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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 14204 volte 28 giugno 2012

Tre premesse per vincere la guerra contro l’euro

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

Di Giorgio Vitangeli

Oggi inizia a Bruxelles il vertice UE da cui si attendono le decisioni che dovrebbero mettere in sicurezza l’euro e salvare l’Unione Europea. Secondo le generali previsioni, e secondo la consuetudine di questi vertici, dall’incontro non sortiranno decisioni radicali risolutive ma, nella migliore delle ipotesi, una serie di provvedimenti tampone. Troppo poco, probabilmente, per domare e ingabbiare i cosìdetti mercati, cioè la speculazione contro l’euro e contro l’Europa.

La classe politica europea è assorbita e distratta da  problemi nazionali sempre più cogenti e drammatici: collassi bancari, recessione, disoccupazione, rifiuto dell’opinione pubblica tedesca di farsi carico dei debiti degli altri paesi europei, resistenza dei paesi più deboli e/o più indebitati ad accettare le politiche di rigore “lacrime e sangue” che dovrebbero placare i mercati, stati d’animo sempre più diffusi nelle opinioni pubbliche dei paesi europei di avversione alla moneta unica, ritenuta una delle cause della crisi e del crescente impoverimento.

E sfuggono così, o passano in secondo piano, tre constatazioni inconfutabili che dovrebbero essere invece le premesse condivise per organizzare una strategia di resistenza europea idonea a battere la crisi.

La prima constatazione è che il progetto di unificazione europea o va avanti, o viene frantumato dagli attacchi della speculazione: questa è la vera posta in gioco.

La seconda è che quella in atto è una vera e propria guerra, che si combatte sul terreno dell’economia ed in cui gli strumenti finanziari vengono usati come armi di distruzione di massa.

La terza è che se la politica non riconquista, anche con la necessaria durezza, il suo primato sull’economia, se non trova la forza e gli strumenti per neutralizzare l’insaziabile speculazione finanziaria, se non si libera dal dogma masochistico per cui il mercato ha sempre ragione e lo stato non solo non deve porre ad esso argini e regole, ma deve ridursi al minimo, allora la guerra è inesorabilmente perduta.

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