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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 9128 volte 15 ottobre 2012

Un banale ragionamento a confutazione della teoria quantitativa della moneta

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 

Whenever anyone says anything he is indulging in theories

 Alfred Korzybski, Science and Religion and  Wisdom and Ignorance

 

 Hume,  contraddittoriamente,  “ antiquantitavista”:  una  banale riflessione , testo alla mano!

Per chi non avesse tempo e/o  o ritenesse per pregiudizio di non possedere conoscenze adeguate ( bastando  in realtà  solo un po’ di passione per il logos)  per applicarsi a un mio libro del 1992 (  Il (corto)circuito una moneta per l’economia ) pubblicato dalla Isedi,  della  fu, prestigiosa ( per l’intera nazione) e  rimpianta ( prima del suo spezzettamento  e  perdita del Dna originario) torinese ( e già Pomba nell’800 ) UTET, dove  ritengo di aver dato una rigorosa base all’altrimenti teoricamente orfana e ultraminoritaria posizione antiquantitativista rintracciabile con molta pazienza  in “letteratura”[1], vorrei qui sottoporre all’attenzione di chi legge una  davvero  “originale” e semplicissima  dimostrazione a sostegno  della confutazione della così’ detta “teoria quantitativa della moneta” ( TQM). “Originale” in  senso  assolutamente eclatante in quanto potendolo attribuire addirittura a quello che  del,  tutto infondatamente ( come vedremo più innanzi),  viene ritenuto il primo formulatore di quella teoria e della sottostante equazione ( “equazione di Hume”):  Davide Hume, per l’appunto. Prima di procedere vorrei dare una misura del pressappochismo con cui si muovono  gli economisti(ci) di “professione”,  specie se presuntuosamente agghindati con toga e tocco accademici. Orbene, dopo un lungo discredito – fondato sul mero e prevalente supporto “chiacchierologico”  e quindi non matematico al loro box of tools o “borsa degli attrezzi” -   nel “mondo scientifico” della economics, la storia e gli storici del pensiero economico, più  o meno in coincidenza  con l’evaporarsi della egemonia keynesiana e con essa con  la fine di ogni illusoria certezza di essere finalmente approdati a una soddisfacente teoria delle crisi cicliche del capitalismo (  in cui  può dirsi si esaurisce di fatto l’unico e più grande capitolo della mai fondata Patologia Economica ) hanno  subito un brusco e inatteso rialzo delle quotazioni universitarie. Si è infatti  assistito  nelle circostanze anzidette a un ritorno significativo di studi  sulla storia della “scienza economica”. Una sorta, sul piano psicanalitico,  di esigenza di un passo indietro (  verso l’“infanzia”) sulla sua  “filogenesi”  onde scoprire  luoghi di  “traumi” o  “sofferenza scientifica”  e conseguenti “colpe” di tanto disarmanti esiti del mondo della “research”.  Non a caso nel periodo anzidetto la letteratura economica vagando  nel caos del proprio inconscio faceva fiorire una  sua resa incondizionata sul piano scientifico,  ricorrendo in modo parossistico  e crescente  al  termine “shock” (  freudianamente  autentico tic, ovvero segnale di sottostante malessere )  per spiegare ( o meglio non spiegare) la causa di ogni fenomeno  economico negativo   e sgradito (massimamente sul piano congiunturale) per venire a capo dei quali vanamente  ha imboccato  la strada  ( psicoanalitico-letteraria)  proustiana de  ” À la recherche du temps perdu”.  Un “giallista” ( in Italia)  o appassionato di detective stories potrebbe forse più suadentemente parlare a tal proposito di quella specie di legge della criminologia (che sempre rimanda alla dimensione dell’Es : “complesso di colpa”?) per cui “ l’ “assassino torna sempre sul luogo del delitto”.

Il risultato dopo alcuni decenni del predetto “ritorno di fiamma” verso l’indagine storiografica  della “scienza triste” è disarmante,  ed è dinanzi agli occhi di tutti guardando all’obiettivo e fragoroso  “silenzio degli (non) innocenti” dinanzi alle vere cause che stanno a monte dell’attuale grande crisi economica mondiale. Silenzio tanto oggettivo  e fragoroso quanto poco efficaci se non perniciose sono le cure che vengono attuate o infondatamente  a queste  ultime opposte in nome della rimozione del fallimento  sul campo e in chiave dottrinale  della ( falsa) “rivoluzione keynesiana” che ora  si propone  come panacea da riscoprire.  Inoltre come non sottolineare   il fatto rilevante  che  vede la “scienza economica” dopo tanta “riflessione” storiografica “procedere”, unica tra tutte le scienze e in conclamato  paradosso  epistemologico? Infatti  la economics procedendo all’indietro nel tempo del suo percorso elaborativo  è rimasta vittima della sua sindrome passatista, semplicemente  tornando alle sue  ingenuità smithiane delle origini, più metafisico-teologiche che scientifiche;  visto il  connesso ritorno alla fede nelle spontanee “meraviglie” dei mercati e del laissez-faire  e alla,   a dir poco  scandalosa,   kuhniana “anomalia  epistemologica” ( che la vede anche qui unica nel panorama dell’intero scibile) che da tale fede scaturisce.  Che consiste nella conclamata esigenza di prescrivere la norma del non intervento sul suo proprio oggetto ( per esempio con interferenze dello Stato nella dimensione esclusivamente privatistico-atomistica dell’ economia ovvero dei “liberi” mercati).

 Un autentico ritorno all’hybris del politeismo  mitologico  dell’antica Grecia con annesso castigo per  quanti  degli umani quella hybris avessero  inteso infrangere: inflazione e/o perdita di ogni  altrimenti ottimo assetto del sistema economico e dei sottesi equilibri massimizzanti ( sviluppo, occupazione, stabilità monetaria)!

In tal quadro  non poteva non continuare a far da padrona la,  autenticamente famigerata,  sempreverde TQM [2] con annessa  “equazione di Hume”, nei secoli  più volte e inutilmente  travestita e malamente dissimulata sotto variopinte e molteplici manipolazioni matematico-formali ( Fischer, “equazione di  Cambridge” ecc.) , da ultimo per via dell’abile  cantastorie,   con tanto di Premio Nobel,  Milton Friedman e la sua reazionaria  scuola “monetarista”.

 Non va trascurato che il “trionfo” di una tale ultima  “scuola di pensiero” si è accompagnato con quello, dalle conseguenze  devastanti,  della “privatizzazione dello Stato” ( su cui tornerò in altra occasione) incentrato sulla privatizzazione del potere del “batter moneta” ( in buona sostanza una modalità essenziale della attuatasi   – e   che mi sento di definire appunto – “privatizzazione dello Stato”   attraverso la privatizzazione delle Banche Centrali. Fenomeno emblematico  quale prova provata della fondatezza  dell’assunto storico-materialistico che vede come “il modo di produzione capitalistico” , dove e come può,  piega alla sua  “logica”  l’intiero apparato culturale di una data fase storica “producendo” la adeguata “ideologia” (  “cattiva” o “deformata”  “coscienza” ) che serve a sostenere quel modo di produzione attraverso l’ebete consenso delle sue  stesse vittime.

Non vi è chi non intenda il peso politico-effettuale  di una teoria che fornisce alle  autonome “Banche Centrali”  e al loro indotto creditizio-finaziario anche l’alibi scientifico della loro discrezionalità ( potere) nel determinare le sorti dell’economia avendo esse la potestà di autonomante ( come vuole la TQM)  fornire al sistema  economico  moneta: per comprendere,  basta pensare che  ciò equivale a dare loro il potere  che ha un ematologo di  dare o togliere sangue a organismi  rispettivamente anemici o pletorici, insomma potere di vita o di morte!

 Le conseguenze non sono semplicemente dottrinali, lo stato di cose appena descritto  è attualmente  alla base della immensa  “truffa” che vede  periodicamente “socializzare” le perdite “private”  del sistema bancario  attraverso  immense risorse  pubbliche  ad esso regalate  dalle  - ad esso sistema bancario-finaziario –  coestensive  Banche di Emissione ( Fed e BCE, )   facendo  passare questa misura insensata ( dal punto di vista delle reali cose alternative altrimenti da fare)  come un passaggio obbligato per venire fuori dal presente  tsunami dell’economia mondiale. In realtà  si tratta, visto  che la proprietà delle Banche Centrali è nelle mani dei loro azionisti cioè le stesse banche private,  di un sistema complessivo che aiuta scandalosamente  se stesso con risorse che primo o poi devono essere pagate da tutti. Ma anche su questo dovrò in altra occasione parlare in modo più puntuale.

Una piccola  dovuta notazione – che val la pena,  come vedremo,  non relegare tra le note in corpo minore –  prima di proseguire,  che fa contorno al poco onore  di  tanti  “scienziati” in crisi di identità  sulla loro  “via di Damasco” che ha indicato l’esigenza di tornare alle virtù dell’indagine storica. La” equazione di Hume” e connessa TQM non è affatto da attribuire al filosofo inglese. Questi nasce nel 1711 e muore nel 1776 e il luogo cui si attribuisce la sua formulazione della eponima equazione sono i Political Discourses del 1752 ( per la traduzione italiana facciamo riferimento alla edizione Boringhieri, Torino,  del 1959 e segnatamente al Saggio Terzo, p.49 e  sgg.). Ebbene,  è da far risalire al 1690-91 ( dodici lustri prima di Hume ) una netta -  ancorché meno sviluppata, vi si trovano tutti gli ingredienti necessari  -  anticipazione di quella teoria e della connessa “equazione” da parte di John Locke (1632 – 1704) ( Some Considerations of  the  Lowering of Interest and Raising the Value of Money;  tr. it., Cappelli, Bologna, 1978, cap.7, p. 97 e sgg.) [3] ingenerosamente non citato dal pensatore scozzese  ( che non poteva non conoscere il  fondatore del liberalismo classico,  dell’empirismo inglese   nonché  protoilluminista)  che ebbe grande influenza sul suo più giovane conterraneo Adam Smith (  entrambi rientrano nel panorama dell’“Illuminismo scozzese”).[4]

Assolto a questo obbligo ( l’accenno alla vera  paternità  della TQM altrimenti rimasto privo di sostegno) , veniamo  ora a quanto qui ci preme evidenziare,  senza il ricorso ad alcunché ecceda una semplice attitudine logico-riflessiva ancorché monca di una  specifica conoscenza tecnico-economica della questione in argomento. Come mostreremo si tratta di una brevissima visita al testo sopracitato di David Hume,  evidentemente  opportunamente interrogato.

 Ebbene, dopo una lunga dissertazione in cui viene di fatto enunciata e illustrata -  anche se non formalizzata in termini matematici  –  la sua “equazione” che è alla base della TQM, Hume con il caratteristico indulgere tutto inglese  all’evidenza empirica e al didascalismo, si trova dinanzi all’esigenza di esemplificare un caso concreto in  cui un aumento  dell’offerta di M si scarichi senza residui sul livello generale dei prezzi P. Poiché,  ricordiamolo,  una tale offerta è autonoma e indipendente rispetto al resto  del sistema economico, Hume si imbatte in una difficoltà cruciale  di cui nessuno sia  tra i difensori della TQM che tra  i sui gratuiti critici  ( persino  il  ben più solido antiquantitavista  Marx) ha avuto il pur minimo sentore: con quali modalità M, questa variabile esogena  ( “indipendente” o “autonoma”) si innesta nel tessuto dell’economia? Dall’ipotesi essenziale per la TQM per cui l’offerta di M prescinde totalmente dalla rispettiva domanda ( se così non fosse la legge dell’equilibrio tra domanda e  offerta che informa di sé l’intera teoria economica negherebbe la indipendenza , la autonomia, la esogenità della quantità offerta di moneta M)  costringe Hume a una ipotesi tanto fantasiosa quanto irreale: a una vera finzione  a scopo dimostrativo, cioè una vera e propria fallacia logica  ( ipotesi ad hoc) che sfiora il ridicolo nell’appellarsi alla “teologia dei miracoli” per spiegare l’ iperterreno e secolare  mondo della moneta. Non si tratta di  una sempre opponibile interpretazione  da parete di chi scrive ma  di un ipse dixit che va perciò riportato  verbatim:

                       

“[…] Si supponga che, per miracolo, in Gran Bretagna una notte scivolino in tasca a ogni persona cinque sterline; ciò equivarrebbe a molto più che raddoppiare tutta la moneta che è attualmente nel regno; il giorno seguente, e per qualche tempo, non vi sarebbe nessun prestatore in più, né avrebbe luogo alcuna variazione nell’interesse. E se nello Stato vi fossero solo proprietari terrieri e contadini, questo denaro, quantunque abbondante, non potrebbe mai raccogliersi in somme; servirebbe soltanto ad aumentare i prezzi di ogni cosa, senza ulteriori conseguenze. Il prodigo signore di campagna lo dissipa, non appena lo riceve; e il povero contadino  non ha mezzi,  né prospettive, né ambizione di ottenere più del mero sostentamento[5].[…].[6]

 

Orbene non mi sembra il caso di andare oltre: Hume cade in patente contraddizione con il suo demonstrandum. Per potere sostenere la indipendenza di M rispetto alla sua domanda ( l’errore fatale  in epoca di “moneta-merce” – aurea e/o argentea – da parte quantitativista  è stato quello di considerare che,  per quanto inaumentabile nel breve periodo, tutta la “merce-moneta” fosse in circolazione),[7] il che trasformerebbe,  come già detto,  altrimenti M da grandezza esogena in  grandezza endogena  ovvero a quantità di moneta per definizione sempre sufficiente a eguagliare la sua domanda, egli è costretto a  chiedere aiuto esplicitamente  alla teologia. Pertanto non v’è laicamente ovvero scientificamente  via d’uscita  nel ribaltare necessariamente  la direzione causale della interpretazione quantitativista  della relazione Mv = PQ   nel senso che è l’aumento di P,  che si genera autonomamente nell’interrelazione  tra le grandezze reali,  a determinare M.  La logica formale o matematica vuole che se è assurdo sostenere la interpretazione canonica tradizionale  della “equazione di Hume” non può che imporsi la sua interpretazione antiquantitativista opposta  ( tertium non datur). E se ciò lo si deve allo stesso Hume ciò va a suo  totale disdoro come grande figura  della filosofia e quindi tra i riconosciuti grandi  della “Storia del  Pensiero” tout court. Quanto alla competenza e rigorosità degli  economisti(ci) -  anche qua storici del pensiero economico – su una tanto centrale questione, in odio al detto “guai ai vinti”,  mi astengo  per pietas  scientifica da ogni ulteriore commento.[8]

 Vittorangelo Orati   vitorati@alice.it




[1]  Molto per sommi capi: la mia dimostrazione “per assurdo”,   sviluppata   nel mio  libro  del 1992 citato  nel testo,  si  basa su una   articolata argomentazione  volta a sostenere le inammissibili  contraddizioni e quindi la inconcedibile sostenibilità  logico-economica della opzione “esogenista” ( natura “indipendente” della quantità di moneta offerta nella “equazione di Hume”, come vuole la “teoria quantitativa della moneta” – o TQM -) . Facendo discendere logicamente da ciò la necessaria “lettura”  ( o interpretazione “endogenista”)  in senso inverso  della predetta equazione , nella direzione casuale,  quindi,  che va dal livello generale dei prezzi (P) a alla quantità di moneta richiesta  -  e per definizione sempre  sufficiente a soddisfare la sua relativa domanda ( M) -. In altri termini,  piuttosto che attribuire nella tradizionale interpretazione  quantitativista  l’aumento del livello generale dei prezzi all’aumento di M, viene dimostrato  e  per la prima volta ( i pochi e assolutamente minoritari oppositori  della  TQM  non sono mai andati il semplice e  scientificamente disarmato dissenso  dal semi -plebiscitario  favore verso la controparte) che è l’aumento del livello generale dei prezzi a richiedere una maggiore quantità di moneta dal “sistema”, e non, viceversa che è M  “autonomamente” a parametrare P. Solo di passata, la chiave della mia dimostrazione sta nel privilegiato “test” che  evidenzia la inconciliabilità logico-economica della TQM con la natura ciclica ( ancorché “irregolarmente regolare”, per dirla con Schumpeter) delle crisi economiche  capitalistiche: come  può una variabile indipendente comportarsi  in modo casuale   assumendo tale casualità forma  ciclica? Modalità ciclica che nega   in quanto tale e quindi ex definitione la sua natura casuale? Naturalmente a questo punto la posizione endogenista  si pone solo e soltanto come precondizione ( condizione necessaria) o vincolo per una teoria della crisi cicliche predette,   ma non già come condizione sufficiente per tale essenziale  teoria. Teoria che non manco di aver altrove  e più volte sviluppato e proposto,  e  nel testo in esame richiamato. Il tutto sino ad oggi senza alcuna confutazione, sia in senso galileiano che popperiano o  altro criterio  abilitato  a ciò nel campo della scienza. Per ultimo sembra essenziale specificare come la posizione endogenista non comporti necessariamente che l’adeguarsi  in misura  sufficiente dell’offerta alla domanda di moneta  trovi a sua volta quest’ultima adeguata a tutte le esigenze di  piena occupazione, sviluppo economico e stabilità del potere d’acquisto.

 Gli squilibri che si determinano nel settore reale possono dar luogo a una alterazioni delle condizioni di equilibrio  pur in presenza di eguaglianza tra domanda e offerta di moneta ex ante.  Sempre in riferimento all’economia capitalistica e alla sua logica “di mercato”,  alla moneta,  dopo  la mancata conferma  ex post della squilibrante  formazione della sua domanda,  spetta il solo anche se essenziale  compito di sanzionare la squilibrata allocazione delle risorse nel settore reale nel momento della chiusura del circuito produzione, distribuzione,  nel rispetto delle  condizioni di equilibrio della riproduzione del processo di accumulazione del capitale. Dunque alla moneta  il compito meramente semiologico di segnalare ma non  già di causare le principali manifestazioni di patologia economica. Contrariamente a ciò cui induce a pensare e conseguentemente a malamente operare l’ottica della  dottrina della TQM.

[2]  Per quanti non la conoscessero e/o la avessero dimenticata la “equazione di Hume” è la seguente: Mv = PQ, Dove M è la quantità di moneta offerta,  v è la sua velocità di circolazione ( data e costante ), Q sono le quantità altrettanto date e costanti prodotte ( a livello di equilibrio di massima occupazione), P è il livello generale dei prezzi. La relazione funzionale va da sinistra a destra con M variabile indipendente che determina  la dimensione di P ( variabile dipendente).

[3] Non è qui il caso di approfondire la questione della primazia nella formulazione  della TQM nei termini ricordati,   sufficienti per chi voglia verificarli,  evitando qui  una poco opportuna digressione storico-filologica.

[4] Non è la prima volta che facciamo una tale puntualizzazione sulla paternità della TQM,  la abbiamo replicata per segnalare  il  pessimo costume della scarsa frequentazione con i  testi  originali  (su cui pur   discettano)   da parte degli economisti(ci),  persino quando si danno il tono di “storici”,  dove abbondano le citazioni di “seconda mano”  con il subdolo così operare di un  ignorato moltiplicatore di  errori e approssimazioni, spesso fatali sul piano dell’elaborazione teorica, come riteniamo dimostri questo contributo. Evidentemente il “passa parola” nel contrabbando di citazioni va oltre l’improbabile consultazioni di testi fuori dal panorama dei “classici”  della economics strettamente intesi.  Infatti non è valso a nulla che Marx (  (vedi la tr.it. dei “Grundrisse”, Lineamenti Fondamentali della Critica dell’Economia Politica, La Nuova Italia, Firenze, 1970, vol.II., p.632 ) e Keynes  ( The General Theory  of Employment Interest and Money,  in,  Idem, The Collected Writings of John Maynard Keynes, , MacMillan, London, 1973, Vol. VII, p.342),  tra i pochissimi che dimostrano  di essere a conoscenza della paternità  lockiana della TQM, sono stati ben lungi dall’essere, anche  a tal  non secondario proposito,  letti di “prima mano”. D’altronde, come abbiamo più volte dimostrato per tabulas ,  persino nel caso  dei Nobel Prize, Krugman e Stiglitz,  dichiaratamente “keynesiani”, a proposito della loro mancata denuncia dell’esigenza di misure protezionistiche per venire fuori dall’attuale grande crisi , molto  più gravemente   che  nel caso in esame , risulta provata la loro totale ignoranza di uno snodo essenziale della “General Theory”  ( Capitolo XXIII ) ove il “modello” di questa  da “chiuso”si “apre” in considerazione degli scambi sul mercato internazionale. Figuriamoci i “costumi” deontologici della pletora dei “minori” tra gli economisti(ci)!

 

[5]  Tutte le qualificazioni che accompagnano descrittivamente la relazione diretta  che intercorre tra  M e P  in  direzione quantitativista equivalgono  all’ipotesi del coeteris paribus, che segnatamente comporta la costanza di v e Q nella così detta “equazione di Hume.

[6] D.Hume, Political Discourses, tr,it., cit, p.68.

[7] Sarà Marx con la teoria dei “tesori” a dare un saldo fondamento alla corrente ultraminoritaria degli avversari della TQM: con la fusione dei “tesori” e la coniazione di nuova merce-moneta  in presenza di aumento del livello generale dei prezzi si aumenta M, e viceversa, con la fusione di oro e/o argento per ricavarne gioielli o lingotti  nel caso di diminuzione di P si ritira M dalla circolazione. L’autore de Il Capitale ha  nella circostanza  completamente smontato  la posizione dello stesso pur ammirato Ricardo,  disposto a rinunciare alla TQM solo in caso di carta-moneta priva di ogni valore intrinseco. Un insostenibile dualismo in relazione al problema del rapporto moneta/crisi cicliche, come ho avuto modo di mostrare nel mio testo del 1992.

[8]La dimostrazione cui ricorro nel testo è solo un modo per rendere “popolare” le importanti conclusioni cui pervengo nel mio libro  del 1992 il (corto)circuito ovvero una moneta per l’economia (Isedi, Torino). Qui solo però si può cogliere l’eurismo della mia posizione  alla quale giungo attraversando per l’essenziale la intera teoria economica, interrogandola e trovandola fallimentare sulla  sua stessa raison d’être  ( comprensione  delle cause e individuazione delle cure delle crisi cicliche)  senza mancare di  declinare in positivo con proposte alternative  la predetta critica radicale.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 290

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