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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 11941 volte 14 aprile 2012

SuperMARIO2: ovvero Il misero abracadabra della libera concorrenza

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Europa, Planisfero, Primo Piano

di Vittorangelo Orati 

presidente del consiglio italianoSolo per ragioni di spazio, e non senza una breve notazione, dei tre ingredienti della sintesi programmatica del governo Monti mi intratterrò su quello  della “crescita”. La notazione è quella che non v’è alcuna possibilità di parlare seriamente di “crescita” come fenomeno autonomo rispetto a misure di politica economica riguardanti questioni di “equità” e ” rigore”.  Meno che mai ha senso logico-economico posporre una ricetta per la” crescita” a politiche di bilancio pubblico ispirate esclusivamente a criteri di pesanti tagli della spesa pubblica in un panorama di  ristagno quando non addirittura  di recessione  con livelli crescenti di una già pesante disoccupazione.

Le poste attive  che compongono il reddito nazionale sono infatti solo tre: consumi, investimenti, esportazioni ( rispettivamente C,I,E) e non tutte con le stesse implicazioni sul fenomeno dinamico della crescita: E dipende dalla domanda del resto del mondo ovvero dalla domanda proveniente dall’estero e c’è poco da farci affidamento per la caduta del commercio mondiale fatalmente seguita allo scoppio della crisi globale, sistematicamente   ignorata quale regalo puntuale di ogni fase recessiva che ha fatto seguito al dominio del libero scambio sui mercati internazionali.   Solo protervia e stupidità  può ignorare  che i fasti dei pochi ancora non contaminati dalla recessione degli altri compromette  necessariamente volume e valori degli scambi nella intera EU e con essi l’andamento  delle esportazioni ( Germania in testa) su cui si basa la tenuta delle economie più forti: l’attivo del loro ex-import e per gran parte l’altra faccia del  simmetrico passivo dei loro partner europei  con economie più deboli.

 

Dagli investimenti ai disinvestimenti

 

Quanto agli investimenti  questi per definizione si sono da tempo trasformati in disinvestimenti vista la fase ciclica in atto:  gli investimenti autonomi si attuano in ragione di rilevanti innovazioni nel campo del progresso tecnico e certamente sono in stand by in un generalizzato panorama  di peste economica.  A maggior ragione  non solo non si attuano gli  investimenti indotti, che dipendono dall’andamento della domanda aggregata ovvero dal tasso di crescita del  Pil,  ma si dà luogo a disinvestimenti lì dove come nella  presente fase ciclica  è proprio l’andamento scoraggiante del Pil  ad alimentare prociclicamente il malefico operare del moltiplicatore  e dell’acceleratore.

Per quanto riguarda i consumi questi non possono che risentire dell’andamento dell’occupazione calando o aumentando concordemente alle fasi del ciclo,  con un margine di autonomia legata alla consistenza del risparmio privato. L’ Italia dei passati primati da” popolo di formiche”, al quarto anno dallo scoppio della crisi globale,  stando alle statistiche ufficiali,  ha non solo dato fondo ai propri risparmi ma vede crescere l’indebitamento delle famiglie. Va infatti tenuto nel debito conto che la rigidità dei consumi del decile più ricco dei nostri concittadini non può certamente operare come argine al calo progressivo dei consumi aggregati;  tanto più quanto più la concentrazione del reddito ovvero il suo grado è un altro dei regali della logica della Globalizzazione.

 

La strategia inconsistente della libera concorrenza

 

Tutto ciò premesso  qual ’è  la strategia di superMario2, cioè Monti  ( il superMario1 è quello  a capo della BCE) per la crescita nel Bel Paese?  La libera concorrenza ( sic!). Strategia inconsistente nelle sue basi scientifiche  e addirittura risibile nei contenuti operativi in cui l’ha tradotta il “governo dei tecnici”.

Circa la consistenza scientifica dell’appello alla concorrenza per innestare la crescita va ricordato – lo abbiamo opposto anche al Nobel Stiglitz – che  l’aumento del grado di concorrenza ovvero la diminuzione del grado di monopolio-oligopolio all’interno di un dato plesso socio-economico, se può liberare risorse a favore del consumo,  in una economia aperta, fermo rimanendo il dogma e l’ossequio del “libero scambio”, non necessariamente si traduce in aumento del reddito nazionale. E  dal lato dello stimolo agli investimenti l’aumento del grado di concorrenza non fa che diminuire il livello dei profitti ergo dell’unica fonte da cui si ricavano risorse per gli investimenti, con il paralizzante codicillo che consiste nella coincidenza del massimo teorico livello di libera concorrenza con l’annullarsi di ogni profitto e quindi di ogni surplus da potersi destinare ad investimenti netti aggiuntivi.

E poiché non v’è capitolo della scienza economica codificata,  massimamente con imprimatur neoclassico,  che autorizzi un suo discepolo ortodosso come superMario 2  che permetta in qualche modo di distinguere tra settori produttivi e improduttivi, neanche interventi selettivi ispirati a una tale augurabile ma impossibile distinzione  possono in qualche misura  soccorre la strategia pro crescita  in argomento, dandole credibilità dottrinale.

A essere precisi va detto che in verità in chiave teorica persino  una misura della eventuale efficacia di una diminuzione del grado di monopolio-oligopolio, ovvero di aumento del grado di concorrenza, è priva di adeguati criteri di valutazione di merito comparativo. Sempre la scienza economica non offre infatti alcun appiglio a chi volesse  raffrontare in termini di “benessere” ( come vuole il relativo comparto di “Economia del Benessere”)  la preferibilità  tra due situazioni di equilibrio di una economia di mercato contrassegnate da un diverso grado di concorrenza. Come vuole la teoria del Second Best entrambi gli equilibri si assestano in una posizione “efficiente” o di “ottimo”,  e tra due “ottimi” nemmeno un qualche  superMario potrebbe indicare il migliore tra essi.

La pseudoteoria del “miniarchismo”

Solo fuori dal mercato si postula ma non si può dimostrare – proprio perché il discrimine è l’assenza di libera concorrenza con i limiti analitici a questa connessi che abbiamo appena visto – che il comparto pubblico sia meno efficiente di quelli espressi dal libero mercato. Di qui il mantra dello “Stato minimo”  e la pseudo teoria del miniarchismo. Che può tradursi in un sempre sacrosanto intervento -  che  però perde ogni connotato scientifico –  lì dove  cambia pelle “ontologica”  ove si trasformi in pulizia etica e  materia penale nel ripulire il settore pubblico da corruzione, malversazione, sprechi et hoc genus omne.

Pertanto si tratta  più di equità  e commendevole  giustizia sociale che  di altro,  sfuggendo le risorse così recuperabili   ad un necessario complemento d’uso in vista della promozione della crescita da parte del Governo dei tecnici”. In specie in presenza del tabù dell’intervento pubblico nell’economia affidato a una opportuna politica industriale, tabù che superMario2 non ha alcuna intenzione di infrangere, vista la sua fede negli spontanei e armonici “miracoli” dell’economia di mercato  incentrata sulla libera concorrenza.

Pur nei limiti assoluti della fede nel libero scambio e nella indiscussa Globalizzazione, si potrebbe infatti puntare ad una politica industriale promossa dalle pubbliche autorità di politica economica avente per scopo quello di incentivare e promuovere interventi mirati  a sostenere la competizione italiana sui mercati internazionali. Ma il tabù antinterventista blocca ogni spiraglio in tal senso.

E allora ecco  – e qui siamo alle comiche -  in cosa si sostanziano le misure montiane tese a favorire la libera concorrenza e con essa, illusoriamente, la crescita: l’aumento delle farmacie, dei notai e dei taxi (con significativi arretramenti sotto pressione delle rispettive lobby). Siamo certi che la risibile pochezza di tali “salvifici” provvedimenti che  si accompagna all’allure e l’ispirato stile ieratico-sacerdotale del  presidente del consiglio italiano trovi i suoi fondamenti ottimistici più nella fede religiosa  dell’economista Monti che non nei suoi vantati e invero inesistenti meriti scientifici: solo la certezza in un miracolo potrebbe giustificare la sicumera taumaturgica che caratterizza  i suoi comportamenti e le sue esternazioni. Di interventi dall’ “alto” egli ha già avuto prova ancorché, per ultimo,  in sede “Collinare”. Ma ancorché  weberianamente “protestante” la “fortuna” su tale terreno non potrebbe far sospettare che quel “super” a superMario2” gli derivi da una ultraterrena “Mano Invisibile” la cui altrimenti  imprescrutabile  grazia è preclusa ai più? Risultando a dir poco impresentabile dopo secolari sonore  smentite la smithiana “Mano Invisibile” che  avrebbe dovuto provvedere su base meramente “laica”ai prodigi del laissez faire, del libero scambio, in un panorama di  libera e perfetta concorrenza. Ma quando l’akkademia  si metterà  a studiare seriamente Schumpeter e la sua apologia dell’imprenditore innovatore, monopolista per definizione, i cui maggiori evolutivi e più recenti fasti  sono stati rubricati in una ormai dimenticata letteratura,  sub specie dello “Stato Imprenditore”? 

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 235

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