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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 16236 volte 12 aprile 2012

Super (?) Mario 1: a ché non vi beviate anche questa!

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Europa, Planisfero

 

di Vittorangelo Orati  (articolo pervenuto alla redazione de “lafinanzasulweb in data 1 marzo 2012)

 supermario santo europeo

Con gli ulteriori  530 miliardi di euro  recentemente regalati alle banche da parte della BCE siamo all’ennesima dimostrazione che la immane crisi in atto non solo non è stata compresa sul piano delle sue autentiche cause reali ma che continua a essere fatalmente e spudoratamente curata con medicine sbagliate, anche se non per tutti come vedremo che ne beneficiano come autentiche e gratuite cure ricostituenti. Un intento è infatti  chiaramente perseguito con la nuova e obiettivamente “delinquenziale” immissione di liquidità nel sistema: far lucrare  quasi per decreto il sistema bancario-finanziario,  piuttosto che riformarlo radicalmente restituendo alla dimensione pubblica o meglio ancora sociale la funzione di “batter moneta” onde evitare che i “banchieri” se la cantino e se la suonino senza mai ultimamente  pagar dazio in occasione delle (“irregolarmente regolari”, Schumpeter dixit)  cicliche crisi del capitalismo in tutte le sue stagioni  (plus ça change,  plus c’est la même chose, ebbe a dire Marx a proposito delle “mutazioni” di pelle  del capitalismo) che nel passato non faceva sconti di classe: le bancarotte di aziende e banche si accompagnavano all’esplodere della disoccupazione di massa in occasione delle crisi di sovrapproduzione assoluta)si produce troppo di tutto, con scorno eterno degli economisti che non si sono mai neanche avvicinati a spiegare questo apparente paradosso che caratterizza “il periodico “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza” ( metafora delle crisi cicliche secondo  Keynes). Non v’è commentatore che non  gridi, o  si aggiunga al coro,  circa  “ il miracolo” del superMario targato BCE; superMario che avrebbe attuato,  con tale  ulteriore e poderosa immissione di liquidità,  una essenziale manovra per contrastare la  stagnazione se non la recessione in atto  in gran parte dell’area euro.  Situazione questa che  data l’integrazione tra le  relative economie insieme alla tragica situazione della Grecia altrimenti si ritiene avrebbe rischiato  di  dar luogo a un contagio  generalizzato anche a  quei  Paesi non afflitti  dal problema del debito pubblico e al momento fuori dalla sindrome di  tassi di crescita negativi. Ma in realtà ciò a cui si assiste sbigottiti e scandalizzati è il fatto che la manovra di Draghi non sia altro che un gigantesco regalo al mondo delle banche consistente in un carry trade legittimato e finanziato dalla BCE con il quale si mutuano a tre anni  milioni di euro all’ 1% con l’alibi  teorico che tali somme  sblocchino  la situazione di credit crunch  attraverso concessione di crediti all’economia reale,  in sofferenza in quanto afflitta da “crisi di  liquidità”. Con l’implicita diagnosi che vuole che  la crisi globale attuale,  iniziata in USA nel 2008 non sia altro che una “crisi finanziaria”. Il vero spread a cui i cittadini di Eurolandia dovrebbero a tal punto guardare non è già quello tra i  le obbligazioni del debito pubblico dei Paesi con livelli fuori norma del debito pubblico stesso e quelli omologhi del socio di maggioranza  della EU, la Germania,  che fanno da benchmark,  bensì tra i rendimenti delle prime  e quell’uno per cento che il drago Draghi fa pagare agli istituti di credito  che non mancano di sottoscrivere i lucrosi titoli del debito pubblico dei Paesi mal messi su tale posta di bilancio: un autentico premio  della BCE  a quella che pur viene  considerate la matrice della crisi finanziaria   a causa degli  “eccessi” con cui negli ultimi anni  il sistema bancario-finanziario ha operato. Drogando così  i “miracoli”  della Globalizzazione nell’Occidente in via di deindustrializzazione  con carta straccia frutto di una a suo tempo pur ammirevolmente vantata e così  positivamente giudicata “innovazione finanziaria” (“derivati” e analoga immondizia).  Rimandando così il fatale redde rationem tra una crescente forbice tra offerta globale potenziale e domanda solvibile alimentata da indebitamenti privati via via più insostenibili ( una sorta di privatizzazione del deficit spending  pubblico keynesiano,  in epoca di “privatizzazione del mondo” per dirla con felice espressione di   Jean Zigler).  Fuor da maschere gergali,  si è trattato di un  meccanismo perverso con cui nei Paesi di ex premiership capitalistica le  multinazionali son state le uniche a guadagnare nella globalizzazione,  con  la partnership di oligarchie  locali e  novelle compradore  in alcune nazioni  della vecchia periferia imperialista.   Genuine prossenete  di un falso debutto nella “modernità” delle relative masse proletarie,  che hanno solo scambiato il loro  precedente salario di fame nelle campagne con quello  fornito dalle  inquinanti fabbriche appositamente  presso di  loro delocalizzate con i mancati investimenti  nei loro Paesi d’origine delle  “big corporations”dell’ex “metropoli”. Presto seguite anche da aziende medio-piccole attratte dai bassi salari degli ex “dannati della terra” illusi dalle opportunità della urbanizzazione capitalistica e dei connessi idola theatrismerciati dalle “major”, ovvero dagli invasivi prodotti delle multinazionali del “tempo libero”, autentici cavalli di Troia del troiame culturale di cui è intriso l’epoca della Globalizzazione.

Certo il differenziale  dei Bund tedeschi degli omologhi titoli di Stato dei Paesi con più alto indebitamento pubblico ha  seguito abbassandosi  l’aumento  del loro corso a seguito della provvida  iniezione di luquidità nelle casse delle banche  che hanno aumentato la loro doimanda di  dei suddetti titoli del debito pubblico.  ( è tutto qui l’altro miracolo dell’altro super- Mario, Mario Monti) assottigliando il parassitario profitto delle banche abbeverate a costo simbolico dalla BCE. Ma ciò non ha minimamente cambiato i termini della crisi in atto. Non v’è moral suasion capace di trasferire credito dalle banche all’economia reale che soffra di deficit di domanda aggregata. Deficit tanto più accentuato quanto più i singoli Stati vanno attuando quanto la stessa BCE insieme alla UE e al FM I ( la famigerata “troika” )  in modo del tutto ebete,  quando non contraddittoriamente come nel caso del drago Draghi,  prescrivono  politiche restrittive dei bilanci pubblici, ovvero ricorrendo a misure assolutamente recessive. Fermo restando il dogma  neoliberista secondo cui  di interventi pubblici nell’economia è assolutamente vietato parlare. Quand’anche si trattasse di investimenti produttivi,  in “fisiologica” latitanza di quelli privati in presenza di crisi.  Investimenti notoriamente assenti se non addirittura negativi  lì dove per salvare il salvabile con i disinvestimenti si cerca da parte degli imprenditori di minimizzare i danni di  eccessi di produzioni prive di sbocchi e di domanda solvibile. Dunque la osannata  “dragonata”  consisterebbe nel fatto che   le banche dovrebbero da un lato salvarsi dalla mancanza di liquidità conseguente alla crisi; e dall’altro dovrebbero suicidarsi nel concedere  crediti a chi non ha la minima “capacità di credito”, ovvero aumentando  prociclicamente i tassi di interesse,   colpendo così  quel poco di aziende e settori sin qui fuori dalla zona decozione,  e quanti,  impoveriti,  devono e possono ancora ( con qualche garanzia reale beninteso, altro che “capitale umano” degli ebeti ripetitori degli aborti accademici) indebitarsi per sopravvivere sperando in un futuro migliore.

A questo punto non è immotivato chiedersi il fatidico cui prodest? Dinanzi all’ennesimo e del tutto inefficace ricorso a salvare le banche guardando ai tre personaggi  emersi in luoghi chiave della tragedia in atto nel mondo dell’euro ( BCE, premiership governativa di Monti, e al suo curriculum “bancario”,  in Italia e del precedente vicepresidente della BCE a guida del governo greco) ci sembra del tutto fondato il sospetto che il tardo capitalismo in questa sua  nuova e del tutto improduttiva metamorfosi  in “capitalismo finanziario” ( del tutto diverso da quel Das Finanz- Kapital teorizzato da Hilferding agli inizi del secolo XX, in cui pur sempre “produttivamente” le banche controllavano di fatto le imprese) abbia trovato fedeli “ affiliati”,   del tutto idonei nel far lucrare l’interesse anche durante le crisi a tutto danno del “sano” profitto di fabbrica.

Fermo restando la planetaria sciocchezza universale, da me più volte e da tempo denunciata, che sta dietro alla diagnosi per cui l’attuale crisi è una “crisi finanziaria”, la quale  diagnosi    non va più lontano sul piano diagnostico di una scienza medica che decretasse per ogni morte la mancanza di ossigeno, si continua a  pensare che la medicina consista nel fornire liquidità al sistema per via creditizia.   La qual cosa,  appunto rimanendo alla metafora, si traduce  nel risolvere una ignota sindrome distribuendo bombole d’ossigeno alle farmacie. Mi preme ricordare che un sintomo non va confuso con una causa,  così  cadendo nel più ingenuo inganno prescientifico.  Sempre conservando la metafora precedente e non ripetendo qui quanto altrove ho da tempo dimostrato, più che distribuire ossigeno-liquidità-numerario si tratta di capire che la crisi è la conseguenza della  cattiva distribuzione del reddito nazionale: per mantenere un processo di crescita occorre che l’equilibrio dinamico  distributivo sottostante tra i fattori della produzione,  e segnatamente tra capitale e lavoro,  non subisca alterazioni critiche. Già persino neoclassici come Wicksell e von Hayek avevano agli inizi del ‘ 900  - anche se solo oggettivamente –  messo a punto gli ingredienti  per comprendere in qualche modo  come il settore bancario-finanziario slegato da una attenta disciplina del credito verso il settore reale  potesse ritardare lo scoppio delle crisi. Il limite di un tale lascito  consisteva nell’esaurire la causa delle crisi in  “eccessi” creditizi ( come ho avuto modo di mostrare già dal 1997, nel primo dei  due volumi del mio trattato sulla teoria economica della UTET). Lontanissimi come erano dal solo concepire che le crisi cicliche avessero una loro “ inderogabile legittimità”  capitalistica esclusivamente risiedente nell’economia “reale”, come il solo Marx  ha  cercato  di suffragare,  ancorché  invano,  per non aver potuto concludere in vita il suo progetto di ricerca. Come può vedersi siamo ancora oggi fermi al  patricidio non consumato   da parte degli  economisti(ci) ufficiali ( e meno ufficiali) e pur sempre “fedeli nei secoli”  ai convincimenti armonicisti di stampo neoclassico,  e quindi all’illusione antieccessivista che alla fin fine  ispira  una  filosofia sociale naïve  da “volemose bene” in cui convergono tutti i credenti nella possibilità di  moralizzare il  capitalismo. Cioè quelli che   György Lukács ebbe a definire i suoi “apologeti indiretti” ( la vasta  congerie di tutti i “riformisti”).  Filosofia moralizzatrice che è  risibile  almeno quanto il ritenere di poter moralizzare una prostituta moderandone  l’ “eccessivo giro d’affari”.

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