecnologia più avanzata tendono a sostituire il lavoro umano e, in prima battuta, creano disoccupazione. Una risposta di tipo buddistico (distruggere le macchine ed ostacolare il progresso) è sempre infantile e perdente. Ma è anche vero che se l’immissione di una nuova tecnologia si concentra in un tempo breve, la nascita di nuovi ed alternativi posti di lavoro non riesce a starle dietro, e le tensioni sociali diventano inevitabili.

Questa distruzione di lavoro nell’industria non è un fatto di questi ultimi due o tre anni. E per rendersene conto basta una scorsa alle statistiche.

Per limitarsi all’Italia, se nel decennio tra il 1960 e il 1970 il settore industriale ha guadagnato quasi un milione di posti di lavoro , per tutti gli anni settanta non ha fatto più progressi sul fronte occupazionale, rimanendo bloccato ad un livello di circa 7 milioni e 600 mila addetti.

Poi, dal 1981, è iniziato in Italia il declino dell’occupazione nell’industria. In dieci anni –anni per giunta di “vacche grasse” per l’economia italiana e mondiale- sono spariti circa un milione di posti di lavoro.

E se nessuno quasi se n’è accorto è perché nello stesso periodo il terziario ha “creato” due milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro, più che compensando sia la perdita di occupazione nell’industria che quella ulteriore nell’agricoltura.

Dunque: il fenomeno cova da almeno un decennio (3 decenni per chi legge nel 2012 NDR) ma non preoccupava più di tanto. Anzi, si diceva con un certo orgoglio che anche noi, come il resto del mondo avanzato, stavamo entrando nell’era postindustriale, dominata dal terziario.

 

Cos’è cambiato in questi ultimi due anni? In estrema sintesi: la perdita di posti di lavoro nell’industria è divenuta galoppante, mentre il terziario non solo non crea nuovi posti, ma ne distrugge anch’esso.

Alla base di questa nuova evoluzione ci sono due concetti, che sono diventati la bandiera e la parola d’ordine di forze culturali e politiche che irradiando dai Paesi anglosassoni percorrono trasversalmente tutti i Paesi ad economia capitalistica. Questi due concetti sono “efficienza competitività” e “mercato globale”.

Come è possibile che l’efficienza e la capacità di competere, che è il valore fondante di ogni sana impresa, coniugandosi col “mercato globale”, che è anche esso un traguardo astrattamente auspicabile, stia generando in realtà milioni di disoccupati e sia foriera di una “mutazione sociale” in senso oligarchico?

Il fatto è che nella versione dura ed estremista in cui vengono oggi riproposti dai neo-liberisti, quei due concetti contrabbandano in realtà un errore discorsivo e una mistificazione plateale.

L’errore è nel considerare l’impresa come un assoluto a se stante, come una “monade”, il cui fine è un’efficienza astratta, che in concreto si misura solo con il profitto.

Un’impresa simile, tesa a massimizzare la produttività e il profitto, anche se ciò significa distruggere e “minimizzare” l’occupazione, non ha più rapporto con il territorio in cui è radicata e tende a “minimizzare”  anche lo Stato in cui opera, perché non vuole ostacoli ed ha per suo teatro il mondo. Non è più una comunità di uomini e per gli uomini; è un Moloch che ignora e divora l’uomo. E’ l’esatto opposto dell’impresa che sognava Adriano Olivetti: comunità di lavoro che si radica nella società civile, irradiando benessere, solidarietà, coesione sociale in tutta l’area in cui produce. E’ l’esatto opposto dell’impresa come la costruiva Enrico Mattei: strumento efficiente per creare lavoro produttivo e riscattare con il lavoro i diseredati, comunità di uomini coscienti di partecipare ad un comune disegno, motivati perciò ad un comune impegno, e patrimonio infine della comunità nazionale , a difesa dei suoi interessi legittimi e della sua libertà.

L’impresa “efficiente e competitiva sul mercato globale”, tende invece ad eliminare tutti i suoi problemi scaricandoli sulla collettività.

 

 

 

 

 

 

Prendiamo un esempio inglese: la British Telecom. Dopo la privatizzazione sono state tagliate alcune decine di migliaia di posti di lavoro. Dolorosa amputazione, si disse, per raggiungere un maggior grado di efficienza e di competitività. Ed ora siamo da capo: si parla di amputare altri 40 mila posti, cosicchè la British Telecom sia ancora più efficiente, ancora più competitiva.

Se questa fatica di Sisifo avrà una fine, l’Inghilterra arriverà ad avere un’azienda telefonica privata che darà molti profitti, e centomila disoccupati in più, non pochi dei quali finiranno in un modo o nell’altro a carico dell’assistenza pubblica. E se si ridurrà drasticamente l’area dell’assistenza pubblica, come molti vanno predicando, avrà allora alcune decine di migliaia di nuovi poveri, di emarginati sociali che andranno ad ingrossare le fila di quell’esercito di disadattati, di disperati, di vinti, di violenti, che si sta raggrumando in ogni megalopoli.

L’efficienza astratta ed estrema dell’impresa, si traduce così in inefficienza e rischio mortale per la società civile.

 

 

Ma, si dice, l’impresa “deve” essere efficiente, per poter competere vittoriosamente sul “mercato globale”, per poter sopravvivere.

E qui di veramente “globale” c’è solo la mistificazione. Perché il mercato “globale” in realtà non esiste.

Un mercato, per essere tale, deve avere regole, ed un’autorità che le faccia rispettare; deve essere “trasparente”, vi debbono circolare le informazioni, ed infine vi deve essere una certa omogeneità tra i partecipanti, nel senso che nessuno di essi deve godere di privilegi o di vantaggi indebiti.

Ebbene: il cosiddetto “mercato globale” è l’esatta negazione di tutto ciò. Niente regole, tranne qualche faticoso e precario accordo in sede Gatt, nessun controllo, nessuna trasparenza. Ed infine – ed è questo il fattore più dirompente – il mercato globale pretendendo di mettere in comunicazione ed in competitività sistemi culturali, sociali ed economici lontani tra loro anni luce, in realtà attua una redistribuzione internazionale del lavoro che spinge a trasferire nei paesi a basso o bassissimo salario tutte le lavorazioni ad alta intensità di mano d’opera. E finisce così con lo sfruttare su base “globale” lavoro semischiavistico, i cui prodotti vengono poi “riciclati” e “ripuliti” dalle trading compagnie.

Casi limite, si dirà. Allora vediamo qual’è la norma. “Con il salario che dovrei dare a un francese posso avere 9 marocchini 25 thailandesi, 35 cinesi, 65 russi, 70 vietnamiti”, dichiara apertamente un imprenditore francese che ha trasferito all’estero quasi tutte le sue fabbriche.

Tra queste abissale differenze non vi può essere competizione. Trasferendo su un unico mercato realtà sociali ed economiche così lontane, si realizzano due cose soltanto: si trasferisce lavoro nei paesi più poveri, creando disoccupazione in quelli più avanzati; si trasferiscono prodotti dai paesi poveri a quelli più ricchi. Il tutto a vantaggio di un pugno di speculatori oligarchi.

I Paesi poveri, stretti nella loro miseria, ben pochi vantaggi traggono dal maggior lavoro, che è tutto volto all’esportazione. E nei paesi avanzati si creano con la disoccupazione nuovi poveri, e riducendosi così la domanda, si erodono lentamente le basi stesse della ricchezza diffusa. “La mia generazione ha avuto la possibilità di diventare proprietaria della casa; a molti della generazione attuale quella possibilità è ormai preclusa”, osservava amaramente già qualche anno fa il Nobel dell’economia Modigliani.

Come uscire da questa logica perversa, da questa regressione che s’avvita?

E’ una domanda ormai cruciale, che esige una riflessione ampia. Cercheremo, nel prossimo numero, di avanzare alcune ipotesi, di identificare alcuni punti fermi.

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Redazione » Articoli 665 | Commenti: 254

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: